Enrique Shaw: imprenditore, padre e santo

 In Argentina si ricordano i 100 anni dalla nascita di un cristiano fuori dal comune, sposato e padre di 9 figli, dotato di uno spiccato senso della responsabilità sociale
Enrique Shaw (da Wikipedia)

Dalla Ville Lumière alle Ande. Potremmo intitolare così la biografia di quest’uomo a 100 anni dalla sua nascita. Enrique Shaw ha lasciato una scia di luce negli affetti famigliari, in chi lo ha conosciuto, ma anche tra coloro che come lui hanno passione per il bene comune, per il fare impresa. Oggi avanza il suo processo di beatificazione, ma ancor più avanza la sua idea di azienda, di economia, di responsabilità sociale.

Shaw nasce a Parigi nel 1921, ma vi resta appena due mesi. La sua famiglia si trasferisce a Buenos Aires – dove vivrà tutta la sua vita –, nei pressi del conosciuto Plaza Hotel, realizzato dal nonno materno, e a pochi passi dal cuore della grande capitale argentina.

Sarà un alunno brillante di una scuola dei padri Lasalliani, per poi a 14 anni fare ingresso come cadetto alla scuola navale. Non certo per una passione per la vita militare, quanto per il desiderio di forgiare la sua personalità con disciplina e austerità. In lui era già presente il germe di una vita cristiana che si preparava a fermentare.

Nel 1943 sposa Cecilia Bunge. Nel ’45 lascia la marina, nel cuore ha maturato una missione come laico, quella di portare il Vangelo nel mondo. E per questo decide di andare a lavorare nella fabbrica della conosciuta Cristalleria Rigolleau, dove resterà 16 anni. Si prepara ad essere un dirigente, ma comincia dalle mansioni operaie, gomito a gomito con i lavoratori. Ne discute con amici e compagni di lavoro, con i sindacalisti ed è dell’idea che l’azienda è una comunità di vita, dove tutti aiutano a produrre ricchezza.

Si era in pieni anni 40 ma in Shaw prendevano già forma i concetti di responsabilità sociale dell’azienda. Nel frattempo era diventato gerente generale della cristalleria. Conosceva uno a uno tutti i lavoratori, che erano 4 mila. Frequentava i forni, gli stabilimenti, usciva dal suo ufficio. E nemmeno si limitava alla sua attività. Diede inizio all’Università cattolica argentina, fu fondatore e primo presidente dell’Associazione cristiana di dirigenti d’azienda.

Passava dal problema del singolo operaio, del quale si interessava con scrupolo, alle questioni ecclesiali del momento o politiche, promovendo il decreto legge per gli assegni famigliari. Erano anni in cui Argentina e Uruguay indicavano al mondo intero cosa fosse il welfare. La sua coerenza come cristiano gli riservò anche il carcere per aver difeso la Chiesa dagli attacchi del governo di Perón quando intraprese una politica ostile, al punto da proibire i presepi.

In casa era un papà gioviale, allegro, la gioia dei suoi 9 figli. «Credevamo che tutti i papà fossero come lui – racconta Sara, una delle figlie, in un documentario –, ma conoscendo altre famiglie mi resi conto che lui era speciale. Entrava in casa fischiettando, tutto cambiava quando arrivava».

Cominciarono i tempi difficili. Dopo il boom argentino si annunciavano tempi di crisi. Dagli Usa giunse l’ordine di licenziare 1.200 lavoratori. Shaw non ebbe dubbi e minacciò con la sua rinuncia. L’azienda doveva ottenere utili, ma mai al prezzo della dignità dei lavoratori.

E giunse anche la più inattesa delle notizie: era affetto da una grave malattia, un melanoma. Chi fosse per i suoi operai lo dimostra il fatto che più di 260 donarono sangue per lui. «Nelle mie vene ora scorre sangue operaio» commentò contento. Le cure purtroppo non poterono evitare che la malattia facesse il suo corso. Shaw spirò il 27 agosto del 62. Aveva appena 41 anni.

La morte non ha potuto impedire che la sua presenza sia più viva che mai, quella di un cristiano il cui pensiero si apre spazio tra quanti lo studiano e lo ricostruiscono: la disoccupazione è un male morale, la corruzione significa frodare la democrazia, per superare le differenze era necessario tendere ponti, senza giustizia non c’è pace.

Le sue ultime parole, sul letto di morte, evocano una massima del napoletano Antonio Genovesi, il primo titolare di una cattedra di economia della storia: «Posso morire felice, perché ho fatto felice gli altri». E tra i luoghi della felicità, Shaw annoverava anche l’azienda.

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