Democrazie e dittature: Ungheria, Congo, Arabia Saudita e non solo

Demo"crazy" e dittature. Evento Facebook in diretta lunedì 1° febbraio alle ore 18 con i corrispondenti di Città Nuova: Michele Zanzucchi, Ghislaine Kahambu Kambesa e Pàl Tòth per capire perché vari leader del mondo si impossessano di una sovranità che non è la loro.

Cosa hanno in comune Orbán, Morawiecki, Tshisekedi, Salman bin Abdulaziz Al Saud e tanti altri leader, premier, presidenti? Tante democrazie, dotate di Costituzioni, con capi del governo regolarmente eletti che si impadroniscono di una sovranità che non è la loro, assomigliano a varie sfumature di grigi di dittature, da soft, morbide a hard, dure. Da Occidente a Oriente, da Nord a Sud, nessun continente è escluso. Dittature che non hanno un solo colore politico ma spaziano in tutto l’arco costituzionale variopinto di molteplici culture con un retrogusto autoritario molto diffuso.

«L’Europa orientale – chiosa il docente di comunicazione Pál Tóth – è piuttosto un concetto geografico, una terra articolata al suo interno con tradizioni e problematiche differenti. Si può distinguere culturalmente, grosso modo, fra Mitteleuropa, Balcani e Paesi dell’ex-Unione Sovietica, e, religiosamente, fra il mondo cattolico-protestante e quello dell’ortodossia, con conseguenze sul modo di pensare e di agire. Denominatore comune è la condizione del post-comunismo con travagli sociali e politici di un difficile cammino di democratizzazione».

L’Ungheria, la Polonia, vivono una sorta di adolescenza della democrazia e i processi di formazione delle nazioni non si sono ancora conclusi. Mentre nell’Europa dell’Ovest si parla di superamento dell’idea di nazione, di Stati Uniti d’Europa, nell’Est «si punta – spiega Tóth – sul rafforzamento delle identità nazionali come entità omogenee con la negazione delle alterità di qualsiasi tipo».

Non si può leggere, però, la storia d’Europa con le sole lenti ideologiche, siano essere liberali o stataliste, ideologiche o post moderne, occorre superare pregiudizi e stereotipi: «Un primo passo nella direzione dell’ascolto è liberare le nostre menti e i nostri cuori da pregiudizi e stereotipi» – ha detto papa Francesco perché: «Quando pensiamo di sapere già chi è l’altro e che cosa vuole, allora facciamo davvero fatica ad ascoltarlo sul serio».

«Ciò che ci appare alieno – scrive Massimo Cacciari, riferendosi a Donald Trump, su L’Espresso – si deride, si piange, si detesta, tutto sommato fuorché cercare di conoscerlo. E conoscere un fenomeno non significa giustificarlo ma indagarne le cause».

Dall’Europa al Medio Oriente, geograficamente nato nel 1916, al frantumarsi dell’impero ottomano, disegnato dall’inglese Mark Sykes e dal francese François Georges-Picot che hanno creato «forzatamente “stati nazionali” – scrive Tim Marshall ne Le 10 mappe che spiegano il mondo edito da Garzanti – unendo formalmente genti non abituate a vivere assieme». L’accordo Sykes-Picot porterà alla nascita di vari Stati, tra gli altri, la Siria, il Libano,  l’Arabia Saudita e il Kuwait. «Le cartine di oggi mostrano i confini e i nomi degli Stati nazionali che sono giovani e fragili».

Come fragili, democraticamente parlando, appaiono le monarchie del Golfo: Arabia Saudita, Bahrain, emirati Arabi Uniti. Tutti fanno affari con loro, per una ricchezza che presto svanirà, ma si chiude un occhio, anche tutti e due, sui diritti umani negati, sui giornalisti uccisi, sulla repressione e sorveglianza di massa, sulle esecuzioni sommarie degli oppositori politici, sulla discriminazione delle donne. «Queste dittature – commenta Tim Marshall – hanno poi usato la macchina statale per imporre la propria signoria sull’intera area racchiusa nei confini artificiali tracciati dagli europei, indipendentemente dalle contingenze storiche e dal rispetto per le diverse tribù e le diverse religioni che erano state messe assieme».

Come il Medio Oriente anche in Africa, un continente vasto tre volte gli Stati Uniti, gli Stati nazionali di concezione europea sono stati tracciati a tavolino dagli europei, sfruttati e colonizzati fin dove e quando possibile e poi abbandonati al proprio destino su territori abitati da tribù e popoli differenti per lingue, culture tradizioni.  I conflitti etnici che hanno attraversato il Ruanda, il Burundi, l’Angola, la Repubblica Democratica del Congo e tanti altri Paesi «dimostrano tragicamente che l’idea europea della geografia politica africana non rispecchiava la realtà demografica».

Ciò ha generato Stati deboli e divisi come la Repubblica Democratica del Congo, il secondo Paese dell’Africa per numero di abitanti, con più di 200 gruppi etnici, dalle grandi ricchezze minerarie alla mercé del politico di turno, prima Kabila ora Tshisekedi. Dittatori e dittature che si ripetono in Burundi, Costa D’Avorio, Uganda, Congo Brazaville ecc…

Dittature che vorremmo leggere non solo con gli occhi occidentali ma con la consapevolezza che per capire bisogna conoscere la storia, la cultura, il modo di ragionare di un Paese.

Ne parliamo in un evento Facebook sulla pagina di Città Nuova lunedì 1° febbraio alle ore 18 con i corrispondenti di Città Nuova nel mondo. Michele Zanzucchi, giornalista e scrittore, già direttore di Città Nuova che ha viaggiato di recente nella penisola arabica, con Ghislaine Kahambu Kambesa, giornalista della R.D. del Congo che da 20 anni vive nella capitale Kinshasa e con Pàl Tòth, già docente di comunicazione ungherese a Budapest e a Loppiano (Istituto universitario Sophia). Tutti impegnati nella cultura del dialogo e dell’incontro. Moderano il sottoscritto e Candela Copparoni. Vi aspettiamo!

 

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