Esordio azzurro pallido, tra scetticismo e speranza

Da ieri sera questa Italia ha qualche innamorato in più: il pareggio va bene non carica di attese e dà ossigeno alle speranze.
mondiali

Non si può negare che gli azzurri erano arrivati in Sudafrica accompagnati dal consueto italico disincanto: “Sarà un disastro!”. Un paese che vanta 60 milioni di commissari tecnici si era lasciato andare per settimane a funeree congetture ed a catastrofiche previsioni.

 

Ora, dopo l’esordio al mondiale sudafricano contro il Paraguay, in molti, quasi tutti, potranno ribadire il loro: “L’avevo detto”. Quelli che avevano definito la squadra priva di qualità, ma erano certi della carica agonistica, quelli che vedevano un attacco spuntato, ma un valido possesso palla, quelli che sapevano che i vecchi non avrebbero mollato e che i giovani avevano personalità. Da ieri sera questa Italia azzurra ha qualche innamorato in più: gli scettici non hanno più la maggioranza, gli ottimisti hanno messo fuori il naso.

 

L’esordio migliore che ci si poteva augurare, dopo il coro fastidioso, quanto le vuvuzelas, dello scetticismo era proprio un pareggio con il Paraguay, l’ostacolo più duro, almeno sulla carta, della prima fase. Saranno i gol a Nuova Zelanda e Slovacchia a decidere il primato nel girone. Va bene il pareggio non solo perché si è visto un gruppo in crescita rispetto alle amichevoli delle ultime settimane, ma anche perché i ragazzi sono sembrati fisicamente tonici, motivati e ben disposti in campo. Ma il pareggio va bene soprattutto perché dà ossigeno alle speranze, senza caricare gli azzurri di eccessive attese.

 

Quello che non convince è la sterilità dell’attacco: un solo goal nelle ultime sei partite porta la firma di un attaccante. Delle punte schierate nessuna ha fatto ieri sera un tiro in porta: un problema di gioco, ma anche di giocatori. In questi giorni, al ritiro delle pagelle, molti genitori si sono sentiti dire: “Il ragazzo ha talento, ma deve metterci più impegno.” L’esordio di ieri al mondiale ha messo in luce che non è l’impegno che manca agli azzurri, è proprio il talento. Il cuore messo in campo ha per ora colmato le evidenti lacune tecniche. Basso profilo, buon senso, intelligente autocritica ci aiuteranno ad andare avanti con fiducia: ma se non si riuscirà ad andare più spesso sottoporta ed a mettere in campo una maggiore creatività, sarà difficile riuscire a trasformare in goal tanto ardente impegno. Il debutto è sempre stato un incubo per i nostri colori e la disistima preconcetta prima del Mondiale dei tifosi azzurri è proverbiale: ora che il ghiaccio è rotto è lecito sperare qualcosa in più. Dove arriveremo? Dopo aver visto giocare Olanda, Inghilterra e Francia, covare qualche timida speranza non pare da illusi.

 

I media italiani invitavano, alla vigilia, a ricordarci che i campioni del mondo siamo noi: purtroppo la gloria passata non fa punteggio sul campo e la tentazione di fare confronti non aiuta. Sfidiamo i lettori a riconoscere per strada tutti i ragazzi scesi in campo ieri con la maglia azzurra: molti di loro passerebbero inosservati. Molti di loro non hanno un nome così grosso da far vendere telefonini, schiume da barba o acque minerali.

 

In Sudafrica sono in campo accanto a veterani carichi di gloria quanto di acciacchi: insieme queste due mezze Italia (la giovane e la vecchia) sono chiamate improvvisamente ad essere una squadra. Rendiamoci conto che sono ritagli di un campionato che vede allargarsi sempre più, di anno in anno, la forbice tra i club che possono permettersi di fare razzia sui campi di tutto il mondo, senza attenzione ai giovani talenti nostrani, e le squadre che devono accontentarsi dei saldi di fine carriera. Se cominciamo a rendercene conto, la truppa dei  60 milioni di italiani che si sentono commissari tecnici comincerebbe a sfoltirsi.

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