L'esperto risponde / Psicologia

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Insegno Psicologia dei processi vocazionali nel Pontificio Ateneo Regina Apostolorum e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna.

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Lui, lei e il cuore

A volte subentra il timore che nei rapporti interpersonali tra uomo e donna prevalga la componente “più umana” a scapito di quella soprannaturale. Come mantenere la propria specificità di genere e sviluppare quel “capolavoro” che è ciascuno personalmente nel Dono di sé all’altro, per il Bene della Comunità stessa? Un consacrato

Senza dubbio ha toccato un tema molto caldo. Le scelte celibatarie e quelle matrimoniali, infatti, devono fare i conti con l’alterità dell’altro sesso, non solo negli anni giovanili, quando il cuore e il corpo sono particolarmente sensibili al bisogno di contatto fisico e affettivo, ma anche durante tutto il corso della vita.

Pare che il grande teologo canadese, Bernard Lonergan, religioso, si fosse innamorato durante gli anni dell’anzianità, forse quando non si aspettava più che, dopo un lungo e fedele percorso vocazionale, il suo cuore potesse coinvolgersi ancora. Non c’è un’età in cui si è immuni dal vivere l’esperienza del sentirsi profondamente attratti da un altro.

Qualche consacrato, a volte, tenta di escludere il contatto con l’altro sesso, circoscrivendolo allo stretto indispensabile, per paura di eventuali coinvolgimenti. Eppure durezza e rigidità non possono essere considerate le vie ottimali di “prevenzione” di cadute. La paura non è mai una buona consigliera.

Credo, piuttosto, che debbano entrare in campo innanzitutto le motivazioni di fondo, che vanno rinegoziate continuamente nel corso della vita. Questo vale per i consacrati, come per gli sposi, che durante tutta la vita possono trovarsi nell’occasione di “perdere la testa” e innamorarsi.

Purtroppo non ci sono strategie sicure per evitarlo! Però vale la pena rendersi sempre consapevoli – è un impegno costante e non sempre scontato – che se sono una donna sposata e vivo un’unione stabile con mio marito, quando esco e incontro un’altra persona esterna alla coppia siamo sempre in due (mio marito ed io). Anche quando sono di fatto da sola, lavoro, prego, mi ritrovo con gli amici non solo in quanto “io”, ma in quanto “noi”. E questo noi passa sia attraverso le scelte quotidiane, per cui organizzo la mia giornata tenendo conto che ho un partner, sia attraverso il linguaggio, il corpo e perfino l’abbigliamento. Il mio modo di vestire, di parlare, di mettere in gioco il mio corpo rivela chi sono e com’è la mia vita sentimentale di coppia. Oggi queste attenzioni sembrano superate, ma non lo sono affatto.

Ugualmente, come persona consacrata mi rapporto con l’altro essendo cosciente che appartengo a una vocazione che mi rende fratello, sorella, amico, amica universale, perché ho scelto Cristo in una fedeltà a lui anche fisica, che comprende la dimensione relazionale-sessuale. Non escludo gli altri, ma ho un “ordine” di amore.

Anche questa relazione con Cristo, così profonda e vera sebbene impalpabile ai sensi umani (la fede è spesso una gran fatica), si esprime e passa attraverso la gestualità, il modo di scrivere messaggi – perché non aprano lo spazio ad ambiguità e doppiezze –, il modo di stare insieme all’altro, uomo o donna. Tutto questo dice moltissimo di me e della mia vocazione.

Vorrei aggiungere una convinzione: la crisi, quella che ci fa mettere fortemente in dubbio la nostra scelta vocazionale, non arriva all’improvviso. Si “prepara” attraverso micro-fratture, percepite dalla coscienza – come diceva qualcuno l’inconscio non è del tutto muto, anzi ha le sue strade per esprimere che qualcosa in fondo non va come dovrebbe –, ma che tendiamo a rimuovere perché troppo scomode. E spesso, quando decidiamo di prestare attenzione a quei segnali labili, ma allo stesso tempo forti, qualcosa è già successo dentro di noi, il varco interiore è già molto profondo, e il cuore è entrato in confusione.

Voglio dire, e non ha nulla di moralistico, che è essenziale formare, curare e consolidare la propria vocazione, in coppia come in comunità, non chiudendosi all’alterità di genere, per cui tutto diventa un tabù o una fonte di tentazione, non lasciandosi sommergere dagli scrupoli e rendendo innaturale la vita, che si nutre e si alimenta di rapporti e di amicizie.

Anzi, dobbiamo stare dentro a tutto ciò che ci circonda, saper stare sul serio dentro le relazioni, ma sapendo che tutto di noi dice chi siamo e a chi apparteniamo. Siamo onesti: questo passa anche all’esterno.

Perciò, per concludere: quando il rapporto tra due persone rischia di coinvolgere la dimensione affettiva ed erotica, la relazione diventa meravigliosamente piena e insieme meravigliosamente libera solo tenendo conto che dietro ciascuno dei due c’è un marito, una moglie, una comunità, una realtà carismatica, altrimenti è fortemente probabile che l’intimità che nasce tra i due porti fuori strada.

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La moda dello psicologo

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Seguo le sue interessanti rubriche, ma ho un dubbio di fondo, spero non offensivo: da duemila anni la formazione vocazionale viene fatta attraverso “educatori e padri spirituali”, formati a loro volta in modo univoco sul vangelo e la tradizione della chiesa. Ora la tendenza ad affidare tutto agli psicologi (ognuno che fa riferimento a una diversa teoria, di questo o quel “maestro”) non rischia di insidiare l’unità e la credibilità della Chiesa? Un formatore


Accolgo volentieri questa interessante provocazione, per nulla offensiva. Lei ha ragione, la storia è come un pendolo per cui si assiste, spesso, a mode che oscillano ora in una direzione, ora in quella opposta. Qui, però, si tratta di ben altro: la psicologia, in quanto scienza, non fa riferimento a un maestro”, né al trend del momento. Il suo intento, infatti, non è quello di condurre a sé, né di proporre il pensiero di un singolo, ma di aiutare l’essere umano a raggiungere un miglior grado di benessere, a fare ordine nella propria storia, a guardare il futuro con speranza e realismo, a rafforzare le proprie potenzialità e ridurre le fragilità, ad affrontare in maniera costruttiva le situazioni difficili, a comprendere il perché di alcune condizioni emotive… Nell’ambito dei processi vocazionali la collaborazione con gli psicologi deve, però, necessariamente rispettare alcune condizioni. Toccherò due grandi temi, strettamente legati, il primo lo affronto subito, il secondo nel prossimo numero: a) serve la psicologia? b) “quale” psicologo? (a proposito della tradizione della Chiesa). L’eccesso di intervento psicologico, come può immaginare, non mi trova d’accordo. Gli argomenti sono vasti, per cui cercherò di essere sintetica. La prima considerazione, molto empirica, viene dal constatare che le comunità religiose del passato non sono “migliori” di quelle attuali, anzi diversi anziani hanno uno sguardo assai lucido sulle gravi carenze che hanno caratterizzato la loro formazione, dove non sono mai state affrontate (o molto poco) alcune questioni nodali, nell’uomo come nella donna: affettività, relazioni, amicizia, sessualità. Le conseguenze di questo silenzio – tenendo conto che non c’è mai un rapporto diretto causa-effetto nei processi umani –, riguardano lo stile di vita fraterno non sempre ottimale, la scarsità di dialogo tra fratelli e sorelle e con i responsabili, la difficoltà a riconoscere in tempo una difficoltà affettiva, che a volte giunge sconcertando tutti. Aggiungo un’altra considerazione, frutto di lunghi e autorevoli studi commissionati dalla Conferenza Episcopale Americana sugli abusi da parte dei sacerdoti cattolici (Nature and Scope e Cause and Context), in un arco temporale che va dal 1950 al 2010: la generazione (sexual offenders) maggiormente coinvolta in atti di abuso ha ricevuto la sua formazione prima degli anni ’70. Cosa vuol dire? Non certo che il celibato sia all’origine delle devianze affettive, come i media hanno provato a far credere. Il picco maggiore di abusi, tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli ’80, non ha visto, infatti, alcuna variazione in merito alla scelta celibataria. Intendo dire che se il celibato è una costante rimasta invariata nella tradizione della Chiesa, certo non può essere questo aspetto “la causa” dell’aumento di abusi in un preciso arco temporale, e poi della sua ridiscesa (diminuzioni di abusi) a partire dal 1985 (vedi grafico). Bisogna evidentemente considerare altro. pedofilia Molto in sintesi si può concludere così: gli abusi sono diminuiti quando i programmi formativi (per i candidati al sacerdozio diocesano e di vita in comune) sono stati rinnovati con l’introduzione della formazione umana e non solo spirituale. La formazione spirituale da sola non è sufficiente. Se si offre l’una senza l’altra l’accompagnamento risulta parziale e inefficace. Si tratta di strumenti entrambi necessari, che si integrano pur mantenendo una propria autonomia. È chiaro che un’adeguata formazione umana è solo una pre-condizione per la riuscita vocazionale, tuttavia, essa ha un notevole peso nell’andamento equilibrato del processo “specifico” di adesione a Cristo. Concludendo: la scelta vocazionale non è una scelta privata e intimista, quindi la solidità affettiva è indispensabile: c’è una responsabilità sociale di cui occorre tener conto. Talvolta le comunità e i seminari rischiano di dimenticare questo aspetto. Oggi, però, chi accompagna spiritualmente i processi maturativi sa che la persona ha bisogno di entrambi gli strumenti: formazione umana e spirituale. In una società complessa come la nostra, dove i ragazzi iniziano un percorso vocazionale avendo già fatto innumerevoli esperienze, anche in Rete, è quanto mai necessario che siano affiancati da persone competenti, che possano aiutarli a rileggere o integrare le vicende vissute. Più in generale, ho potuto constatare come in alcune fasce di età, quando l’uomo e la donna vanno incontro a cambiamenti psicofisici – ad esempio intorno ai 45/50 anni, e successivamente dopo i 60 –, sia particolarmente utile rivolgersi a una persona esterna al proprio ambito di vita, per affrontare il periodo che si sta attraversando.  
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La vocazione: un viaggio

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Mi è piaciuta l’immagine del progetto di Dio come di un progetto plastico, ma vorrei che si spiegasse meglio, in quanto questo potrebbe essere frainteso nel senso di “liquido”, come è proprio del nostro tempo. Mi piacerebbe che lei approfondisse il significato di plasticità. Un formatore


In effetti, come Lei, in diversi mi hanno chiesto un approfondimento. Parlare oggi di liquidità, lo sappiamo bene, significa riferirsi alla mutevolezza incondizionata per cui tutto sembra soggetto a cambiamento, anche da un giorno all’altro. La plasticità invece ha tutt’altra valenza. Parlare del progetto di Dio come di un progetto plastico significa che esso è come un kit da viaggio che contiene gli strumenti necessari per affrontarlo, ma senza istruzioni dettagliate su come sarà il viaggio stesso, fatto di strade, percorsi in salita, in discesa, di giornate soleggiate e piovose. Credo che la vocazione sia la scoperta graduale della strada che porta al raggiungimento della meta: in termini di fede è l’incontro con Dio, in termini psicologici è la condizione di benessere pieno, cioè la felicità. Sarebbe schiacciante per l’essere umano, che nel tempo cambia, evolve, scopre aspetti nuovi di sé, si lascia toccare da incontri significativi, pensare alla vocazione come qualcosa di definito, che si abbraccia in modo chiaro e irreversibile fin dall’inizio. So di camminare su un crinale rischioso con questo discorso, per i possibili fraintendimenti. Un mio docente era solito ripetere che l’individuo nasce con organi sessuali “precoci” cioè già attivi e operativi a partire dalla pubertà, ma con un “ritardo” rispetto alla maturità psicologica. La maturità umana non va di pari passo con lo sviluppo sessuale e la capacità generativa. Aggiungeva che le scelte di vita, idealmente, avrebbero una migliore garanzia di tenuta addirittura dopo i 30-35 anni. Il che, però, è incompatibile con la durata complessiva dell’esistenza media dell’essere umano. In altre parole: la sola età cronologica non è sinonimo di capacità di compiere scelte esistenziali. D’altro canto, le scelte fatte con l’entusiasmo giovanile hanno comunque la possibilità di essere riconfermate e consolidate negli anni. È solo attraverso il tempo (attraverso tutti gli anni della nostra vita) che il progetto di Dio, cioè la nostra felicità, si va rivelando. Il discernimento è proprio l’essere aiutati, attraverso il confronto con un terzo (un accompagnatore spirituale e/o uno psicologo), a rileggere e interpretare gli avvenimenti quotidiani per comprenderne il significato. La Chiesa stessa riconosce che il percorso vocazionale che conduce a una scelta definitiva si snoda o si dovrebbe snodare per oltre un decennio – peccato che lo stesso non avvenga per le coppie che si preparano al matrimonio! –, proprio perché non sempre gli anni canonici, ad esempio il noviziato, pur con tutta la buona volontà, sono sufficienti perché la persona comprenda se quella è effettivamente la strada per lei. Quante scoperte fa chi intraprende un cammino vocazionale, riguardo a se stesso, alla propria storia familiare, al modo di stare in relazione, stupendosi della progressiva conoscenza personale! Nella vita possono sempre intervenire eventi importanti, un lutto, una nascita, un nuovo lavoro, la perdita del lavoro… per cui è chiaro che il progetto abbozzato deve essere rimodellato, il che è ben diverso dal far saltare ogni coordinata inventando giorno per giorno cosa si vuol essere e diventare. Senza un’autentica capacità di lettura giornaliera di quanto ci succede, si rimane bloccati in un’idea astratta, teorica che, non essendo capace di adattarsi alle circostanze di vita, rende la persona infelice. Punti di riferimento ce ne vogliono, i valori evangelici, ad esempio, lo sono. Ma è bello (non inquietante, né liquido), camminare e lasciarsi aiutare a scoprire in quale strada si può essere felici.
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Meglio aprirsi o proteggersi dal giudizio dei fratelli?

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Siamo una piccola fraternità sacerdotale. Mi piacerebbe riuscire a condividere di più tra di noi, ma ritengo che il tema della “fiducia” sia ancora molto critico. Questo è uno dei motivi che mi blocca nel chiedere un percorso di accompagnamento: temerei un giudizio ridicolizzante. Può dirmi qualcosa su questo argomento?


Mi stimola molto la sua domanda. Ha ragione: in famiglia, nei seminari e nelle realtà comunitarie quello della fiducia è un argomento particolarmente sentito e discusso, proprio perché non è per nulla scontato riuscire a fidarsi gli uni degli altri. Il timore è quello che quanto più ci si apra tanto più si diventi vulnerabili e questo è senza dubbio vero. C.S. Lewis, autore de Le Cronache di Narnia, scriveva che «qualunque sia la cosa che vi è cara, il vostro cuore prima o poi avrà a soffrire per causa sua, e magari anche a spezzarsi. Se volete avere la certezza che esso rimanga intatto, non donatelo a nessuno, nemmeno ad un animale. […] Proteggetelo avvolgendolo con cura in passatempi e piccoli lussi, […] diventerà infrangibile, impenetrabile, irredimibile» (da: I quattro amori). Voler bene agli altri, scommettere sulla vita insieme, è in un certo senso un rischio, perché si può rimanere feriti dalla sensibilità diversa dell’altro, dalla sua imprudenza, dalla possibilità che non riesca a cogliere esattamente il nostro mondo interiore e ci faccia del male. E viceversa. Credo che sull’aspetto della fiducia abbia pesato parecchio uno stile gerarchico e di impronta militaresca che ha caratterizzato in passato le realtà vocazionali, dove, lo dico in modo semplicistico, c’era una sola mente pensante e tanti “sottoposti” all’autorità. Si è dato poco spazio alle relazioni tra pari, che sono andate avanti per anni senza mai sperimentare il dialogo, il confronto, l’amicizia, tutti aspetti guardati con sospetto, quasi al limite di inevitabili derive immorali. L’obbedienza verticale, certamente un valore apprezzabile con un profondo significato di fede, è stata la dimensione prevalente, quando non esclusiva, della formazione alla vita sacerdotale e in comune. Oggi si sta scoprendo la necessità vitale che gli ambienti vocazionali siano ambienti adulti, dove innanzitutto ci sia la giusta prudenza da parte di superiori e formatori: infatti una condivisione globale e incondizionata dell’esperienza di ognuno con tutti, non è necessaria e neppure sana per vivere insieme. Servono invece rapporti fraterni, non solo funzionali al lavoro, frettolosi, e formali, ma di conoscenza reciproca, di amicizia dove sia possibile, di condivisione degli obiettivi apostolici, come anche di momenti di svago. In ambienti simili la fiducia interpersonale cresce spontaneamente. Le racconto un’esperienza recente: mi sono accorta che giovani provenienti dalla stessa comunità si raccontavano l’un l’altro l’esperienza durante un percorso terapeutico (con lo psicologo). Io stessa sono rimasta positivamente stupita dalla semplicità e freschezza del loro raccontarsi, un bel modo per sostenersi e non sentirsi soli. Un ambiente attento, che cerca di curare la familiarità del vivere insieme, favorisce in modo naturale la fiducia reciproca. Questi giovani dimostrano che fidarsi è possibile. E i più adulti, meno abituati a una simile apertura, possono apprendere da loro la bellezza di avere fratelli/sorelle, piuttosto che “nemici” (mi passi l’espressione forte). Aggiungo, anzi, che è un’esperienza vitale nell’essere umano, senza la quale si diventa sospettosi, freddi, ostili, insomma si vive male. Sono importanti però le condizioni ambientali alle quali ho fatto cenno prima, altrimenti raccontarsi e condividere diventa un’esaltazione emotiva superficiale e perfino dannosa per il vivere insieme. Se avesse voglia di approfondirli, ho ripreso questi argomenti in un libro di recente uscita Per sempre o finché dura. Processi psicologici del cammino sacerdotale e di vita in comune.
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Il progetto di Dio e la nostra storia

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Le scrivo di getto dopo avere letto la sua risposta Quando la comunità delude, che mi ha molto toccata per l’argomento dell’autenticità vocazionale. Premetto che non sono una consacrata, solo una persona ancora in cammino, alla ricerca della mia vera “vocazione”, nonostante sia sposata da 15 anni e mamma di due bambine. Ho sempre pensato che la vocazione fosse il luogo dove incontriamo Dio con la parte più profonda di noi stessi, dove c’è “assonanza" tra chi sono io veramente e ciò che Lui vuole fare di me […]. Da qualche anno però, la nostra situazione familiare è cambiata. Mio marito ha accettato un posto di lavoro all’estero, anche se io non ero d’accordo; dopo poco, per tenere insieme la famiglia, mi sono trasferita anche io con le figlie, pensando che questa fosse una soluzione temporanea […] Però la sola vita “familiare” non mi basta… sono quindi una mamma disinteressata? Una moglie poco dedita a mio marito? […] poiché metto sempre in discussione me stessa e non mi fido di ciò che provo o desidero, mi chiedo se non ho completamente sbagliato strada, e se non ho ancora capito niente di me stessa e del progetto di Dio su di me. Quindi ogni giorno, come credente tuttora “in cammino”, prego chiedendo: […] “Quale è il Tuo disegno sulla mia vita, qual è il mio posto nel mondo?”. Qual è la mia vocazione, dov’è il luogo intimo dove posso incontrare Dio e sentirmi pienamente realizzata? Una moglie e mamma


Grazie di cuore per la profondità e il calore con cui condivide i suoi interrogativi, ai quali mi accosto con grande rispetto; solo per ragioni di spazio ho dovuto abbreviarli. Più che una risposta esaustiva le mie sono riflessioni. Bella l’immagine della vocazione come assonanza: sì, la chiamata di Dio coincide con ciò che io sono e che mi rende migliore, più felice, pienamente me stessa. Talvolta si usano strane immagini per rappresentare la vocazione, come fosse un progetto esterno che “devo accettare”, scollato da ciò che desidero, e al quale mi affanno a corrispondere. Non credo sia così. Dio parla attraverso il desiderio. Arriva però la parte più impegnativa: come tradurre questo desiderio nel concreto della vita, soprattutto quando, come nel suo caso, ci si trova di fronte a dei bivi, oppure, dopo aver fatto una scelta (sposarsi e avere figli), cambiano alcune coordinate importanti, ad esempio il partner affronta un cambio di lavoro stravolgente per la famiglia? Che fare? Rimpiangere il tempo in cui le scelte erano ancora aperte? No. Questo non aiuta per niente. Cancellare la storia scritta fino a questo momento come fosse tutta un grande errore? Impossibile. Nel suo caso i figli sono il segno tangibile che Dio è passato attraverso la sua vita e l’ha benedetta. È possibile, però, che la sua esistenza, così come si presenta ora, non sia più soddisfacente e la faccia sentire “allo stretto”. Con sano realismo, che vuol dire dare ascolto anche a queste emozioni “meno brillanti” di malessere – lei usa l’espressione fidarsi di – si possono cercare, all’interno della vocazione primaria (moglie e mamma), nuove modalità che restituiscano senso di pienezza, di appartenenza, di essere utile (lei fa cenno a queste dimensioni). Direi quasi che è un dovere prendere sul serio questi bisogni, tutt’altro che “colpevoli”. Reinventarsi. Il progetto di Dio è plastico, non rigido (non sia mai), si va rimodellando attraverso il tempo e i cambiamenti della nostra vita. C’è infatti una storia della salvezza, non un momento singolo. Una storia a due, dove Dio non si limita a “tollerare” i nostri sbagli, ma modifica il suo progetto su di noi, tenendo conto delle nostre vicende a volte contorte. Credo, quindi, che la vocazione personale vada riscoperta proprio attraverso le nuove variabili che sopraggiungono e le emozioni che suscitano, segnali di come muovere il prossimo passo. Incontro ogni giorno uomini e donne di diverse età che credono di essere intrappolati in una vita che non sentono propria e, incapaci di reagire, si lasciano sommergere dalla tristezza e dal rimpianto, rimanendo immobili. Bloccati dalla paura di non avere altre chance. Mi creda, c’è sempre un’altra possibilità. È vitale, però, confrontarsi, non restare da soli in questi punti di guado. Le suggerisco di trovare qualcuno che condivida i suoi valori, con cui avere un confronto serio, coraggioso, personale e autentico, senza fretta. Lei, comunque, mi sembra già in questa positiva disponibilità.
Vita in comune

Quando la comunità delude

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«[…] non può essere l’incompetenza umana (cioè i difficili rapporti con i responsabili o con alcuni fratelli e sorelle) a svuotare di significato una realtà carismatica. Mi dispiace liquidare in poche parole un tema interessante, che magari può essere l’inizio di un successivo approfondimento». Mi riferisco a questa sua interessantissima risposta, che avrei desiderato continuare a leggere in un suo “successivo approfondimento”. La mia domanda è questa: se le motivazioni di fede ci sono tuttora, insieme alla certezza che Dio mi voglia lì... ma questo non corrisponde alla mia felicità perché la situazione esterna a me (comunitaria) si è spezzata in qualcosa, certamente prendendo delle strade che “Dio non vuole” e che non cambieranno almeno nel breve periodo... la soluzione quale è? Resistere fino alla morte? E gli anni passano inesorabilmente? E che dire se io posso provare a resistere, ma mi si spezza il cuore vedendo chi è più giovane di me che non ce la fa, soccombe, e viene “accompagnato all’uscita” senza discernimento, ma per motivi di infima natura? Grazie di cuore! Una consacrata


Intanto grazie per aver ripreso l’argomento, provo ad offrirle qualche riflessione, ovviamente non conoscendo nello specifico ciò di cui lei parla. L’autenticità vocazionale, lo dico dal punto di vista psicologico che attiene alla mia competenza, credo sia data da una corrispondenza tra: - l’intuizione di fede, che mi fa vedere “quello specifico luogo” come lo spazio in cui i miei desideri umani e spirituali possano trovare compimento, - la bellezza del carisma scelto, - la modalità di vivere la vita comunitaria. Intendo dire che, come anche avviene nella coppia, all’emozione iniziale che l’altro possa essere la persona giusta deve poi seguire la scoperta che abbiamo gusti simili o che si completano serenamente. Sarebbe contraddittorio credere che quell’uomo/quella donna sia il partner giusto per me, ma non troviamo nessun piacere comune. In fondo è anche la concretezza del quotidiano a fare di due persone una coppia armoniosa. Credo che lo stesso valga per la scelta vocazionale e l’andamento di vita comunitaria: ci deve essere una corrispondenza spontanea, su cui poi si costruisce la storia insieme. Non può essere tutta una lotta. È chiaro, però, che nel corso della vita noi stessi e gli altri intorno a noi cambiamo, come cambia ed evolve ogni gruppo comunitario. Stare bene insieme richiede di saper stare al passo altrui, come l’altro starà al mio, perché non c’è nulla di fisso ed inamovibile nell’essere umano, e questo è parte della sua unicità. Certo i cambiamenti non vanno passivamente subiti, il confronto quotidiano aiuta a dialogare per decidere cosa fare, se sia necessario riorganizzare la giornata, cambiare gli incarichi… questo può riguardare, ad esempio, in famiglia l’arrivo di un figlio, la perdita del lavoro di uno dei due, il sopraggiungere di una malattia e, in comunità, la riduzione numerica, l’arrivo di giovani che portano nuove sfide, nuove espressioni culturali, la nomina di un superiore/una superiore che non mi piace, l’inizio di un apostolato diverso da quelli vissuti fino a quel momento. L’amore è scegliersi all’inizio e poi cercare di trovare il passo per rimanere insieme “rinegoziando” e rimodulando continuamente come procedere. Può succedere che non sempre condividiamo le decisioni o le evoluzioni dell’altro, degli altri, magari preferiremmo talvolta “com’era all’inizio”, eppure la maturità e la solidità personale e vocazionale stanno proprio qui: nella flessibilità rispetto a una vita imprevedibile e dalle molteplici sfaccettature. E nella fiducia che Dio parli proprio nelle dinamiche giornaliere del vivere in comune, con tutte le sue fragilità e i possibili errori. Voglio precisare che per capire quale è la volontà di Dio su una persona o su una comunità, la garanzia assoluta non è il numero di quanti (alcuni o tutta la comunità) la pensano in un certo modo, e per decisioni così delicate non basta neanche l’opinione del superiore da solo (al quale comunque si deve obbedienza fino al limite della propria coscienza), mentre invece lo è lo scambio, il discutere, il cercare insieme, con fatica, nuovi percorsi, e tutto ciò che è necessario per continuare a procedere senza spaccature. Penso che in ciò si misuri la tenuta di una coppia, di una famiglia, di un gruppo comunitario. Per risponderle nel concreto: senza dubbio la coscienza individuale rimane lo spazio insondabile e insindacabile dove ciascuno vive il proprio rapporto esclusivo con Dio e da cui poi prendono origine le decisioni personali. Questo vuol dire che la scelta sul rimanere o meno deve trovare fondamento qui. Non può essere motivata solo dalla delusione per le scelte del gruppo. Un ultimo accenno (ne parleremo meglio un’altra volta) vorrei farlo alla possibilità, che c’è sempre, di consigliarsi con un sacerdote o una persona competente esterna alla comunità. Coraggio, non molli.
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Le ragioni dell’io e la spiritualità del noi

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«La sua ultima rubrica mi ha fatto venire in mente una costatazione maturata nei miei anni di formatore: l’ambiente culturale che si respira oggi, anche all’interno della Chiesa è di una grande valutazione della persona umana, del rispetto della sua libertà, della necessità di essere accolti, ascoltati, in un sincero rapporto umano e cristiano. Il tutto è buono ed anche evangelico, tuttavia nel vivere all’interno della vita consacrata, questa preminenza della persona umana può prendere il posto alla preminenza della persona di Gesù che è il centro, il criterio, il modello, la causa, e la meta di ogni consacrazione. E così non di rado si trovano religiosi che perdono di mira il fatto che i loro voti sono un forma concreta di vivere la vita di Gesù, con le sue motivazioni, con il suo modo di vedere il mondo, i fratelli, i rapporti umani. […] I voti allora si possono vivere all’interno di un orizzonte immanente in continuo confronto con le esigenze e le ragioni dell’io che afferma i suoi diritti. Mentre si dovrebbe vivere la consacrazione nell’infinito spazio di un orizzonte trascendente che si riceve come dono dello Spirito e si può spiegare come una partecipazione-esistenziale nel rapporto d’amore filiale di Cristo con suo Padre! […]. Credo che chi riceve questo dono, non si fermerà tanto a valutare la capacità umana del proprio superiore, la bellezza o meno delle persone che vivono la stessa vita comune, la “logica” delle indicazioni del superiore. […] I piccoli saranno grandi... beati i perseguitati... perdersi per ritrovarsi... morire per avere vita» (p. Hernán)   «Seguo sempre con interesse la vostra rivista. Di questo servizio ringrazio molto. Mi permetto di unirmi al coro di chi chiede, per ricevere luce. Come educarsi al “noi”? Ben sapendo che nella Vita - e nella Vita Consacrata - spesso si pensa che ciò avvenga in automatico, perché si cresce... e si matura. A me così non pare. Quale il cammino interiore che rende capaci di autentico amore oblativo, di autentico ascolto dei veri bisogni dell’altro/a?» (una claustrale)


Rispondo a padre Hernán: grazie per aver voluto condividere le sue riflessioni. Sono profondamente d’accordo: oggi c’è un clima transumanista, che mette al centro la persona umana, cercando di potenziarne la bellezza, le prestazioni, la stessa durata della vita, ed eliminare qualunque aspetto indesiderabile, ma si ferma lì, senza riuscire ad aprirsi ad orizzonti di senso che vadano oltre. Senza apertura al Trascendente, nell’illusione che l’uomo possa fare di tutto senza limiti. La vita consacrata, il vivere insieme secondo un Ideale, potrebbe essere la testimonianza più autentica e credibile che invece la vita può avere altre prospettive. Che non è tutta questione di successo, di efficienza, di marketing. Credo, tuttavia, che per molto tempo le realtà carismatiche abbiano dimenticato “pezzi di umanità”, nel senso che la persona che iniziava un percorso vocazionale veniva considerata automaticamente immune da difficoltà, fragilità, desideri, bisogni anche sani. Oggi c’è quindi una sorta di “rivendicazione” di quello che è stato trascurato in passato, lecita, ma che rischia quello che Lei ha ben espresso: ridurre le scelte di fede a logiche aziendali. Aggiungo un’altra considerazione: superare la logica umana significa anche non trascurarla, perciò negli ultimi tempi la Chiesa sta prestando particolare attenzione nell’accogliere e far proseguire i giovani e meno giovani che entrano in seminario o nella vita in comune, come anche nell’affidare compiti di responsabilità e di formazione. La maturità umana è imprescindibile, soprattutto per scelte di vita che non avvengono solo nell’intimità personale ma che hanno significativi risvolti relazionali. È un delicatissimo equilibrio, mai completamente raggiunto, di umanità e trascendenza, capacità e fede. Non si può eliminare per nessuna ragione uno dei due termini.   Rispondo alla claustrale: ringrazio anche Lei dell’interesse e della domanda che fa eco alla precedente riflessione. Le rispondo purtroppo brevemente, ma stimolata dalle sue parole. Non c’è nulla di automatico nei processi umani, che necessariamente devono essere sostenuti e accompagnati, a partire dalle motivazioni iniziali. Non è mai troppo l’impegno che la vita consacrata impiega e impiegherà nel valutare se le motivazioni per scegliere e rimanere nel vivere insieme siano sufficientemente solide, e se veramente corrispondono alla felicità della persona. Uno dei grandi ostacoli al benessere delle comunità è la frustrazione presente in alcuni dei suoi membri. Bastano pochi, anzi solo uno, a complicare la pace di tutti. Il “noi”, oggi in particolare, non è per nulla semplice, sia perché in passato se ne è abusato a discapito del singolo, sia perché la nostra cultura esalta il narcisismo individuale. Proprio recentemente il papa andando a Loppiano ha parlato della «spiritualità del noi», non solo in senso strettamente spirituale, ma come «realtà concreta con formidabili conseguenze» anti-egoistiche. Dal punto di vista psicologico può aiutare molto, perciò, favorire la scelta di membri che siano veramente felici di essere dove sono, e poi impegnarsi – sforzo richiesto anche alle famiglie – per riscaldare la vita comunitaria, non solo trascorrendo del tempo insieme (dimensione affettiva che da sola è insufficiente), ma anche per trovare obiettivi carismatici condivisi, cioè per alimentare quello che è il fondamento di una scelta carismatica.
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