Educare alla buona vita

Nel disorientamento vissuto dalle famiglie, associazioni e movimenti insieme per vincere la sfida dell'educazione.
monsignor Crociata
La Chiesa italiana punta ai giovani e chiama a sé tutte le comunità educanti presenti sul territorio, dalle parrocchie alle realtà associative ai movimenti, per tessere una rete, mettere a confronto esperienze, idee e progetti. In una parola: intraprendere insieme l’ardito cammino di crescere con i giovani nella vita, nella fede. Si è svolta mercoledì 17 novembre alla Domus Mariae di Roma una delle tante Giornate di riflessione che la Cei sta organizzando attorno agli Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020 che ha per tema, appunto, Educare alla vita buona del Vangelo. A riempire l’auditorium ci sono stati gli assistenti delle associazioni e dei movimenti giovanili: Azione Cattolica, Agesci, Csi, Gifra, Movimento dei Focolari, Gioc, Nuovi Orizzonti, salesiani, solo per citare alcuni partecipanti.

 

Ad aprire la giornata è stato mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, che ha subito manifestato «l’apprezzamento e la stima che i vescovi italiani» nutrono per l’azione pastorale che le varie realtà associative svolgono in campo educativo. Nel suo intervento, mons. Crociata ha rivelato tutta la serietà e l’impegno con cui la Chiesa italiana sta intrapredendo questo percorso. Con il coraggio di mettersi in discussione, farsi interrogare dai segni dei tempi, guardare al futuro.

 

Chi è l’educatore? È – ha detto Crociata – una persona capace di lasciare libero l’altro, «di sopportare il peso della libertà dell’educando, ma senza rinunciare a offrire una visione della vita, a suscitare una decisione, ad attestare un senso dello stare al mondo». È poi una persona capace di accostare la proposta di un progetto di vita alla testimonianza perché «nel compito educativo l’efficacia della parola deve passare al vaglio del gesto, al vaglio dell’eloquenza dei fatti, l’unica a risultare veramente intelligibile e credibile».

 

Di qui l’ultimo «binomio», quello «tra insegnamento e disciplina contro ogni possibile deriva intellettualistica. I ragazzi – ha detto mons. Crociata – crescono prima che ascoltando parole e concetti, facendo, vivendo, praticando perché l’educazione si compie quando diventa cammino di cui il giovane è soggetto».

 

La giornata è poi proseguita con i gruppi di lavoro. Nessuna relazione. Nessun intervento preordinato in scaletta, ma libero scambio di opinioni per condividere esprerienze vissute sul campo, nonché esigenze e preoccupazioni. Segno di un progetto – quello aperto dagli Orientamenti pastorali – che vuole aprirsi a più soggetti.

 

C’è allora chi ha sottolineato il disorientamento educativo vissuto dalle famiglie rispetto ai valori e ai punti di riferimento. Chi ha definito il compito educativo «non uno sforzo da compiere, ma qualcosa di bello da proporre ai giovani, un progetto di uomo da testimoniare, una proposta da accettare come sfida». E chi ancora ha definitivo «indispensabile» che ad educare sia la comunità. «Una sfida – è stato detto – in un tempo in cui prevale piuttosto uno stile di vita individualistico». E poi sono state ricordate e condivise anche tante «criticità». «Ci dobbiamo chiedere – diceva qualcuno – perchè i giovani, lasciati liberi nel loro discernimento, poi alla fine scelgono altro».

 

«L’educatore – ricordava mons. Crociata – è un testimone della verità, della bellezza e del bene, cosciente che la propria umanità è insieme ricchezza e limite. Ciò lo rende umile e in continua ricerca. Educa chi è capace di dare ragione della speranza che lo anima ed è sospinto dal desiderio di trasmettera». Il cantiere è aperto. Ci sono dieci anni per costruirci qualcosa dentro di duraturo e fruttuoso. 

 

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