Diamo lavoro, la politica attiva di Caritas Ambrosiana

La precarietà del lavoro è la causa principale della povertà delle famiglie. Nella seconda parte dell'intervista a Luciano Gualzetti, direttore della Caritas Ambrosiana, il percorso seguito a Milano, fin dalla crisi finanziaria del 2007, per affiancare le persone, oltre alla solidarietà di emergenza, nel riconquistare, con un lavoro degno, un ruolo attivo nella società
Lavoro di gruppo. Foto di Malachi Witt da Pixabay

Il lavoro minacciato da pandemia e guerra, Il rischio recessione, anche se Draghi ha detto che non avverrà nel 2022, è evocato, come prevedibile, dai due commissari europei per l’economia per dare seguito alle riforme annunciate. Come ha anticipato a La Stampa, con toni sommessi, l’italiano Paolo Gentiloni «siamo in un mondo molto diverso da quello di tre mesi fa. Oltre a distruggere l’Ucraina, l’invasione russa ha cambiato verso all’economia mondiale».

Sono parole che fanno presagire un nuovo impatto sulla crescita del disagio sociale e della povertà delle famiglie che, quando non viene esibita in maniera pietistica, è solitamente rimossa dal dibattito politico. Il bonus governativo da 200 euro previsto per i redditi medio bassi non può coprire, come tutti possono immaginare, l’enorme rincaro dei costi energetici e dei beni alimentari.

Che fare? Nella prima parte dell’intervista a Luciano Gualzetti, direttore della Caritas Ambrosiana, abbiamo parlato del sovraindebitamento delle famiglie e degli effetti, nel contrasto alla povertà, del Reddito di Cittadinanza, la controversa misura introdotta da primo governo Conte alla vigilia della pandemia da Covid.

Continuiamo il dialogo con Gualzetti, che è anche presidente della Consulta nazionale anti usura, partendo dall’affermazione di papa Francesco, a partire dalla parabola del Samaritano, che invita non solo a soccorrere chi è rimasto a terra, perché bastonato dai ladroni, ma anche ad agire sulle cause che producono vittime e carnefici.

Cosa vuol dire concretamente, oggi, agire per rimuovere le ragioni dell’iniquità?

Lavoro precario Cecilia Fabiano/ LaPresse

Occorre anzitutto fare advocacy, cioè tenere alta l’attenzione su questi temi, promuovere e difendere i diritti degli ultimi, sensibilizzare le istituzioni e la società. Partendo da una consapevolezza: il tema del lavoro è prioritario. È nostro compito ribadire la necessità di riforme strutturali che, oltre a promuovere trattamenti salariali dignitosi, eliminino la precarietà, lo sfruttamento, la sottoccupazione, in generale il proliferare di contratti atipici privi di tutele. La stagione del Covid ha dimostrato che proprio la precarietà del lavoro è causa principale dell’impoverimento di tante famiglie. Le quali finiscono per ingrossare le fila dei working poor, incapaci di affrancarsi autonomamente dallo stato di necessità.

In questo quadro di priorità, va inserita l’attenzione alle disparità di genere nel mondo del lavoro, acuite dall’emergenza sanitaria. Prima della pandemia il tasso di attività femminile in Italia era circa il 56%, contro il 75% di quello maschile. La pandemia ha peggiorato la situazione: secondo Istat, nel 2020 ci sono stati 444 mila occupati in meno, di cui il 70% donne; inoltre, anche le differenze salariali tra donne e uomini si mantengono elevate. Una riforma del lavoro e delle politiche per la famiglia che sostenga le donne, spesso sole nel ruolo di care giver, cui fanno riferimento le persone fragili del nucleo familiare (minori, ma anche anziani e persone disabili), potrebbe costituire un primo passo concreto verso il miglioramento della condizione occupazionale delle donne nel nostro paese, e di conseguenza un efficace strumento di lotta alle povertà.

Che bilancio si può fare del fondo di solidarietà per le famiglie promosso, dopo la crisi del 2007, dal cardinal Dionigi Tettamanzi a Milano? Come si aiutano concretamente le persone a chiedere aiuto in maniera riservata, senza perdere la dignità?

Foto Caritas Ambrosiana

Nel 2008 l’arcidiocesi di Milano aveva varato il Fondo Famiglia Lavoro, come risposta alle gravi crisi finanziarie e occupazionali dell’epoca. Quell’iniziativa ha avuto notevole successo, supportando in 10 anni 7 mila famiglie grazie alla distribuzione di risorse per 13,5 milioni di euro. Ma ha rivelato che lo strumento emergenziale e assistenziale del contributo a fondo perduto, pur indispensabile nell’immediatezza di una crisi imprevedibile e diffusa, non è sufficiente a rovesciare tendenze di impoverimento di lungo periodo. «Nel territorio diocesano – ha notato recentemente l’attuale arcivescovo, monsignor Delpini – uno dei problemi più gravi è costituito dalla condizione di persone alla ricerca di un lavoro, prive però di adeguata qualificazione. Ne derivano non solo drammi personali, ma un rilevante costo sociale. Bisogna andare oltre il luogo comune del cambiamento d’epoca, facendosi carico del malessere di chi è meno attrezzato per affrontare tale cambiamento».

E allora come si è risposto a tale nuova analisi del bisogno?
A partire dal 2016 l’iniziativa si è profondamente rinnovata e ha assunto le sembianze del Fondo “Diamo Lavoro”, strumento di politica attiva del lavoro, operante nell’intera diocesi ambrosiana, il cui obiettivo è coinvolgere soggetti imprenditoriali (profit e non profit), realtà territoriali (parrocchie, centri d’ascolto, associazioni), e naturalmente lavoratori e aspiranti lavoratori, in un’iniziativa centrata sulla creazione di percorsi formativi e di qualificazione professionale, propedeutici all’ingresso nel mondo del lavoro di persone con fragilità occupazionali, sociali, relazionali.

Coordinato da Caritas Ambrosiana, sino al 31 dicembre 2021 il Fondo aveva preso in carico (cioè ascoltato, seguito, orientato, consigliato, comunque censito) 2.138 persone, con 65 inserimenti diretti e avviando 944 tirocini lavorativi sino al 31 marzo 2022. Numeri rilevanti, in un tempo in cui gli inserimenti lavorativi sono tutt’altro che agevoli.

Il Covid ha rappresentato una novità inattesa e diversa dalla crisi finanziaria del 2007. Come avete risposto a tale emergenza continuando con il vostro approccio lungimirante?
Dal 2020, per far fronte all’emergenza determinata dalla diffusione del Covid-19, è stata riavviata l’erogazione di aiuti a fondo perduto, grazie al Fondo “San Giuseppe”, che versa in modo tempestivo un sussidio a chi è rimasto senza occupazione a causa della crisi economica legata alla pandemia (approvate, sinora, ben 3.365 domande di aiuto, con un impegno di risorse per 7,216 milioni di euro).

I due fondi (“Diamo lavoro” e “San Giuseppe”, ndr) agiscono come strumenti d’aiuto integrati in un momento storico, l’attuale, in cui nuvole di incertezza tornano ad addensarsi sul panorama della produzione e dell’occupazione per effetto della guerra in Ucraina. La nostra priorità è comunque aiutare lavoratori che, nonostante le loro difficoltà, possono offrire ancora molto alle aziende che scelgono di metterli alla prova. Si possono aiutare tante persone a ritrovare un ruolo attivo nella società, evitando che scivolino verso la povertà, e a raggiungere la dignità personale che il lavoro può garantire. La collaborazione tra imprese profit e soggetti del terzo settore non solo aiuta a contenere i costi umani delle fasi di crisi, ma contribuisce a rafforzare un clima di coesione sociale e comunitaria, dunque di stabilità e sicurezza, di cui si giovano anche la produzione e l’economia.

Qui la prima parte dell’intervista

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