Dalla trappola della povertà si esce con il lavoro

Ma serve un vero patto per combattere la speculazione e le rendite di posizione. Da Loppiano Lab, un dialogo con l’economista Luigino Bruni sulla strada di uscita dal declino civile ed economico dell’Italia
LAVORO FOTO ANSA

Nell’editoriale di Avvenire del 24 luglio 2011, l’economista Luigino Bruni vedeva che l’Italia è in «uno stato sociale molto simile alla “guerra di tutti contro tutti” di cui parlava Hobbes» indicando un dilemma ineluttabile: «Possiamo non uscirne, e continuare così il declino civile ed economico; possiamo uscirne creando un Leviatano, il coccodrillo mostruoso che fa anche parte della storia e del Dna di noi italiani. Ma possiamo uscire da questa trappola di povertà sociale ed economica rilanciando una nuova stagione di virtù civili e un nuovo patto, il solo terreno che ha generato e genera creatività, entusiasmo e voglia di vivere, da cui fiorirà anche la crescita economica».

 

Il noto studioso, esponente dell’Economia civile e di comunione, affrontava anche la questione della moneta unica europea prevedendo che «senza un nuovo patto politico, una costituzione europea e istituzioni forti l’euro non reggerà a lungo».

 

Loppiano Lab è stato il luogo dove è emersa la questione della della trappola di povertà e ne abbiamo parlato con il professor Bruni affrontando il nodo della crescita della diseguaglianza. È, infatti, accettato comunemente che l’uscita dal disagio passa attraverso il lavoro, non l’aiuto monetario che deresponsabilizza. Resta il fatto che, mentre la Banca centrale europea, con il quantitative easing, continua a stampare denaro che arriva alle banche, in Italia diminuisce l’aspettativa di vita, è raddoppiato il numero delle persone in povertà assoluta, ma le riforme di sistema contro la speculazione non hanno maggioranze politiche capaci di sostenerle in maniera efficace.

 

La domanda è quella di sempre: che fare?

Dobbiamo fare diversamente e meglio. Il reddito di cittadinanza, ad esempio, non basta e può anche essere fuorviante: la Costituzione parla di lavoro per tutti, non di reddito per tutti. Se oggi dessimo solo reddito ai nostri disoccupati, metà finirebbe in gratta e vinci e slot.  

 

Tuttavia, nonostante il calo demografico, molte persone in età di lavoro restano escluse dall’occupazione per via dell’innovazione tecnologica e delle delocalizzazioni difficili da frenare. Cosa impedisce di pensare a una condizione minima di dignità da assicurare a tutti per non esporli al ricatto dell’usura e altre schiavitù?

La dignità minima, quando si è in età di lavoro, è il lavoro. Non credo che si esca dalla non-dignità con il solo denaro. Ne abbiamo troppi esempi. In un mondo cambiato occorre un grande piano per tornare a lavorare, soprattutto per i giovani ma non solo questi.

 

Quali sono le azioni concrete e ragionevoli da proporre per ribaltare le condizioni di progressiva deprivazione della classe media e la concentrazione della ricchezza in un numero sempre più ridotto ed esclusivo?  

Innanzitutto la tassazione: in Italia non si pagano solo troppe tasse (per chi le paga), ma il lavoro e l'impresa ne pagano troppe rispetto alle rendite. Dobbiamo agire sulle rendite, tutte, compresi i cosiddetti diritti acquisiti che sono spesso diritti alla rendita a vita. Il Novecento ha fatto cose splendide, ma ha creato soprattutto nell'ultima parte un grande sistema iniquo di rendite nelle professioni, nelle alte cariche pubbliche, nei professori universitari. Occorre un nuovo patto sociale, e quindi una nuova stagione costituente. Il mondo è cambiato troppo e noi non lo capiamo. Quindi non agiamo bene. 

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