L'esperto risponde / Psicologia

Ezio Aceti

Laureato in psicologia, consigliere dell’Ordine degli psicologi della Lombardia, esperto in psicologia evolutiva e scolastica, ha pubblicato per Città Nuova: I linguaggi del corpo (2007); Comunicare fuori e dentro la famiglia (nuova ed. 2012), Crescer(ci) (2010); Mio figlio disabile (2011); con Giuseppe Milan, L’epoca delle speranze possibili. Adolescenti oggi (2010); Educare al sacro (2011); Mio figlio disabile (2011); Nonni oggi (2013); Crescere è una straordinaria avventura (2016); con Stefania Cagliani, Ad amare ci si educa (2017).

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Educazione

Vale la pena amare?

«Cerco di insegnare a mio figlio ad amare, ma a scuola trova solo bulli. Forse era meglio se gli insegnavo a combattere…» (Giorgio). «Chi ama è un debole perché non ha il coraggio di sfidare le ingiustizie e risulta solo un buonista» (Giovanni). (due papà alle prese con i loro figli)

Bambini

Carissimi lettori, sapete cosa vi dico? Vi dico che mi sono stufato di queste continue critiche all’amore e all’altruismo. Mi sono stufato di essere preso in giro solo perché ritengo che l’amore e la relazione di reciprocità siano alla lunga vincenti. Affermo questo non tanto per una faciloneria illusoria del bene e dell’amore, ma per una riflessione profonda e, spero, intelligente, sulla grandezza e potenzialità della relazione d ‘amore come base fondamentale del futuro e della speranza, come sostegno indelebile al progresso umano e sociale.

Mi sono stancato di quanti ritengono che il papa o i grandi santi o i personaggi umani più altruisti, siano persone speciali, o deboli, o buonisti, o di un’altra razza, quasi diversa da noi esseri umani. No, smettiamola per favore di essere ignoranti! Tutte queste persone sono state soprattutto intelligenti. Con l’intelligenza dell’amore che altro non è che la radice, la luce, la forza del pensiero umano. Se potessimo sintetizzare in una frase la storia dell’umanità, di ieri, di oggi e probabilmente del futuro, potremmo dire: tutto è come “il mare in burrasca”.

 

Mare

Tutto ciò che è stato creato è paragonabile alla profondità del mare. C’è una legge creativa e generativa che accompagna tutte le cose, tutti gli eventi, ed è sempre la stessa: è la legge dell’amore. Questa legge fa sì che tutto quanto esiste sia orientato verso l’amore, la perfezione, la luce, lo Spirito come realtà e anima pura di tutto, come vertice gioioso di tutto. È una legge che porta lentamente verso la perfezione, la bellezza, la purezza. Questa legge presenta tre norme che sono una esplicitazione della stessa legge: Tutto è relazione amorosa: tutto è una relazione con tutto e gli esseri umani sono chiamati a comporre queste relazioni come in una grande famiglia.

La famiglia allora, intesa come legame amoroso con tutto, è insita in ciascuna persona e in ciascuna cosa. A testimonianza di questo citiamo solo due grandi pensatori. Emmanuel Levinas (1906-1995) filosofo francese di origine ebraica, afferma: «Non c’è più l’Io, perché è l’altro che mi fa esistere». L’altro pensatore è il grande mistico spagnolo San Giovanni della Croce che dice: «Dove non c’è amore, metti amore e troverai amore». Il vero genera gioia e il falso tristezza: quando incontriamo persone autentiche o quando ci sforziamo di essere sinceri, proviamo in noi una gioia profonda e veniamo attratti da queste persone. Tutto questo ci fa sentire di appartenere a Qualcuno che è la fonte del vero e del bello. In ciascuno c’è un terzo orecchio che ci apre al trascendente.

Nelle varie epoche storiche il trascendente è stato sempre presente (magari con vari nomi) e ha rappresentato il mistero desiderabile di ciascuno, magari in una terra promessa, in una felicità futura, in una giustizia universale, in un paradiso per l’uomo. In tutti i popoli questo trascendente è stato considerato come il desiderio più grande, il bene assoluto verso cui tendere. Il grande poeta e filosofo spagnolo Fernardo Rielo (1923-2004) afferma: «L’essere umano è una creatura finita aperta all’infinito». Tutto questo è il mare, la legge iscritta nell’umanità verso la quale il mondo si muove: l’amore specchio della Verità dell’amore di Dio.

 

In burrasca

La burrasca è la storia che si evolve. Guerre, contrasti, ingiustizie, rendono agitato il mare. Quando c’è burrasca c’è molta agitazione e presi dallo spavento e dalla paura cerchiamo di contrastarla, usando però i sistemi sbagliati. Anche la burrasca ha le sue leggi: si alimenta col vento e diventa sempre più forte; più la si contrasta con la forza, più aumenta la sua minaccia. Questa è la regola della burrasca della storia che, alimentandosi con le ingiustizie, con i poteri e con il male, porta nel proprio vortice la barca verso la deriva… e noi, spaventati, vorremmo fermarla, ma con altre ingiustizie perpetuiamo gli stessi errori, continuando a far girare la barca all’interno della burrasca.

Siamo stolti se pensiamo che la legge del più forte, del bullo, del potere possa vincere. Ma non ci siamo ancora convinti? Guardando infatti retrospettivamente la storia ci accorgiamo come i prepotenti, i dittatori, i dominatori siano tutti finiti male, e vengono ricordati come persone che hanno remato contro l’umanità. Cosa aspettiamo, che la Barca affondi? Per fortuna la barca è sorretta dal mare (Dio scrive leggi d’amore eterne, indipendenti dalle varie burrasche). E allora cosa fare?

 

Papa Francesco: la bonaccia

Non ci siamo ancora convertiti all’amore. Pensiamo ancora che amare sia tipico dei deboli, degli indifferenti, di quelli che non sanno cosa fare. No, l’amore si veste delle armi della battaglia, con la denuncia delle ingiustizie, con la misericordia del tenace, con la saggezza e l’umiltà, ma anche con la consapevolezza del bambino che confida nell’aiuto di chi ci ha creati, che ha scelto di illuminarci e accompagnarci. Occorre combattere con le armi dell’amore la burrasca di questa storia che viviamo. Papa Francesco ci ha indicato il cammino: le periferie, le miserie, gli ultimi, la coerenza, l’accoglienza. Il giubileo della misericordia ci ha dato questo slancio.

Se fossimo intelligenti non dovremmo fare altro che prendere il largo, per gettare le reti dove Dio in noi, illuminandoci, potrà conquistare i cuori induriti all’amore. Ma forse non ci crediamo? Sì, forse non ci crediamo, perché per credere occorre l’umiltà di chi si inginocchia di fronte al bambinello del presepe, per scoprire l’innocenza della luce e la forza del niente amoroso. Ma se faremo cosi, statene certi, vinceremo, perché abbiamo dalla nostra parte la realtà più intelligente che esista: Dio sapienza e intelligenza infinita.

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Società

Crepet è sempre Crepet

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Ho letto l’ultimo libro di Crepet: Vulnerabili. Alcune cose le condivido, altre meno. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa lei…


Il retro di copertina del suo ultimo libro, Vulnerabili, ritrae Paolo Crepet con lo sguardo pensoso, un po’ melanconico, ma con quella sottile luce di speranza che nostalgicamente traspare dagli occhi. Sì, perché il grande psichiatra e sociologo è sempre lui, Crepet, con quella sua pacata e passionale riflessione sulla vita, sul mondo, sulle cose, sugli eventi. Ho avuto il grande privilegio di conoscerlo in occasione di una conferenza in quel di Lamezia Terme, dove entrambi eravamo stati invitati come esperti per parlare ad una folta schiera di insegnanti e operatori sociali. Ed è stato un vero piacere ascoltare questa grande persona, mentre con competenza e passionalità sviscerava le sue idee circa l’educazione e incantava la platea con il suo modo di fare. Una modalità autentica, passionale, vera, frutto di anni di lavoro e di studio. Che non si smentisce neanche nel libro Vulnerabili: una riflessione a tutto campo sulla pandemia come esperienza dolorosa, sconvolgente, che però, se siamo attenti, può essere anche foriera di qualcosa di buono. «Dobbiamo avere coscienza che ogni evento del cammino dell’umanità, per quanto terribile e funesto, contiene una lezione utile non soltanto a chi è sopravvissuto, ma anche e soprattutto a chi nascerà quando tutto quello che stiamo drammaticamente vivendo sarà entrato nella memoria di una narrativa passata […] L’epidemia che ha colpito il pianeta non deve essere considerata soltanto come un’enorme emergenza sanitaria , ma anche come occasione di un grande cambiamento antropologico dal quale verranno anche alcune opportunità» (pg 163-164). Il suo contributo di idee e riflessioni, Crepet ce lo presenta nei sedici capitoletti del libro, dove sviscera a 360 gradi le problematiche più evidenti che la pandemia ha messo in luce. Questo virus, cosi piccolo, nascosto, imprevedibile, non è infatti solo causa di angoscia, morte e malattie, ma anche di “convivenze forzate”, di scoperte di relazioni che avevamo dimenticato, insomma di una vulnerabilità che ci porta a riflettere maggiormente sui mali che affliggono il pianeta. Il libro ci invita a riflettere, ad evitare le facili scorciatoie o le soluzioni populiste, perché solo con lo sforzo e la riflessione possiamo cogliere la tragica lezione che il virus ci sta dando. E, da libero pensatore, condanna tutti quelli che ritengono solo una parentesi tutto quello che sta succedendo. Invita invece a cogliere in profondità i pericoli che la pandemia ha messo in luce: il mondo malato di individualismo, il clima che agonizzante inizia a sconvolgere il pianeta, la tecnologia digitale che, se non controllata, rischia di fagocitare i sentimenti e le relazioni più significative come l’amore, la tenerezza, l’abbraccio, la superficialità di chi si dimentica del passato e racchiude tutto in un presente emotivo ed egocentrico, relegando gli anziani in un angolo tecnologico e sicuro come le case di riposo. Ammirevoli sono anche i ricordi e le testimonianze del suo lavoro di psichiatra, quando trasferitosi ad Arezzo inizia la battaglia contro i manicomi seguendo la scia luminosa del grande Franco Basaglia. Particolarmente toccante è la riflessione sui bambini e sulla scuola del capitoletto XIV lettera ad una maestra: qui il miglior Crepet si prodiga a tutto campo nella difesa dei bambini e del loro sviluppo evolutivo. «È affiorato, grazie al coronavirus, un mio vecchio sospetto: al fondo, le civiltà più progrediscono e più accrescono la loro “pedofobia”, ovvero covano un latente sentimento di alienazione, quasi di avversione, nei confronti dei più piccoli (la diffusione degli alberghi Children free ne è una prova inconfutabile). Non credo sia un caso se, più aumenta e si diffonde il benessere, sempre meno bambini si mettono al mondo e quando poi quei pochi cominciano a crescere, non sappiamo e non vogliamo perder tempo per educarli». Mi sembra che in questo passaggio si riconosca il miglior Crepet, paladino delle generazioni future, perché qui traspare non solo l’anima inclusiva di tutti, ma anche la persona protesa verso il futuro. Il libro dunque è da una parte una denuncia appassionata dei mali che ci affliggono col rischio di delegare tutto alla tecnologia digitale come panacea, a scapito della riflessione, del contatto fisico, della partecipazione relazionale ed emotiva dell’incontro, del rispetto dei tempi dell’ascolto, della parola, e dall’altra un accorato appello a riflettere sulla lezione che la pandemia porta con sé. Crepet ci lascia questo messaggio: la vulnerabilità è una fatica ed una evidenza della nostra natura umana, ma anche una memoria incisa nella carne che ci può spingere, mediante il ricordo di chi ci ha preceduti, a utilizzare il meglio di noi, ove la fatica e la sofferenza possono essere sfruttati al meglio. Forse, il limite del libro è che la speranza sembra un po’ messa in angolo e solo a sprazzi appare come possibilità di riscatto. Per questo, nel ringraziare Crepet per questa sua ultima fatica, si invitano tutti a raccogliere l’eredità che le persone migliori ci hanno lasciato con l’attenzione fiduciosa verso le nuove opportunità che sempre, nonostante la sofferenza e del coronavirus, si aprono all’orizzonte.  
Psicologia

Paura e film horror

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Cosa fa si che uno sia attratto da un video horror? Che dire di chi pensa che non fa male essendo finto? Oreste


La mia risposta sarà strutturata in due parti: una più descrittiva, riguardante il piacere di controllare la paura, l’altra più pedagogica, che riguarda l’opportunità educativa di vedere o no i film horror. Di fronte ad un film horror, la mente umana prova sensazioni di paura, sapendo però che tutto ciò è finto e non costituisce un pericolo reale. Gli studi ci dicono che se il nostro cervello capisce che tipo di paura stiamo provando e, dato che ne deriva che la situazione in realtà è sotto controllo, ne risulta che tutto ciò può essere piacevole Ma cos’è la paura? La corrente psicologica comunemente accettata la spiega come «diverse emozioni legate ad un processo psicologico che ci avvertono di possibili pericoli, stress o situazioni molto negative». Si tratta di sistemi che si attivano a livello fisiologico e comportamentale, dopo aver velocemente valutato una specifica situazione come minacciosa. In realtà risulta che dopo il primo sguardo, il nostro cervello è già consapevole del tipo di paura che ha risvegliato in noi. Infatti i nostri cervelli possono essere condizionati per avvertire una sensazione di paura di fronte ad uno stimolo che percepiscono come minaccioso. Il fatto è che questa paura può essere gratificante per alcune persone quando è avvertita in una situazione di controllo. Perché succede questo? Perché per alcune persone il film può dare sensazioni piacevoli? All’interno del nostro sistema limbico, in fondo al nostro lobulo temporale, si trova l’amigdala. Questa struttura subcorticale è incaricata di determinare se quello che stiamo provando è una “paura piacevole” o una “paura reale”. Di fronte ad una situazione che scatena questa emozione, possiamo reagire in modi diversi. A volte vogliamo correre, attaccare, scappare… In un modo o nell’altro, il nostro corpo reagirà liberando adrenalina e aumentando il livello di cortisolo e zucchero nel sangue. Ma questa forte scarica nel nostro organismo è positiva? Se ci troviamo in un ambiente controllato e la nostra mente è sicura al cento per cento del fatto che non c’è nessun pericolo reale, trasmetterà al corpo una forte sensazione di piacere, e potremo godere di questa sensazione consumando le sostanze liberate senza l’interferenza di alcuna minaccia reale. Questa esperienza fa si che di fronte alla paura, e al superamento di questa, il nostro cervello può provare una sensazione di autostima. Naturalmente tutto questo può essere gestito dalla persona adulta. Molto differente è l’opportunità di vedere film horror da parte di minori alle prese con il processo di identificazione e di crescita. Il rischio di stimolare processi imitatori e distorsioni particolari della realtà è in effetti molto alto. Non sono pochi i fatti di cronaca tragici che testimoniano la pericolosità di certi comportamenti fino ad arrivare alla perversione sadica e masochista. Pertanto:
  • Mai proporre film horror ai minori.
  • Evitare di cercare l’autostima gratificante mediante l’horror. È bene viverla in altri contesti più reali.
  • Tutto ciò non impedisce, per l’adulto che lo vuol vedere, di prendere visione qualche volta di un “buon” film horror, se questo può essere controllato
  L’importante è che tutto ciò non ci impedisca mai di stare nella realtà e di affrontare le paure, aprendoci alle paure degli altri che faticano a mantenerle sotto controllo.  
Psicologia

I bambini, il corpo e gli affetti in tempo di pandemia

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Si torna a scuola. A causa della pandemia, però, stiamo insegnando ai bambini tante cose sbagliate: la paura del contatto fisico con l’altro, la pulizia ossessiva delle mani, l’impossibilità di ridere e giocare insieme. Quali conseguenze avrà sulla loro psiche?


Quello che sta succedendo in queste settimane, lentamente ha ripercussioni sulla nostra vita sociale e personale. Prima della pandemia eravamo abituati a programmare la giornata, il tempo lo sentivamo al nostro servizio potendo spostarci e muoverci senza problemi. Questo ci dava la sensazione di governare la realtà e le cose. Ora non è più cosi, cambia la nostra vita di relazione. Dobbiamo stare attenti a tutto e a tutti. Sembra che sia la realtà a determinarci in modo preponderante. Per non parlare poi delle relazioni affettive e amicali. I rituali abitudinari delle manifestazioni degli affetti come la stretta di mano, il bacio, l ‘abbraccio, le carezze, sembrano quasi completamente scomparsi, sostituiti dal saluto col gomito o con la mano sul cuore. Tutto questo porta psicologicamente molti di noi a vivere sospesi, sempre sul chi va là, un po’ impauriti, quasi dandoci la sensazione di non essere mai a posto e di vivere in una terra straniera. L’io sembra indebolito e non manifesta più, come una volta, il proprio essere. Soprattutto la dimensione fisica e corporea ha subito uno smacco, perché costretta a ritirarsi, a starsene in un angolo, in attesa che la tempesta passi, che il virus venga definitivamente sconfitto. Chi ne soffre di più è il corpo. Si, perché col pensiero ce ne facciamo una ragione, mentre il corpo vorrebbe esplodere, manifestare fino in fondo la gioia di essere fratelli e sorelle, ma non può. Questo digiuno fisico, concreto, ci fa comprendere quanto sia importante e prezioso il nostro corpo. Esso non è solo la sede delle reazioni fisiche, ma il luogo concreto ove manifestiamo chi siamo! La psicologia dell’inconscio ha approfondito in modo sistematico il linguaggio dei corpi, arrivando a testimoniare come esso esprima, con i suoi movimenti e i suoi gesti, la realtà più profonda di noi. Gli studi hanno scoperto come ogni gesto, ogni sguardo assumono un significato, diverso e profondo, e fanno parte degli usi e costumi di ogni popolo e civiltà. I nostri figli, poi, abituati a esprimere in modo predominante la vicinanza amicale con i segni del corpo, sono sicuramente contratti e soffrono di questa limitazione. Insomma la pandemia ha messo in crisi, soprattutto nelle giovani generazioni, modalità relazionali ormai consolidate. Cosa fare? Nell’attesa che in qualche modo il virus venga sconfitto, è necessario, per quanto possibile, sostituire il corpo con lo sguardo o altre manifestazioni che non eravamo abituati a utilizzare, come la mano sul cuore, il sorriso, la strizzata d’occhi e soprattutto il linguaggio, la parola. Facciamo in modo che il linguaggio sia sempre meno volgare e spavaldo, che diventi invece sempre più civile e caloroso, carico di premure e di affetto. Meglio abbondare con parole d’affetto e di sostegno che con continue lamentele e denigrazioni. Allora il “buon giorno” a scuola, il sorriso, l’interesse sincero per come va, insomma l’attenzione ad altre piccole premure, anche se non sostituiscono in modo completo l’abbraccio e il bacio amicale, possono comunque farci sentire insieme nel vivere e farci riconquistare la terra, la nostra terra, dove abitiamo come veri figli di Dio e fratelli fra noi. Tutto ciò nell’attesa di abbracciarci tutti di nuovo, perché, nonostante le fatiche, questo è il desiderio struggente in ciascuno di noi. Un abbraccio di cuore a tutti voi.  
Società

Primo giorno di scuola ai tempi del Covid

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Sono molto preoccupata per il ritorno a scuola. Ascoltando la tv, l’impressione è di una gran confusione… Come saranno accolti i bambini? Una mamma


Il primo giorno di scuola è sempre stato per bambini e ragazzi un momento importante, per vari motivi dovuti soprattutto alla novità, alla curiosità e alle attese. Infatti le emozioni che bambini e ragazzi vivono sono molteplici, a seguito di vari fattori:
  • desiderio di incontrare gli amici o i nuovi compagni dopo le vacanze
  • novità (soprattutto per i bambini di prima elementare, della scuola dell’infanzia e i ragazzi di prima media) per le nuove conoscenze, accompagnata da un certo timore e da varie attese.
  • tensione determinata dalla paura di “fare brutta figura”, per la consapevolezza del giudizio degli altri che incomincia ad essere importante, soprattutto per i ragazzi delle medie.
  • timore e curiosità rivolta alle nuove insegnanti, che comunque rimangono sempre figure adulte di riferimento verso le quali render conto.
Sappiamo che per moltissimi anni è stato così e soprattutto la pedagogia moderna è andata sempre più raffinandosi, strutturando momenti di accoglienza particolari con attenzioni pedagogiche ai bisogni dei bambini e dei ragazzi. Ma… oggi c’è il coronavirus, questo piccolo, minuscolo nemico col quale dobbiamo fare i conti. E che conti! Assistiamo alla televisione ad un fermento, un subbuglio, un’agitazione per garantire in salute e sicurezza l’inizio dell’anno scolastico. Tutto ciò è corretto, perché è necessario tutelare la sicurezza e la salute di tutti. Ma, chiediamoci, per i bambini e i ragazzi come sarà questo primo giorno al tempo del coronavirus? Sappiamo che la tensione è molto alta in quanto i ragazzi vengono da un periodo di assenza che ha interrotto i rapporti diretti. In più, il desiderio di incontrarsi è fortissimo e le aspettative molteplici, mentre le raccomandazioni dei genitori sui rischi del contagio e sulla prudenza che devono mantenere rimbombano nelle loro teste. Per non parlare delle insegnanti che, pur con le loro caratteristiche specifiche, sono tutte alle prese con un carico d’ansia di gran lunga maggiore rispetto agli anni precedenti, dovuto a:
  • Il timore del contagio
  • La responsabilità nei confronti dei bambini
  • La paura di portare il contagio ad altri e anche ai loro famigliari
  Insomma si può ben dire che la tensione è alta, particolarmente alta. Chiediamoci: cosa fare? Cosa è giusto per i bambini e per i ragazzi? Come strutturare l’accoglienza? È stato Konrand Lorenz (1903-1989), premio Nobel per l’etologia ad aprirci la strada sull’importanza dei primi contatti, delle prime relazioni scoprendo e studiando quel fenomeno particolare da lui chiamato imprinting. L’imprinting è quella prima esperienza che si struttura durante l’incontro e che tende a mantenersi a lungo e a determinare gran parte del resto della relazione. Curare bene l’imprinting allora significa, nel nostro caso, curare bene questa prima relazione. Gli studi di psicologia evolutiva inoltre ci confermano che, per quanto riguarda i bambini e i ragazzi, è importante che questo primo giorno soddisfi tre bisogni fondamentali:
  1. accoglienza: i bambini devono sentirsi accolti e ben-voluti. Devono sentire che, nonostante tutto, è bello stare insieme. A questo proposito è importante esporre all’interno della scuola, della classe, un cartello, un disegno, una frase accogliente e soprattutto l’appello iniziale deve durare molto, in quanto è bene che l’insegnante chieda al bambino come è andata, come sta… insomma che i ragazzi si sentano accolti nel loro vissuto.
  2. responsabilità: i bambini e i ragazzi hanno il diritto di sapere la verità. Sarà importante parlare del Coronavirus con parole adeguate, facendo riferimento alla scienza. È importante però che questo venga fatto una volta sola, ripeto una volta sola. Questo per evitare di aumentare la tensione e soprattutto , dire ai ragazzi che se vorranno potranno chiedere tutto quanto ritengono giusto sapere.
  3. motivazione: i bambini e i ragazzi devono sentire che ci si fida di loro e che loro sapranno far bene. Devono sentire che in loro c’è la capacità di impegnarsi, di raggiungere dei risultati e che, se per caso sbaglieranno, potranno sempre recuperare.
Tutto ciò dovrà essere fatto lasciando spazio alla fantasia e all’inventiva delle insegnanti. Per realizzare tutto questo, l’insegnate ha uno strumento, lo strumento più importante degli esseri umani: la parola. L’utilizzo corretto della parola è di estrema importanza per la riuscita della relazione e del rapporto. Parlare è importante perché aiuta ad elaborare l’ansia e a trovare forza e risposta dentro di se. Il parlare allora dovrà contenere tre concetti che corrispondono ai tre bisogni dei bambini e dei ragazzi:
  • l’empatia, che corrisponde all’accoglienza. Il bambino deve sentire che l’insegnante è con lui, che lo comprende. Questo lo può manifestare dicendo: sono molto contenta di cominciare con voi… e va detto anche se magari c’è un po’ di trepidazione, di tensione.
  • la realtà, che corrisponde alla responsabilità. Descrivere quello che sta succedendo senza allarmismi e nella verità, ma lasciando liberi di fare domande.
  • il sostegno, che corrisponde alla motivazione. È il più importante perché dimostra che l’insegnante si fida delle capacita dell’alunno e invita l’alunno ad entrare dentro di se e a scoprire le sue risorse. L’insegnante può terminare quanto sta dicendo affermando: «sono sicura che voi saprete come fare, che troverete voi il modo giusto di rapportarvi e di stare a scuola, che ve la caverete».
  Se faremo così allora forse si riuscirà nell’intento fondamentale in questo periodo: quello di non togliere la paura, ma dare la possibilità di gestirla in modo intelligente e semplice.
Società

La persona carcerata

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Va bene la fraternità, ma non pensa che i responsabili di delitti terribili meritino il carcere a vita?  


Mi è capitato varie volte di andare nelle carceri per visitare i detenuti. In qualità di psicologo ho parlato loro della sofferenza e del riscatto. Ho avuto con loro anche vari colloqui personali. Dai loro racconti ho potuto comprendere un forte senso di colpa per quanto commesso. Insieme a una fatica per trovare la forza per riscattarsi, dovuta spesso al luogo deprimente e inumano ove vivevano. Di solito negli articoli che scrivo, non mi occupo di politica in senso stretto. Ma se la politica più alta riguarda il governo della città, dello Stato e delle Istituzioni, allora questo vuol essere un articolo politico. Costatiamo che alcune istanze portate avanti dai Radicali, inerenti il loro impegno continuamente prodigato in favore dei carcerati, sono importanti per un Paese che vuol mettere al centro il vivere civile. Il sovraffollamento delle carceri, la vita che molti detenuti conducono in luoghi spesso fatiscenti e insufficienti, sono un segno preoccupante per una società che si professa civile. E per favore smettiamola con la retorica: «Tutti in galera e buttiamo via la chiave». Forse non ci rendiamo conto della disumanità di questi luoghi. E non mi riferisco al personale carcerario, al quale va tutta la nostra stima per il loro duro lavoro. Mi riferisco, invece, a queste strutture vecchie, e ai metodi rieducativi ancora troppo inadeguati. Anche se tutti, in questo periodo, siamo allo prese con una pandemia che ci coinvolge, non dimentichiamoci di loro, delle persone in carcere. Mi sembra che sia importante una vera riforma carceraria, che preveda non solo pene e luoghi alternativi alla prigione, ma anche spazi e metodi che siano in grado di aiutare queste persone nel riscatto sociale, nel loro desiderio più profondo di tornare a essere persone libere. Perché sempre la vita merita di essere vissuta, sempre.
Società

Elogio della fragilità

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Certi giorni, per il susseguirsi di avvenimenti negativi, mi sento proprio niente e perdo la speranza. Lei come fa a mantenerla?


Forse ci eravamo illusi: di fronte all’enorme progresso determinato dalla scienza e dalla tecnica, con le innumerevoli scoperte che hanno permesso una miglior vita sul nostro pianeta, abbiamo pensato che la felicità era a portata di mano. Forse ci sentiamo fortemente scoraggiati adesso che un semplice virus, circolando in modo silenzioso e nascosto, causa innumerevoli vittime e problemi giganteschi in termini di convivenza e di socialità. Eppure è sempre grazie alla scienza e alla tecnica che possiamo trovare il modo di riappropriarci del nostro convivere, cercando non solo di evitare il peggio e di alleviare l’enorme sofferenza che la pandemia sta procurando, ma anche di trovare il vaccino necessario, con la speranza di una definitiva vittoria. L’esperienza ci rende coscienti che altre minacce e altri problemi potranno affacciarsi all’orizzonte, ove la scienza e la tecnica potranno soccombere e ricevere ulteriori sconfitte. Insomma la vita ci dice che la fragilità fa parte del nostro sistema di vita e quindi è importante imparare a conviverci. Anzi, l’essere umano è tale anche grazie alla sua fragilità. È stato il grande poeta e filosofo spagnolo Fernando Rielo a ricordarci che «l’essere umano è una persona finita aperta all’infinito». La storia ci insegna che siamo “finiti”, limitati, fragili, e contemporaneamente desiderosi di vincere, di progredire, di vivere nel migliore dei modi possibili. Tutto ciò è straordinario e tragico allo stesso modo. Straordinario in quanto si intuiscono le enormi possibilità in mano alla persona e quanto ancora potrà scoprire e progredire. Tragico perché molte altre sconfitte e sofferenze si affacceranno all’orizzonte in una lotta senza limiti. Di fronte a tutto questo, forse è importante mantenere un profilo umile e intelligente, in grado di aiutarci a vivere bene il tempo che ci viene offerto. È importante, a mio avviso, non inorgoglirci troppo per le scoperte e le conoscenze, sapendo che tutto è provvisorio, ma al contempo non deprimerci per le sconfitte che sono da mettere in contro. Ecco perché il rapporto con Dio ci può aiutare. Tale rapporto non schiaccia la nostra vita, ma ci aiuta a cogliere l’essenziale e la strada nel percorso: amare fino in fondo tutto e tutti, con particolare predilezione verso i più fragili. Al contempo sapere che Qualcuno ci ama e ci aspetta, pur con tutte le nostre fatiche, per realizzare il desiderio struggente di felicità nascosto in ciascuno. Scopriremo in questo modo che la fragilità può diventare la molla per scoperte più grandi, per altruismi maggiori, per andare verso una maggior uguaglianza e solidarietà fra tutti. E non è questo il desiderio di Dio: diventare sempre più la Sua famiglia?
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