Dal narcisismo all’intelligenza del cuore

Nell’era delle performance e del successo spesso ci immobilizziamo davanti a immagini idealizzate di noi stessi che non ci aiutano ad accettare anche i nostri limiti.

Quanto è difficile fare i conti con un’idea –di ciò che dovremmo essere- sempre lontana e irraggiungibile? Quanta fatica si fa nel portare una maschera che protegge e blocca? Quanta complessità nel cercare sempre di essere migliore di tutti? Nello spingersi sempre e comunque oltre il limite? Quanta amarezza nel non tollerare la perdita?

È possibile che almeno in un periodo della vita si sia sperimentato questo o, in alcuni casi, lo si sperimenti costantemente; in ogni circostanza è possibile evolvere. A volte, l’incapacità di amare se stessi porta alla ricerca compulsiva di riconoscimento e rassicurazione, si va verso la conquista di “troppo amore”, che non nutre!

Il pensare – sempre – a se stessi non nasce da un amore autentico verso sé, piuttosto dall’essere imprigionati in un’immagine idealizzata fino da esserne bloccati. Com’è la vita di chi è sempre sotto esame? Intrappolarsi nella necessità di continue conferme è frustrante, ne consegue un vissuto emotivo di rabbia e sconforto. L’avere potere, il desiderio di piacere a tutti i costi e la ricerca di esibizione diventano una droga per soddisfare bisogni profondi. La difficoltà di amare se stessi per quello che si è o la sfida di amare se stessi nei pregi e nei difetti, è il motore che cambia il modo di porsi in relazione e di guardarsi dentro con serenità.

Altro aspetto che può essere collegato a questa ricerca di conferme è il fenomeno del “tutto e subito” (particolarmente diffuso) “un saper fare” che deve essere “subito tale” senza la costruzione del percorso, la fatica di piantare e zappare la terra, senza bisogno di acqua e sole per crescere, qualcosa che immediatamente si realizza, perché forse c’è la credenza inconscia che non serve “coltivare” per crescere. Per imparare a fare qualcosa è necessario l’allenamento, diversamente, lo immaginiamo come un processo magico per cui si deve essere “subito” efficaci. In questo caso più che una corsa al potere e al successo diventa lo stazionamento passivo e delegante. Dato che non si ottengono risultati immediati, “meglio non fare”. Allo stesso modo l’altra faccia della medaglia è l’iperattivismo: il fare “sempre e tanto” per sentirsi adeguati, ciò al fine di corrispondere all’idea di piacere a tutti.

Tutte queste dinamiche, nelle diverse rappresentazioni e vissuti, possono evolvere. Per fare questo occorre  fermarsi e curare le ferite, ricominciare ad amare le parti “antipatiche” di se stessi, incontrare il “limite” e farci i conti. Lo psicologo Franco Nanetti in un saggio sul Narcisismo scrive che «se l’amore infantile ci spinge alla ricerca di continue dimostrazioni circa il nostro valore, l’amore maturo sa tollerare difetti e manchevolezze umane, senza doversene vergognare». Lui parla di potenziare l’intelligenza del cuore. Quando amiamo siamo curiosi, chi ama vuole raggiungere l’altro, vuole conoscerlo, vuole renderlo partecipe della sua vita, con la parola e con l’ascolto.

Il processo di cambiamento passa dal riconoscere la propria “maschera” e riconoscerne l’inutilità, accogliere l’imperfezione come quella zona d’ombra che ci apre al dialogo con gli altri, accarezzare quelle parti ferite dal “rifiuto” senza cadere nella vergogna, ma esplorando la propria umanità. Sperimentare che ciò che ci rende indesiderabili non ci rende deboli, la vera forza non stà nel negare i propri sentimenti, ma nel coraggio di mostrarsi vulnerabili. Concedersi questa libertà è una rivoluzione nella vita e nei rapporti interpersonali, che ci fa stare anche in ombra senza soffrire, che ci permette di “vedere” chi è diverso da noi.

È l’opportunità di guardare dentro noi stessi prendendoci cura del nostro vero sé e allo spesso tempo facendo spazio all’altro.

 

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