Coronavirus: diario dalla bergamasca

La situazione nella città di Bergamo e nella sua provincia rimane critica. Medici e infermieri sono al limite delle forze e accolgono i rinforzi che arrivano anche dall’estero. Le persone cercano di trovare un nuovo equilibrio dopo tre settimane in casa
Seriate (Bergamo): la benedizione delle bare da parte del Parroco (Claudio Furlan/Lapresse)

I dati parlano chiaro: anche se la curva dei contagi sembra migliorare, l’emergenza non è finita. Soprattutto a Bergamo e nella sua provincia, un territorio abitato da un milione di persone l’allarme sanitario continua.

I malati hanno superato quota ottomila e i decessi sono più di mille. Anche le pompe funebri cittadine sono allo stremo delle forze e chiedono alla Regione Lombardia ulteriori provvedimenti e dotazioni sanitarie per poter continuare a lavorare. Si rischia comunque lo sciopero.

Intanto, stanno arrivando all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo rinforzi da tutto il Paese grazie alla task force promossa dalla Protezione Civile, che ha arruolato centinaia di medici volontari. Ora si richiedono anche infermieri volontari, per aiutare coloro che già sono al lavoro da più di un mese e stanno vivendo una situazione complessa anche dal punto di vista psicologico. Arrivano medici in aiuto anche dall’estero, dalla Russia, dall’Albania, mentre l’ospedale da campo creato dagli Alpini nell’area della Fiera di Bergamo dovrebbe entrare in funzione dal prossimo mercoledì.

Questa settimana a casa è stata forse la più pesante. Se prima cercavo di distrarmi e ci riuscivo più facilmente, ora inizio a sentire veramente il peso di tutto quello che sta vivendo la mia città. Il rumore delle ambulanze che passano sulla statale a gran velocità è diventato assordante, insopportabile. Così come il suono delle campane che suonano a lutto quando un compaesano ci lascia. Questa settimana sono stati quattro i decessi nel mio paese che conta circa 1500 abitanti ed è una comunità molto unita. Conoscevo un paio di loro e le loro famiglie: non oso immaginare come stiano in questo momento. Domina solo il silenzio in tutto questo dolore.

In questo silenzio, c’è anche chi prova a farsi sentire e a dare il suo contributo attivo alla comunità. Sotto l’hashtag #molamia (che in bergamasco significa “non mollare”) molti cittadini condividono sui social le loro giornate e le buone abitudini che hanno costruito in queste settimane. C’è chi va a fare la spesa per il vicino di casa anziano, chi condivide i coloratissimi disegni dei propri figli. I volontari della Croce Rossa non si arrendono e anche una mia amica che è volontaria offre i giorni di riposo dal lavoro in farmacia, già impegnativo ed estenuante, per prestare soccorso con l’ambulanza. Il parroco del mio paese è riuscito a trovare un sistema per trasmettere la Messa ogni domenica live alle ore 17 e ha pensato di organizzare nello stesso modo nei giorni feriali una mezz’ora di preghiera serale comunitaria. Entrambi gli eventi sono molto seguiti dalla parrocchia e ora si attende con gioia la possibilità di poter celebrare insieme, anche se da dietro uno schermo, la Pasqua.

Confrontandomi con i miei amici spesso ci siamo chiesti come avremmo potuto contribuire noi che non siamo né medici né personale sanitario, ma che ci sentiamo impotenti e inutili davanti a tutta questa situazione. La verità è che penso che tutti possiamo dare un contributo positivo in tutta questa storia. Per esempio, da questo pensiero e dall’esigenza di voler lanciare un messaggio di speranza è nato un progetto musicale chiamato “1.000 voci per Bergamo”.

Nelle ultime due settimane, infatti, insieme a due miei amici ci siamo messi al lavoro e abbiamo scritto una canzone per la nostra città, con tanto di base musicale. L’abbiamo registrata ognuno a casa propria, in base agli strumenti che possedevamo, e siamo riusciti a inciderla rendendola una canzone vera e propria. Poi abbiamo lanciato tramite i social la nostra idea: riuscire a creare un video per questa canzone unendo i contributi che riceveremo da tutti coloro che vorranno partecipare. Il nostro sogno sarebbe quello di raggiungere tutti i bergamaschi e di farli sentire uniti grazie al potere della musica.

Per noi fare musica è un passatempo e lo condividiamo da anni quindi ci è spiaciuto non poter lavorare insieme come facciamo sempre. Ma proprio in questa esperienza nuova e difficile abbiamo provato sulla nostra pelle che anche nei momenti più duri qualcosa per cui lottare e sorridere c’è sempre. Basta trovarlo e proteggerlo.

FB: 1000vociperBergamo

Instagram: 1000vociperBergamo

 

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