L'esperto risponde / Psicologia

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Insegno Psicologia dei processi vocazionali nel Pontificio Ateneo Regina Apostolorum e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna.

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Vocazione e psicologia

Mi sembra che ormai la psicologia vada di moda dappertutto, anche nel discernimento vocazionale. Ma non si rischia di cadere nell’estremo di delegare tutta la formazione agli psicologi? La vocazione è un’altra cosa, che va valutata con altri metodi. Paolo

 

Due suore

Questa domanda un po’ provocatoria è molto stimolante! Tempo fa è venuta a studio una donna reduce da una esperienza nella quale si ritrovava di tanto in tanto a recitare preghiere con il suo terapeuta, che le suggeriva anche delle pratiche meditative. La donna ha voluto interrompere il percorso perché non convinta di quella metodologia. Condivido la perplessità di un setting del genere.

Il rischio di creare confusione e di non saper riconoscere il proprio spazio di intervento è reale, perciò caro Paolo il suo dubbio è più che legittimo.

Non ci sono argomenti preclusi nel percorso psicoterapeutico, e la rabbia quando “Dio non ascolta”, le lunghe sofferenze che la fede non riesce a “risolvere”…tutto ciò che è significativo nella vita personale può essere accompagnato, per cercare insieme dei percorsi di maggiore benessere. Nel mio studio non nascondo le immagini sacre per mantenere un’inesistente neutralità, ma non faccio di certo psico-spiritualità, che sarebbe un obbrobrio deontologico e metodologico.

La psicologia non è competente a discernere una vocazione, questo deve essere chiaro, è competente però a valutare come “funzioni” la persona, se sia veramente felice, quale sia la sua maturità, se abbia le risorse per affrontare determinati impegni, non solo nell’attualità ma anche nel futuro, e come potenziarle. Questo è fondamentale!

Formatori e formatrici che pensano di poterne fare a meno (oggi grazie a Dio sempre meno) rischiano di accogliere ed incoraggiare persone che purtroppo nel tempo manifestano la loro scontentezza per un percorso che non le realizza. Come diceva un mio docente gesuita di grande esperienza e saggezza, lo scorrere del tempo non è di per sé un criterio formativo, per cui tutto ciò che non viene adeguatamente affrontato ed elaborato rimane lì…

Per non scindere i due percorsi, quello umano e quello spirituale, e non delegare tutta la formazione solo all’uno o solo all’altro, sostengo fortemente la necessità e l’utilità di équipe vocazionali, dove cioè ci siano molteplici figure che accompagnano il processo individuale e trovino un modo per confrontarsi tra loro. Rigorosamente però col consenso esplicito del diretto interessato, anzi in sua presenza, e nel rispetto della privacy dei contenuti. È una questione molto delicata e non da tutti condivisa, per il rischio che la persona non sia sufficientemente tutelata nella sua segretezza, pericolo che per quanto mi riguarda non si è mai posto. Alcune realtà formative, perciò, preferiscono tenere del tutto indipendenti le due figure. Io non concordo.

Fino ad oggi questa modalità di collaborazione, oltre ad essere stata sempre ben accolta dalle persone in formazione, ha prodotto frutti molto positivi. Innanzitutto perché nessuno può presumere di comprendere da solo l’altro nella sua totalità e complessità, né lo psicologo né l’assistente spirituale, mentre più occhi, più sguardi e più cuori che entrano in contatto con il/la giovane e tra loro, hanno una maggiore probabilità di coglierlo/a nella sua verità, e nel rispetto profondo della sua vita e della sua vocazione.

E poi perché la persona sente di essere sostenuta e voluta bene, il suo bene, non di essere “controllata”, e dato che sono in ballo il suo presente e il suo futuro, ne apprezza il vantaggio.

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Il prete e le donne sole

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In parrocchia ci sono molte donne sole, vedove o separate. E la solitudine a volte è molto dura da sopportare. Come far sentire loro il calore della vicinanza e dell’accoglienza, senza essere frainteso? Un prete   [caption id="attachment_113454" align="alignnone" width="5184"] sacerdote cattolico[/caption]    


La sua domanda trova eco nella storia che mi ha condiviso proprio in questi giorni un giovane parroco il quale, generoso e disponibile con tutti, si è ritrovato letteralmente invaso dagli sms di una donna, sola, a cui lui aveva dedicato del tempo di ascolto, né più né meno che quello che dedica ordinariamente a chi glielo domandi. Messaggi confidenziali oltre il dovuto, che lo hanno molto amareggiato e fatto sentire in colpa, nel timore di essere stato lui a lasciar fraintendere un’intimità che non era sua intenzione creare. La situazione non è così rara… Il sacerdote, come il religioso, è spesso oggetto di fantasie di vicinanza e di “amicizie esclusive”, anche per la parte di mistero che li circonda, senza una famiglia, affettivamente “soli”, cioè celibi, spesso bei ragazzi, con una vita interiore che si suppone intensa, insomma tutte caratteristiche, reali, che possono nutrire l’immaginazione seduttiva. Se a ciò si aggiunge un temperamento aperto ed accogliente, direi che la miscela diventa potenzialmente esplosiva. Per rispondere alla sua domanda provo ad offrirle qualche suggerimento molto semplice e concreto, che ho constatato essere utile anche nella vita di coppia e che non dovrebbe produrre ansie o fobie ulteriori, quanto evitare equivoci! Innanzitutto i luoghi di incontro: a parte le amicizie che sono già tali e quindi consolidate e di fiducia, gli incontri andrebbero pensati in spazi appropriati (non si fa psicoterapia al bar per favorire l’apertura), riservati quando è necessario, ma non in ambienti che possano creare ambiguità (ad esempio quando la chiesa è chiusa). Può accadere, e talvolta è importante farlo, essere da soli, a tu per tu con la persona, per comunicare vicinanza e calore, come lei dice, tuttavia questa modalità non deve diventare la norma, cioè l’unica possibile: è bene ci siano contesti allargati in cui quel rapporto si può ritrovare ed inserire, e soprattutto non serve lo scambio confidenziale di messaggi al di fuori dei momenti deputati a parlare. Se inizialmente messaggiare, chattare, può sembrare di supporto, poi rischia di sconfinare. È naturale, è umano, nulla di drammatico, perciò ci vuole “testa”, non solo “cuore”. Nella coppia, ad esempio, una nuova conoscenza che uno dei due partner frequenta, e che non sia strettamente di lavoro, può essere vissuta insieme e ciò favorisce la condivisione e quindi la chiarezza che non si tratti di qualcosa di “esclusivo”. Portare in comunità amicizie nuove o semplici conoscenze, incontrare anche in gruppo “quella” donna sola, penso trasmetta ugualmente affetto, ma riduce i fraintendimenti. Per dirlo in altre parole: far rete, non procedere da soli, aiuta a sentirsi meno in balia delle proprie e delle altrui debolezze, e la comunità, in qualunque forma – famiglia, fraternità di preti, gruppi parrocchiali – si fa “garante” rispetto a situazioni simili a quella che lei ha raccontato.
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La responsabile anaffettiva

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Faccio parte di una piccola comunità di consacrati. Il mio problema è che la responsabile di comunità è anaffettiva, incapace di calore, ascolto, comprensione. Forse è anche una questione di intelligenza. Comunque una sorella è recentemente andata via perché non ce la faceva più: non ne abbiamo neanche potuto parlare in comunità, come se fosse un fastidio trascurabile o una vergogna. Ma siamo una famiglia o no? Mi chiedo cosa Dio vuole da me, e se è il caso di andarmene anch’io. Ho provato a parlare con qualche superiore, ma mi dicono solo di amare la croce. Che ne pensa? Paola   tavola-apparecchiata  


Gentilissima Paola, grazie per la sua preziosa domanda che mi dà modo di riprendere il filo del discorso iniziato la volta scorsa. “Siamo una famiglia?” “Nì”. , se per famiglia si intende il clima di rispetto, di accoglienza, di fiducia e di reciproco sostegno. Rigorosamente no, se per famiglia si intendono relazioni necessariamente amichevoli e spontaneamente concordi. “Un cuor solo ed un’anima sola” non credo abbia il senso di un ambiente già di suo positivo, piuttosto indica il cammino verso la costruzione di una vita insieme sempre più armoniosa e benevola, a partire da se stessi. Questo cammino a volte può essere molto lungo e non è detto che il risultato sia quello sperato, perché ci sono maturità, sensibilità, storie diverse che non facilitano tale percorso. Anche per questo non è sempre bene che tutti sappiano tutto. Voglio dire che essere comunità non implica il condividere sempre i fatti più intimi, perché non tutti hanno gli strumenti interiori per “sapere”, per accogliere, per custodire... per conoscere. Il divulgare ogni cosa - sempre per un fraintendimento del senso di famiglia - è molto imprudente. A questo punto aggiungo perciò alcune considerazioni. La prima è che, ha ragione, la tendenza a non parlare dei problemi concreti purtroppo negli ambienti di vita comune è presente, come se il non parlarne facesse “evaporare” le difficoltà, mentre invece il parlarne screditasse l’intera esperienza di vita (cosa che accade talvolta anche in famiglia). Non meno grave è la tendenza, molto meno presente rispetto al passato, di spiritualizzare i disagi richiamando la croce, la volontà di Dio, il sacrificio, aspetti evidentemente centrali della fede, che però talvolta nascondono la paura di incontri franchi e diretti fra le persone o la paura di affrontare le questioni che riguardano l’andamento della vita insieme. Ha ragione anche riguardo alla scelta, non sempre oculata, di persone responsabili di comunità, magari carenti di una formazione adeguata e delle qualità umane necessarie per poter esercitare “il servizio dell’autorità”. Tuttavia… Per essere onesti, bisogna riconoscere che superiori, rettori e formatori non hanno preso quel posto per volontà propria, ma sono stati indicati dalla comunità o dai vertici dalla congregazione o dall’istituto, e dunque c’è da valutare piuttosto quali siano i criteri che vengono adottati dai membri stessi, o comunque dai loro delegati, nel votare una persona piuttosto che un’altra. Inoltre, riprendendo ciò che avevo già accennato, coloro che entrano in seminario, in una congregazione, o in qualunque altra realtà carismatica, sono tutte persone adulte che rispondono ad un’intuizione profonda e personale, la “vocazione”. Nessuno però sceglie quella determinata comunità o quegli specifici membri: la vocazione infatti non è “a pacchetto”, pertanto ciascuno inizia in autonomia, e poi gradualmente porta avanti la strada intrapresa in altrettanta autonomia, almeno come impegno. Non vorrei essere fraintesa perciò provo a spiegarmi meglio. Una delle grandi sfide della maturità umana è quella di acquisire motivazioni sempre più profonde e personali, un autore parla di livello internalizzante, quando cioè la persona ha fatto propri determinati valori, e non ha più bisogno di esempi, né – almeno idealmente – di premi e punizioni per poterli vivere. È vero quindi che una responsabile di comunità dovrebbe avere capacità di ascolto, empatia e un adeguato equilibrio personale – le doti di un coach più che di un capo –, tuttavia qualora ciò non accadesse non è pensabile che io perda la mia vocazione. Se il clima comunitario dipendesse da una persona sola ciò significherebbe che i rapporti instaurati non sono abbastanza liberi e adulti, e che le stesse scelte sono piuttosto fragili, perché legate ad un’unica figura di riferimento. Le dico perciò che la qualità della vita fraterna è una responsabilità comune e se tutti i membri si impegnano personalmente – e qui entra in gioco ancora una volta la maturità individuale –, la carenza di una persona sola, anche se responsabile, non può compromettere in modo radicale il vivere insieme.
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Il fratello “pesante”

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Non riesco a sopportare un fratello di comunità. L’ho visto all’opera nella sua falsità. Ne ho anche parlato con un superiore, ma non voglio accusarlo, potrebbe essere una mia antipatia personale. Comunque non lo reggo proprio e cerco di stargli lontano più possibile.   [caption id="attachment_107146" align="alignnone" width="1024"]Religiosi Religiosi[/caption]


Sento spesso dire dai religiosi, quando ci sono difficoltà tra loro, che siano uomini o donne, che in famiglia è tutto più facile e le tensioni si riescono a superare più facilmente, anche quando sono molto più gravi di quelle che accadono in comunità. Mi fanno sempre riflettere queste parole! In effetti l’espressione famiglia, applicata alle realtà di vita in comune, al di fuori della famiglia naturale, non mi ha mai convinto fino in fondo, perché mi pare che rischi di creare più sensi di colpa del dovuto, e a volte sia ambigua. Mi spiego. Chi l’ha detto che si debbano provare spontaneamente buoni sentimenti tra i membri della comunità? E perché dovrebbe scandalizzare se ci sono antipatie tra due persone? Ho l’impressione che per il fatto che la fraternità sia una dimensione oggi particolarmente sentita, questa possa essere fraintesa, e alcune comunità abbiano trasformato le sollecitazioni a migliorare il clima del vivere insieme, come uno strano tentativo di creare rapporti di amicizia, a tutti i costi. Dico strano perché l’amicizia tra persone adulte, che non siano in coppia, ha delle caratteristiche specifiche, come la non esclusività, l’apertura agli altri, il rispetto profondo del percorso individuale e quindi l’aiuto a compierlo, mentre talvolta viene tradotta in forme di vicinanza al limite della dipendenza, o di altre curiose modalità goliardiche. La vita comunitaria non richiede di essere amici e quindi non risparmia antipatie “a pelle”, non dico niente di nuovo. Il calore dei rapporti, l’affettuosità del clima comunitario, l’interessamento reciproco (il senso di “famiglia”, appunto), senza i quali si vivrebbe come estranei, sono aspetti “lavorati”, non spontanei (se lo sono tanto meglio, ma non è detto), che richiedono un lavoro continuo di volontà, mica di buoni sentimenti. Per cui, il mio suggerimento è di confrontarsi con qualcuno: formatore, superiore, una persona di fiducia. Ma “l’oggetto” del confronto, credo, più che la simpatia o l’antipatia, dovrebbe essere il proprio modo di vivere e quali attese (e pretese) si hanno nei rapporti comunitari. Mi ripeto, ma non resisto: è essenziale che si lavori sulla maturità individuale, perché altrimenti è davvero alto il rischio che poi nella vita in comune si amplifichino le fragilità affettive e i fraintendimenti dello stare assieme. Non a caso, la vita in comune è una scelta che può essere fatta solo in età adulta.
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I consacrati e l’amicizia

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Mi domando se i religiosi sappiano in cosa consiste la vera e profonda amicizia per una persona consacrata al Signore e come formare e vivere questa amicizia - p. Christopher Brackett LC   vita-in-comune


Padre, intanto grazie per la sua domanda che tocca un tema centralissimo dell’esistenza umana: l’amicizia, e Lei aggiunge “profonda” e per “una persona consacrata al Signore”. Cerco di risponderle a partire da quanto ho potuto constatare all’interno del mondo maschile e femminile, tra gli anziani e le anziane, questa volta senza grosse differenze, e che mi ha stupito molto. Oggi si parla tanto delle relazioni light, e i giovani in genere sono considerati quelli più a rischio di essere sedotti dalle nuove dimensioni del mondo della Rete. È vero; tuttavia ho trovato nelle comunità, e non così raramente, anziani piuttosto chiusi, con poche, se non nulle, amicizie, e quando ho chiesto loro come mai avessero così poca confidenza l’uno con l’altro mi hanno risposto che «una volta non era ben vista l’amicizia all’interno delle case religiose». Anzi, hanno aggiunto, «quando si vedevano due persone andare “troppo” d’accordo, e magari parlare tra loro due, tre volte di seguito, si veniva immediatamente richiamati all’ordine». Penso si possa dire che molti di quanti hanno ricevuto la formazione anni fa, hanno vissuto con sospetto le amicizie, dette infatti “particolari”, proprio a sottolinearne la criticità. I giovani, invece, nonostante la Rete, sono più allenati nel dialogo e anche più spontaneamente propensi ai rapporti personali. Credo che questo sia un grande punto di forza su cui far leva: il bisogno di costruire ambienti sempre meno anonimi, dove si possa condividere concretamente una gioia, una preoccupazione, una fatica, magari con qualcuno, più che con altri. Mi pare che queste siano le caratteristiche più belle e più vere dell’amicizia: l’intesa tra persone che hanno in comune non solo un Ideale, ma anche la voglia di conoscersi meglio e di fare qualcosa insieme, cosa peraltro che aiuta a non rimanere incollati alle chat! Ho incontrato tanti giovani che nell’amicizia con un fratello, una sorella più vicina (per simpatia, sensibilità, storia personale, hobby) hanno dato maggiore energia al loro percorso, alla vita fraterna, alla preghiera, perché si sono incoraggiati a vicenda, magari richiamandosi affettuosamente, «oggi non ti ho visto a tavola dov’eri?», oppure «stamattina sei arrivato tardi alla preghiera, tutto bene?». Viceversa ho riscontrato vie di fughe compensatorie, e assai meno “sane”, in quelli più soli o che hanno fatto della castità una sorta di armatura protettiva verso qualunque affetto. Un affetto di amicizia forse infrange l’universalità di amore a cui è chiamato un consacrato? è rischioso? C.S. Lewis scrive ne I quattro amori (mi scuso per la lunga citazione): «Ciò non toglie, tuttavia, che qualunque affetto naturale possa essere smodato. Smodato non significa però “non sufficientemente prudente”, né significa “troppo grande”. Non si tratta di un termine quantitativo; direi anzi che è quasi impossibile amare “troppo” un qualunque essere umano. Potremmo amarlo troppo in proporzione al nostro amore per Dio; ma l’elemento di sproporzione è costituito dalla pochezza del nostro amore per Dio, non dalla grandezza del nostro amore per l’uomo». Perciò, Padre, per vivere l’amicizia in modo adulto, cioè che non chiuda la persona in un rapporto esclusivo, e che la aiuti a percorrere con coerenza e passione la propria strada, penso ci voglia innanzitutto una chiarezza di fondo, quella che noi psicologi chiamiamo “maturità di base”, essenziale anche solo per iniziare un processo vocazionale. E poi la possibilità di un accompagnamento formativo che affianchi serenamente e sostenga la crescita affettiva, senza demonizzare la possibilità di rapporti di amicizia con uomini e donne. Se il formatore vive queste dimensioni come un tabù, con ansia, o solo come fonte di preoccupazione, i giovani perdono l’opportunità di potersi confrontare con qualcuno che abbia più esperienza e di sviluppare quelle doti umane essenziali per loro stessi e per l’impegno verso il quale si preparano.
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Consacrati e Internet: binomio rischioso?

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Papa Francesco ha parlato delle suore chiuse nello loro stanze col pc. Internet e i social riducono la vita in comune? Piera   pc


Fino a poco tempo fa erano soprattutto le realtà maschili a trovarsi coinvolte in questa riflessione, perché l’impronta più individualista – più autonoma se vogliamo dirla in positivo – dei gruppi di uomini favorisce la creazione di spazi alternativi a quelli comunitari. Anche pornografia e alcol sono stati fino a poco tempo fa problematiche prevalentemente maschili, perché di fronte alle difficoltà c’è un’attitudine allo sfogo che nell’uomo è immediata, esplicita e concreta, nella donna è più “contorta” ed elaborata, anche se non per questo meno grave. Due uomini che non vadano d’accordo in genere discutono apertamente, due donne utilizzano strategie passive micidiali. Ora però le cose stanno cambiando, nel senso che anche le comunità femminili si trovano a fare i conti con un uso massiccio dei social e con esperienze di amicizie in rete piuttosto che dentro casa. Certo, all’inizio di un percorso vocazionale alcune accortezze possono essere utili – ad esempio non disporre di mezzi propri, computer o cellullare, soluzione che alcune Congregazioni adottano – ma poi come si procede? Qualche giorno fa ero con un gruppo vivace di giovani consacrate, impegnate e riflettere sulla qualità della loro vita fraterna, perché dopo vari anni di vita insieme si sono rese conto che c’è bisogno di conoscersi “veramente”, cioè oltre la forma di atti compiuti negli stessi orari e sotto lo stesso tetto. Mi hanno colpito, c’è voluto del coraggio per trovarsi insieme un’intera giornata a dirsi apertamente che forse oltre agli studi individuali o alle lezioni accademiche serve un contatto reciproco più umano, più caldo, dove ciascuna si senta riconosciuta, guardata, incoraggiata. Le realtà femminili hanno questo punto di forza: il bisogno di vicinanza, innato in noi donne, spinge a lottare finché non si costruisca un ambiente familiare, e ad intervenire quando magari una sorella comincia ad isolarsi. Gli uomini si lasciano in pace se anche notano che qualcuno di loro inizia a farsi “i fatti suoi”, noi macché…ci diamo il tormento fino a che non ci capiamo qualcosa. È proprio il caso di dire che i limiti talvolta diventano una risorsa! Sentire una giovane chiedere all’altra spiegazioni di comportamenti incomprensibili mi è parso un segno proprio bello di anti-solitudine; rinnovare l’esigenza di non dare per scontate alcune parole, quelle care a Francesco, anche semplicemente di buon appetito o di buongiorno con un sorriso e non a denti stretti, è un atto gigantesco anti-abbrutimento. Quindi la difficoltà non è tanto decidere se e quanto computer può utilizzare ogni suora. L’obiettivo vero è andare in profondità nell’amicizia e nell’accoglienza reciproca in comunità. Ritrovare le ragioni dello stare insieme. Una volta fatto questo, tutto il resto è secondario: ogni comunità si darà le sue regole con Internet, regole condivise (cioè decise insieme) ed applicate con serietà. Come è finita la giornata? Con un doveroso “selfie” di gruppo!
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Anziani in comunità: come invecchiare bene?

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Se guardo alla situazione della vita consacrata nella mia congregazione delle Suore Cistercensi della Carità, rifletto su questo: viviamo un cambio generazionale, dove l’età che più sta soffrendo è l’età di mezzo (50 anni). La vita ci richiede tanti cambiamenti e adattamenti ma… “annacquando” e svilendo la nostra scelta, per seguire le mode spirituali del momento? La mondanità spirituale di cui ci parla Papa Francesco? A mio parere c’è un urgente bisogno di creare ponti, per integrare e armonizzare la vita comunitaria, guardando a queste due sfide: 1.Le suore anziane: Come invecchiare bene? 2.Le suore straniere che vivono con noi in Italia: quale inculturazione, per giungere ad una vera integrazione, umana e spirituale? Perché, molte volte facciamo grandi errori, gli stessi errori dei genitori di oggi: le accogliamo, concedendo troppo, coccolandole e viziandole e poi pretendiamo di recuperare, correggendo e riducendo i troppi “si” detti. Che fare? Madre Patrizia Piva, Superiora Generale [caption id="attachment_61392" align="alignnone" width="300"]Suore in Vaticano Suore in Vaticano[/caption]


Carissima Madre, cercherò di non trascurare i diversi aspetti della sua domanda così ricca, senza però dilungarmi troppo, come invece la sua richiesta meriterebbe. Parto proprio da alcune riflessioni di Francesco, semplici, essenziali e così decise da farci tremare, senza mai essere dure però. Nella meditazione a S. Marta, del 17 novembre 2015 ci racconta la vicenda dell’anziano Eleazaro – lo aveva già fatto qualche anno prima, si vede che è una figura che lo colpisce molto – il quale, in un tempo di persecuzione, per non scendere a compromessi e accettare di mangiare carne suina, sputa il boccone e preferisce «allontanarsi da quanto non è lecito gustare per attaccamento alla vita» (2Mac 6). Gli amici, per risparmiarlo dalla morte, gli propongono di fingere, di bluffare salvando così l’apparenza, ma l’anziano rifiuta, non vuole cedere per coerenza con se stesso e con la propria fede, ma soprattutto perché non vuole confondere i giovani i quali avrebbero potuto pensare che a 90 anni sia lecito cambiare rotta, concedersi delle incoerenze, “ho già fatto abbastanza”. È un condensato di vita ancora attualissimo: siamo continuamente davanti a proposte alternative ai nostri valori, proposte che vengono non da estranei, ma da persone familiari, amici, colleghi, talvolta consorelle/confratelli perfino. Cosa voglio dire? Non io, ma la Scrittura prima e Francesco poi, che le difficoltà legate all’epoca storica ieri come oggi, o gli scarsi numeri delle comunità, non rendono lecito un calo di tensione, un abbassamento dell’ideale, un’operazione di marketing vocazionale: il percorso vocazionale deve mantenere standard altissimi perché non perda il suo valore profetico. Entriamo ancora di più dentro il racconto di Eleazaro: non è la vecchiaia anagrafica in se stessa un modello a cui rivolgere lo sguardo, lo è piuttosto la saggezza maturata negli anni che, crescendo, diventa pronta a dare la vita per non scandalizzare i giovani. L’anzianità di questo tipo si prepara, non si improvvisa! Si diventa anziani, di “quel tipo” verificando con coraggio, ogni giorno, che non si stia lentamente concedendo qualcosa al «trucco della doppia vita»… difficile da conoscere ma che si insinua nell’animo umano e mano a mano se ne impossessa… «lentamente distrugge, degrada la stoffa e poi quella stoffa diventa inutilizzabile» (17/11/’15). E i giovani, le giovani? Leggiamo insieme queste altre parole di Francesco: «Alcune congregazioni fanno l’esperimento della “inseminazione artificiale”. Che cosa fanno? Accolgono…: “Ma sì, vieni, vieni, vieni…”. E poi i problemi che ci sono lì dentro… No. Si deve accogliere con serietà! Si deve discernere bene se questa è una vera vocazione e aiutarla a crescere» (01/02/’16). Non si tratta di utilizzare misure severe, ci mancherebbe, le persone sono tutte adulte e ciascuna ha una propria dignità vocazionale, inoltre la comunità non è un arruolamento nell’esercito. Tuttavia siccome è alto il rischio di abbassare gli standard per poter riparare al calo numerico delle comunità religiose maschili e femminili, è fondamentale che il discernimento sia serio. Discernere vuol dire verificare se quella persona è nella strada giusta che la conduce ad essere felice, «diventare consacrati non significa salire uno, due, tre scalini nella società» (01/02/’16). L’integrazione parte innanzitutto da qui (mi riservo però di approfondire ulteriormente questo aspetto), da persone serene che sono al posto giusto, questo vale per tutti, dovunque. Non può avvenire una vera integrazione – dove cioè l’etnia di provenienza non si traduce in distanza o differenze di ruoli e trattamenti – se gli uomini e le donne di quella comunità non si sentano profondamente appartenenti alla realtà scelta. «La profezia è dire – con la vita – alla gente che c’è una strada di felicità, di grandezza, una strada che ti riempie di gioia» (ib).  
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