Economia, investire nella cultura per ripartire

Ha avuto poco spazio nella commissione Colao e negli Stati Generali. Ma la cultura è fondamentale per la ricostruzione italiana nello scenario post-pandemico. Gli investimenti restano sotto la media Ue
Cultura. Protesta lavoratori dello spettacolo Mauro Scrobogna /LaPresse

In questo periodo difficile in cui sono cambiate tante cose del nostro modo di vivere, alcune in misura importante e con tutta probabilità permanente, anche il rapporto tra gli italiani e la cultura ha subito un’evoluzione che avrà un’influenza sensibile sul futuro del nostro Paese e della nostra società.

L’Italia è un Paese diviso in due quanto ad accesso alle opportunità culturali: se un italiano su due frequenta con qualche regolarità teatri, musei, biblioteche, legge libri e ascolta musica, per un italiano su due questa rimane una possibilità remota.

Questi dati sono purtroppo tra i peggiori d’Europa quanto a livelli di partecipazione culturale, collocandoci sotto la media dell’Europa a 28 Paesi (non abbiamo ancora dati relativi al periodo post-Brexit).

Partendo da questa non incoraggiante situazione, si sarebbe portati a credere che la cultura non abbia giocato un ruolo importante nel periodo del lockdown e a maggior ragione non possa giocarlo negli scenari futuri che ci aspettano. Eppure, ascoltando anche distrattamente le dichiarazioni di esponenti di spicco dell’attuale governo, la sensazione che si ha è ben diversa: si parla infatti di un possibile futuro per l’Italia da costruire a partire dalla cultura, la creatività e il turismo come pilastri di un nuovo modello di sviluppo.

Come è possibile riconciliare questi elementi così palesemente contraddittori? In realtà è presto detto: l’Italia è un Paese a cui piace pensarsi come centro di eccellenza mondiale in fatto di cultura, tanto da ambire, sempre per rifarsi ad un linguaggio già utilizzato dai nostri rappresentanti istituzionali, ad un ruolo di “superpotenza culturale”.

Purtroppo, al di là delle dichiarazioni di principio, nella realtà dei fatti la cultura in Italia continua a restare palesemente trascurata nelle scelte politiche. Basti pensare come il gruppo di lavoro presieduto da Vittorio Colao non comprendesse alcun esperto di materie culturali, e come, negli Stati Generali da poco conclusisi, le voci della cultura che sono state ascoltate fossero un campionamento di figure sicuramente autorevoli nei loro rispettivi ambiti creativi e professionali, ma ancora una volta totalmente mancanti di una rappresentatività di figure e competenze legate al funzionamento e alla gestione delle istituzioni e dei sistemi di produzione e partecipazione culturale.

Eppure la cultura ha dimostrato, proprio durante la fase più acuta della crisi pandemica, il suo ruolo insostituibile all’interno della nostra società. In un momento in cui le possibilità di relazione erano state drammaticamente ridotte dal lockdown, l’accesso ai contenuti culturali, reso possibile soprattutto dalla rivoluzione digitale ha non soltanto aiutato le persone a trascorrere il lungo tempo di reclusione domestica, ma ha dato un contributo molto evidente alla mitigazione degli effetti della reclusione sulla salute mentale.

Nelle città turistiche improvvisamente svuotate dai flussi dei visitatori, i cittadini hanno spesso fatto la fila, alcuni per la prima volta, per poter finalmente entrare a visitare i propri musei cittadini.  Sono segnali chiari che mostrano come in realtà ciò che manca davvero in Italia è una visione politica che faccia della partecipazione culturale un obiettivo prioritario su cui lavorare per dare vita ad un nuovo ciclo di sviluppo.

Il contributo della cultura non soltanto alla salute mentale ma alla salute tout court è oggi un tema di primario interesse della ricerca scientifica e comincia a scalare la gerarchia delle priorità delle politiche culturali di molti Paesi.  La cultura contribuisce in modo importante alla capacità innovativa di un Paese, alla sua sostenibilità socio-ambientale, alla sua coesione sociale.

E opera tutto questo non tanto per l’impatto economico che produce (per quanto si tenda a dare molta enfasi a questo aspetto in Italia, non è questo l’aspetto più rilevante), quanto piuttosto per l’effetto che essa produce sui nostri comportamenti: ci rende più sensibili e responsabili socialmente, e questo, ad esempio, ci rende più disposti a fare la raccolta differenziata e più curiosi verso la diversità culturale, che non avvertiamo più come una minaccia ma come un’opportunità di crescita della nostra esperienza del mondo.

Ma per produrre questi effetti, la cultura ha bisogno di essere praticata. Perciò, in un Paese in cui tutto parla di cultura (e non a caso l’Italia è il Paese più identificato con la cultura a livello internazionale), dei livelli di partecipazione culturale così bassi sono contraddittori quanto lo sarebbe, in un Paese con una grande tradizione culinaria, alimentarsi quotidianamente con cibo spazzatura (una contraddizione meno palese di quella culturale ma non del tutto assente nemmeno questa nel nostro Paese).

Per cui, quando la nostra politica ci prefigura magnifiche sorti progressive legate alla nostra eccellenza culturale, la prima domanda da porre sarebbe: ma come facciamo a raggiungere questi obiettivi in un Paese in cui la partecipazione culturale è così bassa, e cosa avete intenzione di fare per affrontare questa situazione?

Perché è vero che l’Italia, nello scenario post-pandemico, potrebbe dedicare una quota significativa delle ingenti risorse che ci verranno messe a disposizione per diventare un innovation leader su temi come il rapporto tra tecnologie digitali, patrimonio culturale e aree di impatto economico e sociale quali appunto la salute, la coesione sociale e la sostenibilità ambientale, ma per fare questo occorre che la nostra società sia consapevole e preparata ad affrontare questa sfida.

E proprio sfruttando questo momento di consapevolezza che si è creato attorno alla cultura con la crisi pandemica, e aiutando i nostri settori culturali a non essere spazzati via da una crisi che rischia di incidere su di essi molto più che in altri settori a causa dell’estrema frammentazione che li caratterizza, potremmo partire con il piede giusto. Così da iniziare finalmente a far sì che alle roboanti dichiarazioni seguano i fatti, e quindi le opportunità di sviluppo economico e sociale che tutti aspettiamo da troppo tempo.

Qui i contributi per il dibattito sul piano di rilancio per l’Italia

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