La terra scotta

Come parliamo della terra

La terra scotta. Lo stiamo dicendo in tanti. Ne parliamo come di un bambino che abbia la febbre. Diciamo anche con eccessiva frequenza che la causa è il cambiamento climatico. Ma ovviamente è troppo o troppo poco. Troppo perché attribuire al solo cambiamento climatico le cause dell’infezione è davvero eccessivo, ce ne sono molte altre, forse anche più gravi. Troppo poco. Perché dirlo e basta è chiudersi gli occhi. Se si sta andando fuori strada e si chiudono gli occhi, non per questo l’auto si fermerà da sola.

Fatta questa premessa, però, procedere oltre diventa complesso. Per almeno tre ordini di fattori.

Negazionisti e catastrofisti

Primo. I negazionisti e i catastrofisti. Non si riesce cioè a comprendere perché di questi tempi (ma forse anche prima) ogni argomento serio debba creare necessariamente una polarizzazione esasperata, con evidenti manifestazioni di intolleranza e frequenti scivoloni nel ridicolo. Sarebbe interessante parlarne tra noi esseri umani con l’obiettivo di capire meglio, con la maturità umana (dovremmo pure averla raggiunta) di confliggere senza dover conflagrare. Perché il conflitto in sé è generativo (vedi il bel libro sull’argomento scritto da Ugo Morelli per i tipi di Città Nuova), la guerra invece sempre ferale.

Il multipiano dell’ecologia

Secondo. Il multipiano dell’ecologia. E di tutte le altre specole sul mondo. Diciamo per semplificare che in cima c’è il pianeta che soffre e le molte questioni relative all’ambiente, alla deforestazione, all’inquinamento delle acque, del suolo e dell’aria, alla cancellazione della biodiversità e a un’altra decina di problemi al confronto con i quali il cambiamento climatico forse perderebbe buona parte della sua eccellenza. A mezza costa c’è l’economia costretta a interagire con le sperequazioni sociali sempre più manifeste e con l’impatto che essa stessa produce sull’universo culturale, il cui effetto è oggi molto difficilmente misurabile. Alla base poi ci siamo noi uomini, con le nostre esperienze personali, i nostri sentimenti e affetti, le nostre tare ereditarie (tutti ne abbiamo qualcuna), i nostri bisogni materiali e spirituali. Ora, tutto questo ha esattamente a che fare con l’ecologia. Sia chiaro, possiamo prendere il multipiano e ricomporlo a piacere, metterlo sottosopra, sezionarlo ulteriormente, il risultato non cambia. Siamo dentro un sistema così interrelato – lo sa anche la scienza (tra i molti vale la pena di leggere il recente Helgoland) – che, da qualsiasi punto uno parta, finisce sempre con il toccare tutti gli altri. Anzi sembra acquisito che noi e gli altri, persone e cose, esistiamo propriamente parlando solo nel momento in cui entriamo in relazione.

Wittgenstein

Terzo. Wittgenstein. E ovviamente molti altri prima e dopo di lui. Perché, come insegna il filosofo austriaco, dire di una persona, un oggetto, una situazione qualcosa che abbia senso è tutt’altro che scontato. Il linguaggio scarta di continuo rispetto alle intenzioni, serve poi qualcuno che lo rimetta dritto, che ci aiuti a capire cosa stiamo effettivamente dicendo. Asserire qualcosa dunque non è questione di un lampo, un enunciato che gettiamo nell’agone della vita in modo roboante e senza alcuna attenzione al risultato, purché faccia scalpore, piuttosto un’operazione delicata, impegnativa e lenta, che in un mondo veloce come il nostro già solo a dirlo sembra un’utopia.

Rimboccarsi le maniche

E questo porta a un quarto punto. Rimboccarsi le maniche. Torniamo così all’auto che non si ferma da sola. Che sia in atto o no un cambiamento climatico, resta comunque fin troppo evidente quanto il nostro stile di vita, nostro intendo soprattutto di noi occidentali, sia pieno di falle: consumiamo e deterioriamo risorse ambientali in modo incontrollato, incapaci per lo più di rigenerarle; creiamo nuove povertà e forbici sociali contrarie a ogni visione etica o religiosa umanamente accettabile – e tutto sommato anche politico-economica, a giudicare da quanto poco esse giovino al bene comune; assistiamo a un guerra mondiale a pezzi che quasi nessuno vuole vedere (si legga in merito Terra di conquista di Maurizio Simoncelli); abbiamo abbandonato gli anziani alla loro solitudine e alla morte, al punto che ci siamo raccontati quanto non sia così spaventoso il Covid19 fintanto che si porta via solo loro. Ci fermiamo qui. È comunque sufficiente per capire che, si continui pure a discuterne in tutte le sedi possibili (e anzi è opportuno farlo), intanto però serve attivarsi nelle piccole e nelle grandi realtà del mondo, dal modo in cui per esempio facciamo la spesa al supermercato evitando sprechi e premiando le aziende più attente alla difesa ambientale e al rispetto della dignità umana fino alla salvaguardia su scala planetaria delle risorse idriche o al controllo della circolazione non tanto delle masse, che portano anche ricchezza oltre che difficoltà, ma del numero infinito di armi e ordigni che, complici governi e finanza, percorrono in largo e in lungo la nostra benamata terra. Che effettivamente scotta.

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