Dies natalis

Accanto ad una zia malata, proprio nella notte della vita per eccellenza. Una testimonianza.
Anziani malati

Non riesco a staccarmi dalla contemplazione di zia Rosa, immobile nel suo lettino d’ospedale. Lo sguardo torna e ritorna su questo volto solcato da rughe, senza quasi più espressione, su questo capo grigio affondato nel cuscino. Gli occhi, quasi sempre chiusi, si aprono lentamente ad una mia stretta di mano, ad un richiamo sommesso e delicato nel tentativo ormai disperato di raggiungere la sua coscienza al di là dello stato pre-comatoso: «Zia, sono io, Nicolino».

È così da cinque giorni per una emorragia celebrale che l’ha colpita mentre, già sofferente, stava trascorrendo un periodo a casa nostra, la sua vera famiglia, dato che lei non si è sposata. Questa notte sono io ad assisterla.

 

Il suo stato è irreversibile, non c’è speranza, data anche l’età (ha 74 anni): zia Rosa può morire da un momento all’altro, come può durare ancora diversi giorni. Cara zia… capirà quello che le sta accadendo, mi riconoscerà? A volte mi pare di sì, ma è solo una supposizione. Cessato il colloquio fatto di parole umane, ne è iniziato con lei un altro, più essenziale.

 

Mi riscuote, oltre la porta, un canto corale, dolce. È iniziata la messa nella piccola cappella dell’ospedale, da cui ci separa soltanto un corridoio. E assieme ai canti sia pur nel mormorio indistinto, posso seguire passo passo la celebrazione. La messa di mezzanotte, Natale. Non so, ma quest’anno mi sembra doppiamente Natale: per zia Rosa, innanzitutto, il cui dies natalis è cosi imminente (e se fosse questa stessa notte?), ma anche per me, per la mia famiglia a cui la partecipazione alla sofferenza di lei, sfrondando gli orpelli della festa, fa riscoprire il suo autentico messaggio.

 

Una creatura nella sua debolezza disarmante fa l’offerta di sé stessa, del suo essere, al Creatore, ritornando a lui. Quanto a me, non posso far altro che tenerle la mano tra le mie come ad accompagnarla per quest’ultimo tratto di viaggio, essere una presenza d’amore accanto a questo corpo che si disfa.

 

Ma davvero non posso far altro? Sarebbe così bello se zia Rosa si rendesse conto che, quasi contemporaneamente alla nascita di Cristo, anche lei sta “nascendo” a una vita più vera. Le stringo la mano inerte, scarna, la chiamo ancora: «Zia Rosa, sono Nicolino». Le palpebre si sollevano, esitanti: mi trovo davanti ad un abisso, il suo sguardo. Se mi riconoscesse, se comprendesse quello che le vado dicendo…

 

«Zia Rosa, potete capirmi? È Natale, è iniziata la messa di Natale: anche per voi. Vi vogliamo bene, zia. Sentite, cantano: canto anch’io…». E sussurro al suo orecchio le parole del coro, in sintonia con esso. Così, finché le palpebre come gravate da un peso enorme si chiudono. Auguri, zia, buon Natale.

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