Da Mozart a Rossini

A Roma,all'Accademia di Santa Cecilia due opere accomunate dal  sentire l'approssimarsi della fine, andando in prodondità nell'animo umano

C’è un filo che lega tra loro la Sinfonia n. 39 di Mozart e lo Stabat Mater di Rossini. E’ il sentire l’approssimarsi della fine. Non importa l’età del musicista o che questa fine sia stata poi vicina nel tempo, per Mozart (1788, morirà tre anni dopo), o più lontana, per Rossini: 1842, morrà nel 1868. E’ uno stato d’animo galleggiante che viene finalmente su e si apre a noi.

La Sinfonia di Mozart, scritta solo per sé stesso, mai eseguita in vita, è così piena di presagi, di oscurità pur nella apparente “innocenza” che fa tremare. Basti sentire il secondo tempo, Andante con noto, gravido di ombre, e neppure il finale Allegro, che sembra sprizzante, riesce a togliere un senso di agitazione, pur nascosto dalla voglia di evasione del ritmo e dai colori dei fiati, clarinetti per primi. I quali clarinetti però conferiscono al brano quel tocco più sfuggente del solito, tipico di Mozart, ambiguamente vicino e lontano. Merito certo della direzione passionale di Ivan Bolton.  La quale continua nello Stabat rossiniano, eseguito per ricordare i 150 anni dalla morte del genio. Opera discussa a suo tempo, per la miscela di sacro e profano immessa nella musica, tacciata di scarsa serietà rispetto ad un testo, attribuito a Jacopone daTodi, di ardente contemplazione del dolore di Maria di fronte al Cristo in croce.

Bolton si sforza di attenuare i lati teatrali di alcuni brani, dal belcantistico “Cuius animam gementem” del tenore, in tempo di marcia, al quartetto dei solisti “Sancta Mater istud agas”, lungo e ricco di interscambi vocali, di forza e di ritmo. Rossini è anche questo, piaccia o meno. Ma ci sono pure l’Amen grandioso in stile sacro antico o l’incipit mormorante – bellissimo – del coro Stabat Mater o l’aria del soprano col coro “Inflammatus” sull’accompagnamento nervoso degli archi. Il risultato è quello di un affresco commosso attraversato dal timore della fine (il compositore era molto malato), cui nemmeno i giochi virtuosistici più arditi delle voci riescono a togliere una ansia repressa.

Ma Rossini avvolge tutto in un affresco grande e puntato alla serenità. Così del dolore ascoltato resta certo la traccia, però avvolta da una musica tale che, pur nel tremore, arde di speranza. O almeno si sforza di cercarla. Eseguito magnificamene dall’orchestra e dal coro, con un buon quartetto di solisti,lo Stabat si conferma come un lavoro molto personale, avvincente e sfuggente al tempo stesso,  di profondità non solo sacra,ma religiosa. Rossini dice moltissimo di sè, tra le righe. Va perciò riascoltato con attenzione. Si consigliano le incisioni dirette da Giulini e quella più recente da Pappano con i complessi ceciliani nel 2010.

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