L'esperto risponde / Psicologia

Chiara D’Urbano

Psicologa e psicoterapeuta, ho studiato presso la Pontificia Università Gregoriana e poi mi sono specializzata in Psicologia clinica e Psicoterapia psicoanalitica. Mi occupo in particolare di formazione e accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Insegno Psicologia dei processi vocazionali nel Pontificio Ateneo Regina Apostolorum e collaboro nella ricerca e nella docenza con l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna.

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Vita in comune

Interessa ancora la vita consacrata?

Una provocazione. Perché la vita consacrata non esercita più il suo appeal alle nostre latitudini? Colpa del benessere, della maggiore istruzione e di migliori condizioni di vita? Sr. Enza

 

Suore
Suore
Suore

Interessante la provocazione di sr. Enza. La raccolgo e provo a rispondere.

La diminuzione dell’appeal della vita in comune, specie quella religiosa, credo sia dovuta innanzitutto al grosso cambiamento avvenuto col Vaticano II. La Lumen Gentium infatti ha aperto una prospettiva nuovissima: la santità alla portata di tutti, e non solo di quelle vocazioni di speciale appartenenza al Signore. È come dire che la vita consacrata non è più l’unica o almeno la “migliore” strada per vivere il vangelo, religiosi e sposi acquistano la stessa dignità.

Colpo di scena quindi. Le vie si diversificano e se vivo quella che ho scelto dando tutta me stessa, l’Amore diventa possibile anche per me.

Non basta. C’è poi la questione ancora aperta dell’urgenza di un rinnovamento di forme di vita nate in altri contesti storici e sociali, e quella femminile più di quella maschile risente di antichi retaggi culturali. Alcune esperienze di vita religiosa non sembrano attraenti, perché hanno un serio bisogno di aggiornamento, con tutta la fatica che questo richiede, tenendo conto che ci sono generazioni nostalgiche dei “tempi che furono”, a fianco delle nuove che invece scalpitano (e per nuove intendo anche la fascia dei/delle 40enni), e che il processo comunque è articolato.

Prendiamo il carisma: diversi religiosi si sentono allo stretto nel dover leggere la vita e le regole date dal Fondatore/dalla Fondatrice vissuti in un altro secolo e che hanno quindi un “linguaggio” ormai superato, non solo perché la lingua si è evoluta, ma anche perché lo stile che propongono non è più attuabile. Il modo di pregare ad esempio: le pratiche devozionali, che molte Congregazioni mantengono in vita in modo massiccio, e che pure in origine avevano il loro senso, risultano oggi poco sopportabili, alla luce di tutto il rinnovamento liturgico iniziato col Concilio.

E così per altri aspetti della vita in comune, come l’obbedienza. Come incarnarla in questo terzo millennio in cui i ragazzi iniziano a respirare autonomia praticamente da quando vengono al mondo? Come formare persone adulte e responsabili della propria vocazione?

Non è più abbastanza attraente neppure per i suoi membri un’esperienza di cui non si comprendano pienamente il significato ed il valore, perché sganciata dalla realtà locale e dai bisogni dell’umanità circostante. Difficile dunque che possa contagiare altri.

Infine, e qui vado un po’ fuori dal mio campo di competenza, da credente penso che si sia pure infiacchito il senso profondo delle nostre scelte di fede, che riguardino il matrimonio, come la vita religiosa. In fondo: cosa stiamo cercando?

Sr. Enza ha ragione: il benessere e il mito della libertà hanno indebolito la nostra capacità di dono, per cui la coppia può scivolare verso forme di individualismo a due, e la vita consacrata verso forme di agio e comodità, depotenziando così la sua forza profetica.

Ferma restando quindi la necessità innegabile che le forme di vita in comune ripensino ciò che di vero e valido possa rimanere in piedi delle proprie consuetudini, e quello che invece urge cambiare, dovremmo rianimarci tutti a mettere fuoco nelle nostre strade. L’ideale deve rimanere forte, “la profezia del Regno non è negoziabile”, tuonerebbe il nostro Papa! Le scelte ibride non sanno di un bel niente.

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Vita in comune

Perdono e maturità umana

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Se dovesse individuare un aspetto essenziale per vivere meglio insieme quale indicherebbe? Si parla sempre di narcisismo ma in sostanza cosa vuol dire, perché a me sembra una parola senza prospettiva. Un consacrato


Condivido un pensiero sul quale ritorno spesso. Non c’è dubbio che l’umanità sia affamata di contatti e di relazioni. Le stesse chat, col bisogno di stare sempre connessi, esprimono il desiderio di non rimanere soli, di sentire costantemente la presenza di altri attorno. Però… c’è un però. Mi pare che siamo accecati da una sorta di occhio di bue, un grande faro illuminante che segue sempre e solo l’inquadratura di sé. Ecco il narcisismo. Una prospettiva ce l’avrei, una strada che sembra “scontata”, specie ai credenti, ma che non lo è affatto, un percorso anti-narcisista. Il perdono. Che non è una cosa da primi della classe buonisti. Come scriveva C.S. Lewis, «tutti dicono che è una cosa bella perdonare finché non tocca a loro perdonare qualcosa». C’è una grande e meravigliosa rivoluzione negli ultimi decenni: i professionisti della salute mentale, non necessariamente di orientamento religioso, hanno iniziato ad occuparsi di questa “cosa misteriosa” del perdonare come di un’abilità e un punto di forza dell’uomo, utile a migliorare la qualità della propria vita, a potenziare le capacità personali e naturalmente quelle relazionali. Dunque mettiamo da parte per un momento la dimensione religiosa, per non correre il rischio di far scivolare il perdono tra le questioni morali. Mi attengo al piano psicologico e condivido qualche spunto raccolto da vari studi che hanno un fascino enorme. Perdonare è un processo serissimo, adulto e soprattutto che sta ai vertici dell’amore, cioè dell’uscita da sé, espressione massima della maturità umana, prima ancora che di fede. Non è un atto puntuale, come spesso ce lo figuriamo, ma un cammino che devo volere con tutta me stessa, perché non avviene spontaneamente. Lo si potrebbe rappresentare così, anche se mi dispiace per la riduzione: è riuscire a restituire all’altro l’interezza della sua vita, a non vederlo più solo in quel frammento nel quale ci ha procurato una ferita, come se la persona fosse tutta lì, sgravandolo così del peso di essere un “offensore”. E poi perdonare significa anche a dare a noi stessi la possibilità di uscire da quel francobollo di sofferenza nel quale ci siamo fissati come se fosse l’intero della nostra esistenza. Se guardiamo un film non ci fermiamo su un unico fotogramma per un paio d’ore pensando così di aver visto tutta la storia. Mi sembra straordinaria la possibilità di alzarsi la mattina e guardare l’altro senza dover aprire l’archivio dei file delle memorie storiche. Perdonare non equivale a far cadere nell’oblio i ricordi, cosa peraltro impossibile alla mente umana, non vuol dire scansare la giustizia, non è una semplice riappacificazione, né un’accettazione passiva, e neanche un processo semplicemente empatico… è assai di più perché richiede uno sforzo interiore profondo di vera benevolenza, ed è espressione di assoluta gratuità. Non c’è un obbligo a perdonare, non è un dovere e la domanda spontanea “perché io?” aiuta a capire quanto sia un processo che prescinde da colpe e responsabilità. Lo ripeto: è un riappropriarsi della pienezza di vita e delle proprie emozioni, fino a quel momento delegate ad altri (quando si soffre, lo star bene dipende da qualcun altro!), e restituirla nella sua completezza. Negli ambienti di vita comune, comprese le famiglie, c’è tanta gente arrabbiata e appesantita dal rancore. Inutilmente. Gli studi ci dicono che chi è incline al perdono, come attitudine quotidiana e non straordinaria, riferisce minori livelli di stanchezza e depressione, è più ottimista, ha più speranza, e contemporaneamente è più libero da quei vissuti psichici negativi che spesso monopolizzano la mente di chi soffre. Chi non vorrebbe un ambiente di vita comune dove ciascuno è “leggero” e dona leggerezza all’altro?
Vita in comune

I religiosi e i soldi

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Una delle nostre discussioni più frequenti in comunità riguarda la gestione economica individuale e la proposta di alcune di noi di creare degli spazi dentro casa a cui si possa accedere senza dover attendere il momento dei pasti comuni. Una religiosa


La domanda entra in un campo che non è direttamente di mia competenza, però mi pare interessante perciò provo a condividere qualche riflessione pratica. Nell’ultimo convegno promosso dalla Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica dedicato al tema “Pastorale vocazionale e vita consacrata. Orizzonti e speranze”, il card. Stella ha parlato di Gesù come di un uomo che “curava i dettagli”. Veramente originale come considerazione! Degli esempi riportati, io ne ricordo solo alcuni: la ricerca della pecora smarrita non accontentandosi che il resto del gregge fosse comunque integro, il recupero dei pezzi avanzati dopo la moltiplicazione dei pani, per non farli sprecare, la cura degli invitati alle nozze di Cana a cui mancava il vino, cosa che potrebbe essere considerata un lusso superfluo… Mi sono tornate in mente queste considerazioni a proposito della questione a cui la religiosa ha accennato e che, a dire il vero, è condivisa in diversi ambienti di vita maschile e femminile, e cioè che rispettare il valore evangelico, come quello della povertà, non significhi necessariamente trascurare aspetti che possano permettere il benessere delle persone, anche quando sono, appunto, dettagli e non cose essenziali. Racconto l’esempio concreto di un religioso economo, il quale mi diceva che ha sempre voluto garantire tutti i comfort possibili alla propria comunità, per evitare che i frati cercassero altrove i piccoli piaceri, quelli semplici, come uno snack, una birra, un po’ di vino ai pasti… e aggiungeva, sorridendo, che la sua comunità è sempre piena, i religiosi non escono volentieri perché trovano tutto dentro le mura domestiche. Insomma la comunità è davvero “ casa”. Laddove le comunità, pur nel rispetto della povertà abbracciata, hanno cura dei membri, facendo in modo che i propri ambienti siano curati, luminosi, belli (quanto è formativa la bellezza!) e possano essere soddisfatti i piccoli desideri ordinari, non rischiano di costringere le persone ad uscire fuori per star bene. La formazione si rivolge al cuore delle persone per far crescere in loro motivazioni profonde alla scelta di vita che stanno compiendo, nelle sue varie espressioni, tuttavia questo non significa che poi debbano essere precisati tutti gli aspetti della vita comunitaria – non sono questi i dettagli curati da Gesù, mi pare – perché, come sappiamo, la vita consacrata/sacerdotale accoglie persone adulte o che comunque vengono aiutate a diventare tali. Privare una persona adulta di un ambiente il più possibile “naturale” credo sia davvero rischioso. Viceversa quando la persona ha a disposizione – senza ansia da “carestia” con conseguente accaparramento dei beni (osservazione che lo stesso economo mi condivideva) – un minimo di autonomia economica e di confort domestico, è più basso il rischio di squilibri. Del resto, credo che ciascuno debba sviluppare una personale sensibilità vocazionale – riguardo a castità, povertà, obbedienza, vita comunitaria – disegnando un proprio quadro all’interno di un’unica cornice carismatica, non troppo ingombrante.
Vita in comune

Uscire dalla comunità

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Nella mia comunità ogni volta che una giovane, peggio se è meno giovane, decide di cambiare strada, c’è l’abitudine di mettere la cosa a tacere e da quel momento non se ne parla più. Questo atteggiamento mi dispiace e mi fa davvero arrabbiare. Una consacrata


Un argomento incandescente! Condivido ciò che lei scrive. Al raduno mondiale per formatori dell’aprile 2015 Francesco ebbe il coraggio e la schiettezza di affrontare proprio l’argomento “uscita” dei giovani che intraprendono un cammino vocazionale. Ricordo che ci fu uno scroscio di applausi, segno che era andato a toccare, al suo solito, un punto nevralgico della formazione. Parlando dei giovani che hanno qualche squilibrio affettivo e che inconsciamente cercano strutture forti di sostegno – ma il discorso si può estendere ovviamente a qualunque situazione di discernimento – disse: «Lì è il discernimento: sapere dire no. Ma non cacciare via: no, no. Io ti accompagno, vai, vai, vai… E come si accompagna l’entrata, accompagnare anche l’uscita, perché lui o lei trovi la strada nella vita, con l’aiuto necessario. Non con quella difesa che è pane per oggi e fame per domani». Mi pare sia veramente raro sentir parlare di questo aspetto, che Francesco in qualche modo inserisce all’interno dell’accompagnamento formativo: non quindi come qualcosa che sta oltre, fuori, o dopo, ma come sua parte integrante! Può accadere, infatti, che la persona che intraprende un percorso vocazionale, si renda conto, anche a distanza di diversi anni, di non sentirsi bene o al proprio posto, e che per iniziativa propria, o del formatore/formatrice, emerga l’opportunità di fare un’esperienza fuori dall’ambiente comunitario, se non di lasciare quello specifico cammino. È un momento delicato, innanzitutto perché si è creato un legame affettivo tra la comunità e la persona, e poi perché c’è stato un investimento di tempo ed economico per offrire studi e competenze, per cui la comunità ha riposto delle attese sulla formazione offerta. Come potrebbe essere affrontato quel momento? Purtroppo l’uscita è spesso considerata come una sorta di tradimento da parte della persona (più che il raggiungimento di una nuova consapevolezza), e di fallimento da parte dell’istituto, della congregazione, o del movimento. Perciò si crea un certo imbarazzo e un conseguente silenzio ovattato: si fa fatica a condividere con gli altri membri della comunità la decisione raggiunta insieme dai formatori con la persona. Fosse anche semplicemente un adeguato saluto. Il congedo diventa frettoloso, e la persona un’estranea. Il tempo dell’inserimento in una realtà completamente nuova, con relative sfide relazionali e lavorative, può diventare un periodo di grande solitudine per lui/lei, e di amarezza per i fratelli e le sorelle che rimangono: hanno “perduto” un pezzo di famiglia senza poter elaborare, come invece sarebbe opportuno, il dispiacere del distacco. Ci sono per fortuna realtà di vita consacrata, come per esempio quella dei Legionari di Cristo, che accompagnano il ragazzo che abbia concluso il proprio discernimento, verso l’uscita dalla realtà comunitaria, affiancandolo non solo durante o immediatamente dopo il distacco, ma anche successivamente, favorendone la continuazione degli studi, se ancora in corso, e l’inserimento nel mondo del lavoro. È veramente umano ed apprezzabile l’impegno a non creare una distanza imbarazzante, né una rottura di legame. Impegno significativo per entrambe le parti, perché maturato negli anni attraverso una condivisione profonda di vita, di supportare la persona, che poi è il vero centro del processo formativo. Papa Francesco ci invita a non fare sempre e solo analisi nefaste sulla zizzania presente nel campo, ma a condividere le esperienze positive che ci sono nella Chiesa: ci incoraggia quando siamo oppressi solo da “brutte notizie” e ci dà la speranza che siano presenti, anche se non li vediamo, segni di grande umanità nelle nostre realtà ecclesiali.
Vita in comune

Quale comunità per il terzo millennio?

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Quale “tipo” di comunità dovremmo offrire ai nostri giovani? Un formatore Le mie consorelle si lamentano che non ho abbastanza attenzioni per loro. In fin dei conti mi pare che si parli di “famiglia” solo quando fa comodo. Una responsabile generale  


Voi avete ragione a riproporre la questione, anzi grazie perché in poche battute si rischia di ridurre ai minimi termini un tema affascinante e complicato. Alla domanda su che “tipo” di comunità, ne aggiungo un’altra: che cosa potrebbero dire di significativo le realtà di vita in comune al terzo millennio? Un giovane in ricerca cosa si aspetta da una comunità religiosa? Penso che quello che colpisce veramente tutti noi sia trovare degli spazi di vita che siano nello stesso tempo “adulti” ed affettuosi. Cerco di spiegarmi. Innanzitutto, usiamo pure l’espressione “famiglia” purché ci intendiamo bene. La famiglia sana è quella in cui i figli crescono, acquistando la giusta autonomia rispetto sia ai genitori, che agli altri membri, fratelli, sorelle... Allora partiamo da qui. In comunità non si prendono distanze fisiche perché spesso si sta insieme per anni ed anni, se non per tutta la vita (una delle “anomalie” che rendono unica l’esperienza di vita insieme verso lo stesso Ideale), ma è comunque necessaria una vicinanza adulta e non adolescenziale o peggio ancora infantile. C’è un obiettivo, Qualcuno che motiva e dà senso al vivere con altri. Non è una combriccola di amici, non è un’azienda e neppure un campo-scuola. È piuttosto un percorso insieme, che ha un altissimo valore in se stesso, ma che non rappresenta propriamente la meta finale. Per questo – mi rivolgo alla responsabile – ha ragione, sono disfunzionali quelle realtà dove ci sono eterni genitori accudenti ed eterni figli, piuttosto che persone con una maturità di base già sviluppata che, in tappe diverse, camminano cercando di portare avanti con altri lo stesso carisma. Ciò che aiuta e consolida questa “alleanza”… ben venga: dalla preghiera comune, ad un’uscita, allo sport condiviso, ai momenti di festa, ad una gita, ad una birra, a momenti per ritrovarsi a due…ma avendo chiaro che c’è qualcosa che sta oltre l’alleanza umana e che quindi dà forma al modo di stare insieme. Manca ancora un pezzo importante. Il Card. Joao Braz De Aviz – in uno dei suoi magnifici ed umanissimi interventi – riferiva allarmato la grande solitudine che aveva riscontrato in diverse realtà vocazionali. Un religioso lamentava tempo fa che c’era stato un grave incidente nella sua famiglia ma, passato il primo momento, nessuno si era preoccupato di domandargli notizie, e questo è triste. Accade anche nelle famiglie naturali e non ci si deve scandalizzare, oggi siamo tutti freneticamente orientati sempre in un altrove. Molte persone lasciano, anche geograficamente, i propri affetti naturali e se non trovano il rispetto, l’ascolto, la stima, la gioia, il sincero interesse reciproco, dentro le proprie case di fede, dubito che possano “sopravvivere”, a meno di soddisfare in altro modo questi sacrosanti bisogni. La rabbia continua, l’abuso di alcol, la pornografia, l’esagerazione apostolica, l’intransigenza, il distacco…sono indici di qualche squilibrio affettivo che spesso è favorito da ambienti dove è basso il livello relazionale, perché c’è molto individualismo e si trascura l’attenzione personale. Allora mi sta bene la metafora della famiglia per le realtà di vita in comune, se però la usiamo come modello di rapporti sani, non “appiccicosi”, che aiutano le persone a crescere, ad assumersi la responsabilità della vocazione e del suo carisma e come modello di un clima affettuoso dove si sta volentieri, perché ci si sente “a casa”.
Vita in comune

Il rapporto uomo-donna tra persone consacrate

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Mi trovo un po’ confuso: da una parte mi pare che ci sia una bella apertura e un bel rinnovamento nella vita consacrata, dall’altro temo che non riusciamo più a trovare una nostra identità, i giovani a volte sono difficili da gestire, e il rapporto maschile-femminile rimane per loro e per noi una grande sfida. Un formatore   suore


La ringrazio per questo concentrato di riflessione. Voglio andare subito al concreto. Il punto di partenza è positivo: non si è abbassato il livello dell’Ideale, i giovani si mettono molto in discussione, si interrogano profondamente sulle motivazioni delle loro scelte, riflettono sulle proprie storie, sono disponibili ad aprirsi e parlare di sé per poter crescere. E questa è una bella novità del nostro tempo. Credo che da diversi punti di vista siano proprio loro a mettere in crisi certi sistemi storici, perché portano non solo le fragilità di una società come la nostra, o le fatiche della loro esistenza giovanile per cammino o per età, ma anche una gran voglia di autenticità: fanno domande su tutto, hanno un forte senso critico, hanno voglia di conoscere e di capire. Talvolta sono scomodi! Scomodi, perché in fondo sollecitano una revisione seria degli ambienti che sono offerti a loro per formarsi o delle comunità in cui andranno ad inserirsi, e questo riguarda tanto le realtà carismatiche quanto le diocesi. Non si accontentano di pacche sulla spalla o di “mezze motivazioni”, troppo reattivi per abbozzare. E meno male. Ci vorrebbe il coraggio di trovarsi insieme, giovani e decani, con spazi e tempi adeguati, per confrontarsi senza riserve con domande, dubbi, proposte… Trovo estremamente positive quelle situazioni di “crisi” che attraversano alcune realtà di fede per varie ragioni, perché sono in qualche modo forzate a rimettere mano alla loro storia e quindi a valutare ciò che vogliono mantenere in piedi o modificare. Anche se ciò comportasse il “punto e a capo”. Se fosse la prassi! Qualche realtà è in questa linea, altre sono così statiche e distanti dall’umanità circostante che mi domando come potranno procedere. Lei parla anche del rapporto uomo-donna tra persone consacrate: non c’è un manuale di comportamento e non ci può essere, perché le micro-regole talvolta pure utili, in generale hanno un’efficacia solo superficiale. “Senso di appartenenza” è un’espressione che mi piace molto! Se appartengo profondamente ad una scelta – non parlo di comunità, perché non si appartiene ad una comunità ma ad un Ideale –, il resto delle cose prende un suo ordine. A due fidanzati innamorati non occorre darsi indicazioni reciproche dettagliate su come comportarsi quando uno dei due è assente, ci mancherebbe, c’è una sorta di naturalezza, se la passione è forte. È quando inizia a scemare che arrivano le difficoltà, e allora le regole aiutano a mantenersi nei binari… Il senso di appartenenza emerge dai comportamenti di ogni giorno, che non consistono nel non incontrare donne, camminare a testa bassa, o cose simili… ma in atteggiamenti adeguati, consoni all’età e allo status (aspetti da non sottovalutare e indicativi anche di una certa maturità personale), non ambigui, ma neppure rigidi. Ogni scelta di vita ha un suo decoro e un suo contegno, che non sono semplici “forme”, ma espressioni appunto di un’appartenenza. Penso, in conclusione, che oggi possano essere utili due attenzioni: la prima, fortemente sostenuta dall’Amoris Letitia, e ormai da tutti condivisa, è quella di un accompagnamento personale. La seconda è una “normalizzazione” del percorso: aiutare le persone a diventare uomini e donne nel contesto ordinario dove andranno ad inserirsi, e dove si sta insieme, giovani, anziani, maschi e femmine. La formazione deve essere esigente – alto è l’Ideale, seria la formazione – perché ha il grande compito di sostenere e affiancare scelte esistenziali, e affidata a poche e competenti figure, non a chiunque solo perché “è un buon ascoltatore”, ma essa non deve creare ambienti asettici e avulsi dalla concretezza naturale della vita, perché sarebbero davvero poco efficaci.
Vita in comune

Il prete e le donne sole

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In parrocchia ci sono molte donne sole, vedove o separate. E la solitudine a volte è molto dura da sopportare. Come far sentire loro il calore della vicinanza e dell’accoglienza, senza essere frainteso? Un prete   [caption id="attachment_113454" align="alignnone" width="5184"] sacerdote cattolico[/caption]    


La sua domanda trova eco nella storia che mi ha condiviso proprio in questi giorni un giovane parroco il quale, generoso e disponibile con tutti, si è ritrovato letteralmente invaso dagli sms di una donna, sola, a cui lui aveva dedicato del tempo di ascolto, né più né meno che quello che dedica ordinariamente a chi glielo domandi. Messaggi confidenziali oltre il dovuto, che lo hanno molto amareggiato e fatto sentire in colpa, nel timore di essere stato lui a lasciar fraintendere un’intimità che non era sua intenzione creare. La situazione non è così rara… Il sacerdote, come il religioso, è spesso oggetto di fantasie di vicinanza e di “amicizie esclusive”, anche per la parte di mistero che li circonda, senza una famiglia, affettivamente “soli”, cioè celibi, spesso bei ragazzi, con una vita interiore che si suppone intensa, insomma tutte caratteristiche, reali, che possono nutrire l’immaginazione seduttiva. Se a ciò si aggiunge un temperamento aperto ed accogliente, direi che la miscela diventa potenzialmente esplosiva. Per rispondere alla sua domanda provo ad offrirle qualche suggerimento molto semplice e concreto, che ho constatato essere utile anche nella vita di coppia e che non dovrebbe produrre ansie o fobie ulteriori, quanto evitare equivoci! Innanzitutto i luoghi di incontro: a parte le amicizie che sono già tali e quindi consolidate e di fiducia, gli incontri andrebbero pensati in spazi appropriati (non si fa psicoterapia al bar per favorire l’apertura), riservati quando è necessario, ma non in ambienti che possano creare ambiguità (ad esempio quando la chiesa è chiusa). Può accadere, e talvolta è importante farlo, essere da soli, a tu per tu con la persona, per comunicare vicinanza e calore, come lei dice, tuttavia questa modalità non deve diventare la norma, cioè l’unica possibile: è bene ci siano contesti allargati in cui quel rapporto si può ritrovare ed inserire, e soprattutto non serve lo scambio confidenziale di messaggi al di fuori dei momenti deputati a parlare. Se inizialmente messaggiare, chattare, può sembrare di supporto, poi rischia di sconfinare. È naturale, è umano, nulla di drammatico, perciò ci vuole “testa”, non solo “cuore”. Nella coppia, ad esempio, una nuova conoscenza che uno dei due partner frequenta, e che non sia strettamente di lavoro, può essere vissuta insieme e ciò favorisce la condivisione e quindi la chiarezza che non si tratti di qualcosa di “esclusivo”. Portare in comunità amicizie nuove o semplici conoscenze, incontrare anche in gruppo “quella” donna sola, penso trasmetta ugualmente affetto, ma riduce i fraintendimenti. Per dirlo in altre parole: far rete, non procedere da soli, aiuta a sentirsi meno in balia delle proprie e delle altrui debolezze, e la comunità, in qualunque forma – famiglia, fraternità di preti, gruppi parrocchiali – si fa “garante” rispetto a situazioni simili a quella che lei ha raccontato.
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