L'esperto risponde / Famiglia, Psicologia

Ezio Aceti

Laureato in psicologia, consigliere dell’Ordine degli psicologi della Lombardia, esperto in psicologia evolutiva e scolastica, ha pubblicato per Città Nuova: I linguaggi del corpo (2007); Comunicare fuori e dentro la famiglia (nuova ed. 2012), Crescer(ci) (2010); Mio figlio disabile (2011); con Giuseppe Milan, L’epoca delle speranze possibili. Adolescenti oggi (2010); Educare al sacro (2011); Mio figlio disabile (2011); Nonni oggi (2013); Crescere è una straordinaria avventura (2016); con Stefania Cagliani, Ad amare ci si educa (2017).

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Psicologia

Come posso amare mia madre?

Mia madre mi ha abbandonato all’età di 9 anni. Una madre che non c’è mai stata per me, non è venuta alla mia comunione né cresima, la vedevo ogni quindici giorni per mezz’ora. E adesso che è rimasta vedova ha bisogno di tutto, perché è anche una persona ignorante, nel senso che non sa leggere né scrivere. In realtà ha bisogno solo di aiuto pratico perché comunque mi tratta male e parla male dei suoi figli (siamo cinque). Adesso che mi sono ammalata di cancro, non è molto interessata alla mia condizione. Io non voglio vederla, di Lei mi irrita tutto, faccio quello che posso, l’aiuto nelle urgenze, ma dipendesse da me non vorrei vederla più. E questo mi fa sentire in colpa. Prego per lei tutti i giorni. Se penso di rincontrarla in Paradiso… mi sento male!! M. Grazia

 

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Carissima, carissima Maria Grazia, i sentimenti che albergano nel tuo cuore sono quelli di una persona ferita. Sei stata ferita nel momento più delicato della vita: l’infanzia.

Tutto questo si è inserito nella tua persona e ti ha accompagnato per tutta la vita, facendoti soffrire. I nomi della sofferenza li ha descritti tu stessa: abbandono, disinteresse, solitudine. Questa stessa sofferenza, d’altro canto, ti porta agli altri sentimenti di fatica, rifiuto, irritazione di fronte al bisogno di cura e di assistenza di tua madre.

Ma nella tua lettera sofferta c’è un inciso. Sai, carissima M. Grazia, per noi psicologi gli incisi sono molto importanti, perché testimoniano altre possibilità. L’inciso è questo: “dipendesse da me”. Questo inciso manifesta il cuore che si scioglie, la rabbia che si trasforma… perché è normale e forse umanamente giusto non volerla vedere più.

Questo grido poi è coronato dal bisogno di cura e attenzione che la tua malattia necessiterebbe. Ma… ti senti in colpa e … tutti I giorni preghi per lei. Questo è il segno del cuore che Dio ti fa sciogliere. Questo è il segno che noi esseri umani siamo chiamati ad un amore che è sbilanciato, è rivolto verso il bene anche di chi ci ha fatto del male.

Sappi però che per noi umani ciò è impossibile, a meno che un Altro ci illumini e ci dia la forza. È questa la forza che il tuo cuore ti sta dicendo, è una forza che non nega i sentimenti e il desiderio di rifiuto, ma che si innalza nonostante tutto.

Sono sicuro che saprai seguire questa forza, nonostante I tentennamenti e le arrabbiature che ancora proverai. Il risultato, vedrai, sarà straordinario, perché l’amore ha origini divine e realizza l’umano, perché in questo modo farai la cosa più bella per Dio, che è quella di amare I nemici. E vedrai che anche Dio si commuoverà.

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Società

Anziani: meno male che ci sono!

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Ho sentito dire in tv che noi anziani non siamo produttivi... che ne pensa?


In questo periodo di pandemia, la condizione fisica degli anziani è balzata in primo piano perché ci si rende perfettamente conto della loro vulnerabilità e fragilità. Ed è giusto e sacrosanto che si faccia di tutto per tutelarli, proteggerli, perché non si può fare a meno del loro prezioso contributo. Eppure, purtroppo c’è chi ha pensato bene (anzi male) di relegarli in secondo piano perché ritenuti incapaci di una resa economica in termini di efficienza ed efficacia. Ma, chiediamoci, a che età si è anziani? Il fatto è che nessuno vuol ritenersi anziano, perché questo nome evoca uno stretto collegamento con la perdita di alcune funzioni e capacità vitali, come la forza fisica e la memoria, che lentamente diminuiscono col tempo. Pertanto, al di là delle leggi che di volta in volta cercano di definirlo (65, 70, 75, 80 anni), possiamo di solito pensare che l’anzianità corrisponda ad uno stato ove l’efficienza fisica e psichica rallenta. Ma, se tutto ciò è vero, è necessario ridare il giusto posto all’anzianità, evidenziandone anche gli aspetti positivi e indispensabili per ogni società che si rispetti. E quali sono questi aspetti positivi? Sono tantissimi. Ogni società si basa su due gambe: la prima è caratterizzata appunto dagli anziani, perché senza tradizione e memoria una società si spegne. L’altra gamba sono i bambini, perché senza infanzia la società non ha futuro. Come la ciclicità delle stagioni è funzionale alla vita naturale, così la ciclicità dell’esistenza è funzionale alla vita umana, alla comunità e al mondo. E, se non vogliamo essere troppo filosofici e astratti, rileviamo fra i tanti, almeno cinque sostegni positivi che gli anziani portano alla nostra società:
  • Sostegno economico: grazie alla loro pensione e al loro risparmio accumulato in anni di lavoro e sacrificio, rappresentano in questo periodo di crisi spesso l’unico reddito per tenere insieme le famiglie dei loro figli disoccupati e di molti poveri.
 
  • Accompagnamento di senso: se è vero che i giovani sono il futuro e che il loro cervello è nel massimo dell’efficienza, è altrettanto importante che qualsiasi grande e utopica idea vada accompagnata dall’incoraggiamento, dall’esperienza che molti anziani possono mettere in campo.
 
  • Testimonianza del tempo luminoso: nei confronti di tutti i nipoti e i bambini verso i quali si trovano in contatto. Quanto sarebbe bello che le scuole dell’infanzia ed elementari ospitino una volta alla settimana una nonna o un nonno che testimoni con i racconti, con la loro storia, il tempo vissuto: darebbero un contributo enorme in termini di insegnamento alla vita, alla tenacia, alla speranza.
 
  • Indignazione di fronte al male: la loro esperienza ci può ammonire di fronte al male, all’egoismo che alberga nella persona, ricordandoci quanto non esista la verità da una parte sola, ma tutto può contribuire al bene, anche le cadute e le sconfitte; l’importante è indignarci sempre di fronte alla volgarità e al male. Loro questo ce lo possono ben rammentare.
 
  • Avvicinamento e accettazione della fine: per chi è credente, quanto è importante incontrare anziani che testimoniano l’accoglienza della fine non come una sconfitta, ma come un passaggio che, anche se può fare paura, può essere affrontato se accompagnato dalla fede, dall’abbandono verso l‘Amore. Ma anche per chi non crede, la testimonianza può essere valida se accompagnata dal silenzio amoroso verso le persone e gli altri, accettando di andarsene.
  Allora mi raccomando, da ora in poi, quando sentiamo la parola “anzianità”, cerchiamo di associarla ad una età positiva, bellissima che, con la fragilità, testimonia che “vale la pena vivere” sempre. Anche quando magari è necessario occuparci di loro. Anzi, ringraziamo quando ci capita perché ci danno la possibilità di realizzare il meglio che c’è in noi: l’amore verso l’altro, la cura. Succederà allora che ci avranno aiutato, con la loro vulnerabilità, ad essere migliori. Ad essere più umani.  
Società

I bambini di fronte alla stanchezza (pandemica) dei grandi

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Mi sento sottoposta ad uno stress incredibile tra la paura del virus, gli orari della giornata sconvolti, la tensione al lavoro… e i bambini ci vanno naturalmente di mezzo. Non so che fare. Una mamma  


Speravamo tutti che non arrivasse. Ma è arrivata, con tutta la sofferenza dovuta a morti, ricoveri, limitazioni lavorative, scolastiche e di spostamento. Sappiamo che questa seconda ondata rappresenta per le persone adulte una prova particolare con risultati negativi in termini di fatica, ansia, angoscia e dunque stress psicologico. Infatti, se durante la prima ondata, di fronte alla novità della chiusura e del lockdown all’inizio la reazione è stata sostanzialmente di assenso motivato e resistenza intelligente da parte delle famiglie e della gente, ora la situazione è differente. Stanchi e fiaccati per la chiusura imminente e la crisi lavorativa ed economica conseguente, molti faticano a sopportare la limitazione della libertà e la chiusura di interi settori produttivi ed economici, in particolare quelli destinate al tempo libero, cioè proprio al tempo previsto per la “scarica emotiva dello stress e dell’ansia”. Senza possibilità di “ricarica”, naturalmente, il rischio è che lo stress e la fatica si accumulino ulteriormente, con lamentele e aggressività (spesso verbali) molto scomposte. E i bambini? Cosa vivono e pensano i bambini? Sappiamo che i piccoli non hanno ancora uno sviluppo cerebrale, cognitivo ed emotivo per elaborare e comprendere fino in fondo quello che sta succedendo. I loro punti di riferimento sono i genitori, gli educatori e i grandi che si occupano di loro e che, in questa circostanza, appaiono stanchi e un po’ depressi. Sappiamo inoltre che i bambini sono il futuro di ogni nazione e che investire in loro è non solo importante ma soprattutto intelligente e produttivo. Allora cosa fare? In questo momento penso ad un uccello, il pellicano: come si comporta con i suoi piccoli? Di solito vola in alto per vedere i pesci e prenderli e darli poi triturati ai piccoli. Il pellicano, però, quando non ci sono più pesci, di fronte alla penuria di cibo prende dal proprio petto un po’ della sua carne e la dà ai suoi piccoli. Questo è il tempo in cui noi dobbiamo dare di più, soprattutto mostrare ai nostri figli che siamo disposti a fare di più per loro e a sostenerli anche se siamo stanchi e depressi. Papa Francesco usa il termine “mitezza” a significare la capacità di mantenere l’equilibrio nonostante le intemperie e la tempesta. Pertanto suggerirei:
  • Utilizzare la parola e il linguaggio per spiegare che anche se non fanno sport, piscina, o la scuola è ridotta, noi ci siamo e possono contare sul nostro aiuto.
  • Chiedere scusa ogni volta che la fatica e la stanchezza ci travolgono e magari ci lamentiamo o siamo scorretti e scortesi nei loro confronti.
  • Evitare di lamentarci continuamente verso le autorità sapendo che per loro la fiducia verso l’autorità è importante e comunque va rispettata, anche se non si è sempre in accordo.
  • Trovare occasioni per lodarli con pertinenza, per far sentire loro che gli vogliamo bene indipendentemente dalla situazione
  • E poi… chiedere loro di aiutarci ad essere un po’ più spensierati, magari con iniziative e giochi che loro sanno proporci.
In questo modo non risolveremo la pandemia, ma renderemo più umano questo periodo faticoso, con la garanzia che i nostri figlio sapranno comprendere… E comprenderanno. Sì, comprenderanno.
Società

Crepet è sempre Crepet

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Ho letto l’ultimo libro di Crepet: Vulnerabili. Alcune cose le condivido, altre meno. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa lei…


Il retro di copertina del suo ultimo libro, Vulnerabili, ritrae Paolo Crepet con lo sguardo pensoso, un po’ melanconico, ma con quella sottile luce di speranza che nostalgicamente traspare dagli occhi. Sì, perché il grande psichiatra e sociologo è sempre lui, Crepet, con quella sua pacata e passionale riflessione sulla vita, sul mondo, sulle cose, sugli eventi. Ho avuto il grande privilegio di conoscerlo in occasione di una conferenza in quel di Lamezia Terme, dove entrambi eravamo stati invitati come esperti per parlare ad una folta schiera di insegnanti e operatori sociali. Ed è stato un vero piacere ascoltare questa grande persona, mentre con competenza e passionalità sviscerava le sue idee circa l’educazione e incantava la platea con il suo modo di fare. Una modalità autentica, passionale, vera, frutto di anni di lavoro e di studio. Che non si smentisce neanche nel libro Vulnerabili: una riflessione a tutto campo sulla pandemia come esperienza dolorosa, sconvolgente, che però, se siamo attenti, può essere anche foriera di qualcosa di buono. «Dobbiamo avere coscienza che ogni evento del cammino dell’umanità, per quanto terribile e funesto, contiene una lezione utile non soltanto a chi è sopravvissuto, ma anche e soprattutto a chi nascerà quando tutto quello che stiamo drammaticamente vivendo sarà entrato nella memoria di una narrativa passata […] L’epidemia che ha colpito il pianeta non deve essere considerata soltanto come un’enorme emergenza sanitaria , ma anche come occasione di un grande cambiamento antropologico dal quale verranno anche alcune opportunità» (pg 163-164). Il suo contributo di idee e riflessioni, Crepet ce lo presenta nei sedici capitoletti del libro, dove sviscera a 360 gradi le problematiche più evidenti che la pandemia ha messo in luce. Questo virus, cosi piccolo, nascosto, imprevedibile, non è infatti solo causa di angoscia, morte e malattie, ma anche di “convivenze forzate”, di scoperte di relazioni che avevamo dimenticato, insomma di una vulnerabilità che ci porta a riflettere maggiormente sui mali che affliggono il pianeta. Il libro ci invita a riflettere, ad evitare le facili scorciatoie o le soluzioni populiste, perché solo con lo sforzo e la riflessione possiamo cogliere la tragica lezione che il virus ci sta dando. E, da libero pensatore, condanna tutti quelli che ritengono solo una parentesi tutto quello che sta succedendo. Invita invece a cogliere in profondità i pericoli che la pandemia ha messo in luce: il mondo malato di individualismo, il clima che agonizzante inizia a sconvolgere il pianeta, la tecnologia digitale che, se non controllata, rischia di fagocitare i sentimenti e le relazioni più significative come l’amore, la tenerezza, l’abbraccio, la superficialità di chi si dimentica del passato e racchiude tutto in un presente emotivo ed egocentrico, relegando gli anziani in un angolo tecnologico e sicuro come le case di riposo. Ammirevoli sono anche i ricordi e le testimonianze del suo lavoro di psichiatra, quando trasferitosi ad Arezzo inizia la battaglia contro i manicomi seguendo la scia luminosa del grande Franco Basaglia. Particolarmente toccante è la riflessione sui bambini e sulla scuola del capitoletto XIV lettera ad una maestra: qui il miglior Crepet si prodiga a tutto campo nella difesa dei bambini e del loro sviluppo evolutivo. «È affiorato, grazie al coronavirus, un mio vecchio sospetto: al fondo, le civiltà più progrediscono e più accrescono la loro “pedofobia”, ovvero covano un latente sentimento di alienazione, quasi di avversione, nei confronti dei più piccoli (la diffusione degli alberghi Children free ne è una prova inconfutabile). Non credo sia un caso se, più aumenta e si diffonde il benessere, sempre meno bambini si mettono al mondo e quando poi quei pochi cominciano a crescere, non sappiamo e non vogliamo perder tempo per educarli». Mi sembra che in questo passaggio si riconosca il miglior Crepet, paladino delle generazioni future, perché qui traspare non solo l’anima inclusiva di tutti, ma anche la persona protesa verso il futuro. Il libro dunque è da una parte una denuncia appassionata dei mali che ci affliggono col rischio di delegare tutto alla tecnologia digitale come panacea, a scapito della riflessione, del contatto fisico, della partecipazione relazionale ed emotiva dell’incontro, del rispetto dei tempi dell’ascolto, della parola, e dall’altra un accorato appello a riflettere sulla lezione che la pandemia porta con sé. Crepet ci lascia questo messaggio: la vulnerabilità è una fatica ed una evidenza della nostra natura umana, ma anche una memoria incisa nella carne che ci può spingere, mediante il ricordo di chi ci ha preceduti, a utilizzare il meglio di noi, ove la fatica e la sofferenza possono essere sfruttati al meglio. Forse, il limite del libro è che la speranza sembra un po’ messa in angolo e solo a sprazzi appare come possibilità di riscatto. Per questo, nel ringraziare Crepet per questa sua ultima fatica, si invitano tutti a raccogliere l’eredità che le persone migliori ci hanno lasciato con l’attenzione fiduciosa verso le nuove opportunità che sempre, nonostante la sofferenza e del coronavirus, si aprono all’orizzonte.  
Psicologia

Paura e film horror

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Cosa fa si che uno sia attratto da un video horror? Che dire di chi pensa che non fa male essendo finto? Oreste


La mia risposta sarà strutturata in due parti: una più descrittiva, riguardante il piacere di controllare la paura, l’altra più pedagogica, che riguarda l’opportunità educativa di vedere o no i film horror. Di fronte ad un film horror, la mente umana prova sensazioni di paura, sapendo però che tutto ciò è finto e non costituisce un pericolo reale. Gli studi ci dicono che se il nostro cervello capisce che tipo di paura stiamo provando e, dato che ne deriva che la situazione in realtà è sotto controllo, ne risulta che tutto ciò può essere piacevole Ma cos’è la paura? La corrente psicologica comunemente accettata la spiega come «diverse emozioni legate ad un processo psicologico che ci avvertono di possibili pericoli, stress o situazioni molto negative». Si tratta di sistemi che si attivano a livello fisiologico e comportamentale, dopo aver velocemente valutato una specifica situazione come minacciosa. In realtà risulta che dopo il primo sguardo, il nostro cervello è già consapevole del tipo di paura che ha risvegliato in noi. Infatti i nostri cervelli possono essere condizionati per avvertire una sensazione di paura di fronte ad uno stimolo che percepiscono come minaccioso. Il fatto è che questa paura può essere gratificante per alcune persone quando è avvertita in una situazione di controllo. Perché succede questo? Perché per alcune persone il film può dare sensazioni piacevoli? All’interno del nostro sistema limbico, in fondo al nostro lobulo temporale, si trova l’amigdala. Questa struttura subcorticale è incaricata di determinare se quello che stiamo provando è una “paura piacevole” o una “paura reale”. Di fronte ad una situazione che scatena questa emozione, possiamo reagire in modi diversi. A volte vogliamo correre, attaccare, scappare… In un modo o nell’altro, il nostro corpo reagirà liberando adrenalina e aumentando il livello di cortisolo e zucchero nel sangue. Ma questa forte scarica nel nostro organismo è positiva? Se ci troviamo in un ambiente controllato e la nostra mente è sicura al cento per cento del fatto che non c’è nessun pericolo reale, trasmetterà al corpo una forte sensazione di piacere, e potremo godere di questa sensazione consumando le sostanze liberate senza l’interferenza di alcuna minaccia reale. Questa esperienza fa si che di fronte alla paura, e al superamento di questa, il nostro cervello può provare una sensazione di autostima. Naturalmente tutto questo può essere gestito dalla persona adulta. Molto differente è l’opportunità di vedere film horror da parte di minori alle prese con il processo di identificazione e di crescita. Il rischio di stimolare processi imitatori e distorsioni particolari della realtà è in effetti molto alto. Non sono pochi i fatti di cronaca tragici che testimoniano la pericolosità di certi comportamenti fino ad arrivare alla perversione sadica e masochista. Pertanto:
  • Mai proporre film horror ai minori.
  • Evitare di cercare l’autostima gratificante mediante l’horror. È bene viverla in altri contesti più reali.
  • Tutto ciò non impedisce, per l’adulto che lo vuol vedere, di prendere visione qualche volta di un “buon” film horror, se questo può essere controllato
  L’importante è che tutto ciò non ci impedisca mai di stare nella realtà e di affrontare le paure, aprendoci alle paure degli altri che faticano a mantenerle sotto controllo.  
Psicologia

I bambini, il corpo e gli affetti in tempo di pandemia

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Si torna a scuola. A causa della pandemia, però, stiamo insegnando ai bambini tante cose sbagliate: la paura del contatto fisico con l’altro, la pulizia ossessiva delle mani, l’impossibilità di ridere e giocare insieme. Quali conseguenze avrà sulla loro psiche?


Quello che sta succedendo in queste settimane, lentamente ha ripercussioni sulla nostra vita sociale e personale. Prima della pandemia eravamo abituati a programmare la giornata, il tempo lo sentivamo al nostro servizio potendo spostarci e muoverci senza problemi. Questo ci dava la sensazione di governare la realtà e le cose. Ora non è più cosi, cambia la nostra vita di relazione. Dobbiamo stare attenti a tutto e a tutti. Sembra che sia la realtà a determinarci in modo preponderante. Per non parlare poi delle relazioni affettive e amicali. I rituali abitudinari delle manifestazioni degli affetti come la stretta di mano, il bacio, l ‘abbraccio, le carezze, sembrano quasi completamente scomparsi, sostituiti dal saluto col gomito o con la mano sul cuore. Tutto questo porta psicologicamente molti di noi a vivere sospesi, sempre sul chi va là, un po’ impauriti, quasi dandoci la sensazione di non essere mai a posto e di vivere in una terra straniera. L’io sembra indebolito e non manifesta più, come una volta, il proprio essere. Soprattutto la dimensione fisica e corporea ha subito uno smacco, perché costretta a ritirarsi, a starsene in un angolo, in attesa che la tempesta passi, che il virus venga definitivamente sconfitto. Chi ne soffre di più è il corpo. Si, perché col pensiero ce ne facciamo una ragione, mentre il corpo vorrebbe esplodere, manifestare fino in fondo la gioia di essere fratelli e sorelle, ma non può. Questo digiuno fisico, concreto, ci fa comprendere quanto sia importante e prezioso il nostro corpo. Esso non è solo la sede delle reazioni fisiche, ma il luogo concreto ove manifestiamo chi siamo! La psicologia dell’inconscio ha approfondito in modo sistematico il linguaggio dei corpi, arrivando a testimoniare come esso esprima, con i suoi movimenti e i suoi gesti, la realtà più profonda di noi. Gli studi hanno scoperto come ogni gesto, ogni sguardo assumono un significato, diverso e profondo, e fanno parte degli usi e costumi di ogni popolo e civiltà. I nostri figli, poi, abituati a esprimere in modo predominante la vicinanza amicale con i segni del corpo, sono sicuramente contratti e soffrono di questa limitazione. Insomma la pandemia ha messo in crisi, soprattutto nelle giovani generazioni, modalità relazionali ormai consolidate. Cosa fare? Nell’attesa che in qualche modo il virus venga sconfitto, è necessario, per quanto possibile, sostituire il corpo con lo sguardo o altre manifestazioni che non eravamo abituati a utilizzare, come la mano sul cuore, il sorriso, la strizzata d’occhi e soprattutto il linguaggio, la parola. Facciamo in modo che il linguaggio sia sempre meno volgare e spavaldo, che diventi invece sempre più civile e caloroso, carico di premure e di affetto. Meglio abbondare con parole d’affetto e di sostegno che con continue lamentele e denigrazioni. Allora il “buon giorno” a scuola, il sorriso, l’interesse sincero per come va, insomma l’attenzione ad altre piccole premure, anche se non sostituiscono in modo completo l’abbraccio e il bacio amicale, possono comunque farci sentire insieme nel vivere e farci riconquistare la terra, la nostra terra, dove abitiamo come veri figli di Dio e fratelli fra noi. Tutto ciò nell’attesa di abbracciarci tutti di nuovo, perché, nonostante le fatiche, questo è il desiderio struggente in ciascuno di noi. Un abbraccio di cuore a tutti voi.  
Società

Primo giorno di scuola ai tempi del Covid

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Sono molto preoccupata per il ritorno a scuola. Ascoltando la tv, l’impressione è di una gran confusione… Come saranno accolti i bambini? Una mamma


Il primo giorno di scuola è sempre stato per bambini e ragazzi un momento importante, per vari motivi dovuti soprattutto alla novità, alla curiosità e alle attese. Infatti le emozioni che bambini e ragazzi vivono sono molteplici, a seguito di vari fattori:
  • desiderio di incontrare gli amici o i nuovi compagni dopo le vacanze
  • novità (soprattutto per i bambini di prima elementare, della scuola dell’infanzia e i ragazzi di prima media) per le nuove conoscenze, accompagnata da un certo timore e da varie attese.
  • tensione determinata dalla paura di “fare brutta figura”, per la consapevolezza del giudizio degli altri che incomincia ad essere importante, soprattutto per i ragazzi delle medie.
  • timore e curiosità rivolta alle nuove insegnanti, che comunque rimangono sempre figure adulte di riferimento verso le quali render conto.
Sappiamo che per moltissimi anni è stato così e soprattutto la pedagogia moderna è andata sempre più raffinandosi, strutturando momenti di accoglienza particolari con attenzioni pedagogiche ai bisogni dei bambini e dei ragazzi. Ma… oggi c’è il coronavirus, questo piccolo, minuscolo nemico col quale dobbiamo fare i conti. E che conti! Assistiamo alla televisione ad un fermento, un subbuglio, un’agitazione per garantire in salute e sicurezza l’inizio dell’anno scolastico. Tutto ciò è corretto, perché è necessario tutelare la sicurezza e la salute di tutti. Ma, chiediamoci, per i bambini e i ragazzi come sarà questo primo giorno al tempo del coronavirus? Sappiamo che la tensione è molto alta in quanto i ragazzi vengono da un periodo di assenza che ha interrotto i rapporti diretti. In più, il desiderio di incontrarsi è fortissimo e le aspettative molteplici, mentre le raccomandazioni dei genitori sui rischi del contagio e sulla prudenza che devono mantenere rimbombano nelle loro teste. Per non parlare delle insegnanti che, pur con le loro caratteristiche specifiche, sono tutte alle prese con un carico d’ansia di gran lunga maggiore rispetto agli anni precedenti, dovuto a:
  • Il timore del contagio
  • La responsabilità nei confronti dei bambini
  • La paura di portare il contagio ad altri e anche ai loro famigliari
  Insomma si può ben dire che la tensione è alta, particolarmente alta. Chiediamoci: cosa fare? Cosa è giusto per i bambini e per i ragazzi? Come strutturare l’accoglienza? È stato Konrand Lorenz (1903-1989), premio Nobel per l’etologia ad aprirci la strada sull’importanza dei primi contatti, delle prime relazioni scoprendo e studiando quel fenomeno particolare da lui chiamato imprinting. L’imprinting è quella prima esperienza che si struttura durante l’incontro e che tende a mantenersi a lungo e a determinare gran parte del resto della relazione. Curare bene l’imprinting allora significa, nel nostro caso, curare bene questa prima relazione. Gli studi di psicologia evolutiva inoltre ci confermano che, per quanto riguarda i bambini e i ragazzi, è importante che questo primo giorno soddisfi tre bisogni fondamentali:
  1. accoglienza: i bambini devono sentirsi accolti e ben-voluti. Devono sentire che, nonostante tutto, è bello stare insieme. A questo proposito è importante esporre all’interno della scuola, della classe, un cartello, un disegno, una frase accogliente e soprattutto l’appello iniziale deve durare molto, in quanto è bene che l’insegnante chieda al bambino come è andata, come sta… insomma che i ragazzi si sentano accolti nel loro vissuto.
  2. responsabilità: i bambini e i ragazzi hanno il diritto di sapere la verità. Sarà importante parlare del Coronavirus con parole adeguate, facendo riferimento alla scienza. È importante però che questo venga fatto una volta sola, ripeto una volta sola. Questo per evitare di aumentare la tensione e soprattutto , dire ai ragazzi che se vorranno potranno chiedere tutto quanto ritengono giusto sapere.
  3. motivazione: i bambini e i ragazzi devono sentire che ci si fida di loro e che loro sapranno far bene. Devono sentire che in loro c’è la capacità di impegnarsi, di raggiungere dei risultati e che, se per caso sbaglieranno, potranno sempre recuperare.
Tutto ciò dovrà essere fatto lasciando spazio alla fantasia e all’inventiva delle insegnanti. Per realizzare tutto questo, l’insegnate ha uno strumento, lo strumento più importante degli esseri umani: la parola. L’utilizzo corretto della parola è di estrema importanza per la riuscita della relazione e del rapporto. Parlare è importante perché aiuta ad elaborare l’ansia e a trovare forza e risposta dentro di se. Il parlare allora dovrà contenere tre concetti che corrispondono ai tre bisogni dei bambini e dei ragazzi:
  • l’empatia, che corrisponde all’accoglienza. Il bambino deve sentire che l’insegnante è con lui, che lo comprende. Questo lo può manifestare dicendo: sono molto contenta di cominciare con voi… e va detto anche se magari c’è un po’ di trepidazione, di tensione.
  • la realtà, che corrisponde alla responsabilità. Descrivere quello che sta succedendo senza allarmismi e nella verità, ma lasciando liberi di fare domande.
  • il sostegno, che corrisponde alla motivazione. È il più importante perché dimostra che l’insegnante si fida delle capacita dell’alunno e invita l’alunno ad entrare dentro di se e a scoprire le sue risorse. L’insegnante può terminare quanto sta dicendo affermando: «sono sicura che voi saprete come fare, che troverete voi il modo giusto di rapportarvi e di stare a scuola, che ve la caverete».
  Se faremo così allora forse si riuscirà nell’intento fondamentale in questo periodo: quello di non togliere la paura, ma dare la possibilità di gestirla in modo intelligente e semplice.
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