Coronavirus, bicchiere mezzo pieno

Le avventure di una professoressa, tra web e studenti, portata a vedere il bicchiere sempre mezzo pieno e il positivo al tempo della pandemia anche nella didattica a distanza.

Quattro emme, tanto per cominciare: media (docente di scuola media), milanese, mamma, moglie. Capitano periodi in cui la vita, le emergenze, l’imprevisto ti gettano nell’improvvisazione – più o meno totale – ti stravolgono tutto e la tentazione di iniziare a vedere nero ovunque è alla porta più che mai. Oppure, da incallita bicchierepienista – come direbbe il buon Gianluca Nicoletti – giorno dopo giorno mi ritrovo sempre più elettrizzata dagli infiniti risvolti che questa famigerata didattica a distanza mi sta facendo scoprire e sperimentare. Potrei cominciare con l’elogiare l’impegno, l’abnegazione, il mutuo soccorso che vedo immediatamente messi in pista da parte dei miei alunni. Schietti, maturi, collaborativi, questo tsunami li precipita verso un balzo di crescita e responsabilizzazione che la maggior parte di loro compie davvero con grande prontezza e maturità, non c’è una volta che non stupiscano.

Webinar e WebTools

Improvvisamente mi ritrovo la mail intasata dalle offerte di corsi di formazione e webinar gratuiti che mi conducono a passo di valzer in un turbinio di piattaforme e WebTools (ormai questo lessico è pane quotidiano, anche se il mio correttore automatico ancora non ha recepito l’informazione – tecnologia retrograda!) tutti da scoprire. Incuriosita provo ad approfondirne alcuni, mentre tento di portare avanti la ricerca relativa a un modo di fare didattica che mi ha sempre affascinato ma purtroppo è molto diffuso soprattutto in ambito anglosassone: la didattica per competenze, sfide e problem solving, l’unica in grado – lo trovi su qualsiasi recente Bibbia di teoria e metodologia della didattica – di produrre un “apprendimento significativo”. Una parola d’oro ed una Bibbia davvero rivelate in Italia, nel senso che i docenti universitari delle più disparate facoltà non fanno che prodigarsi in seminari, corsi e lezioni sul docente facilitatore, coach, teambuilder, selfbuilder e chi più ne ha più ne mette, ma se poi vai a chiedere come concretamente realizzare tutto ciò ricevi un bel “dipende dalla disciplina”, “basta mettersi in gioco”, “cominciate a lavorare di gruppo”, “un passo alla volta, intanto abbiamo aperto gli orizzonti”. Nulla di più caustico, nulla di più nocivo, nulla di più inutile.

Avanguardie educative

E invece guarda! La didattica a distanza mi fa conoscere alcuni dirigenti scolastici e docenti – perle rare – estremamente talentuosi, innovativi e vogliosi di condivisione, mi fa conoscere il progressista Movimento avanguardie educative, mi fa pensare di proporre alla mia dirigente scolastica di far aderire il nostro Istituto al Movimento per inserirlo in un programma formativo probabilmente senza precedenti. Anche perché questi virtuosi della concretezza, che mi parlano via webinar dai loro pc a chilometri di distanza e che hanno messo in pratica già da anni tutta l’innovazione di cui si fanno portatori, non sono stati minimamente colti alla sprovvista dalla chiusura delle scuole. Se è così allora Avanguardie educative e innovazione sia. Il fatto è che nell’approfondire i WebTools e la didattica per sfide dei virtuosi mi trovo a ripensare da zero la didattica di storia e geografia perché ci dicono al diavolo il programma, ci dicono puntate a ciò che davvero conta.

Cosa resta?

Cosa resta? Cosa gli resta? Cosa voglio lasciargli? Di punto in bianco, lezione per lezione, tra una nuvola di Mentimeter e un muro di Padlet – i non addetti staranno pensando a un delirio di surrealismo figurativo – mi ritrovo che nelle lezioni di geografia si fa analisi comparata sugli impatti del Covid-19 nel mondo con particolare attenzione alle disparità economiche tra Paesi. Mi ritrovo che parlando di Medioevo scopro che i miei allievi hanno una innata gerarchia valoriale contemporanea, diametralmente opposta a quella medievale, che le parole che maggiormente associano all’Unione europea sono “euro “e “aiuto” (euroscettici tremate).

Simona, Francesca, Piero

Conosco Simona, sorella maggiore di Veronica, che condivide con lei cameretta e pc per le video lezioni, e insegno al papà di Giovanni a fare un PowerPoint per il figlio disabile che non ci riesce a farlo da solo (in streaming si può!). Francesca ripara da sola la sua webcam, che non funzionava più per via di un aggiornamento Microsoft, ma lei un po’ chiedendo e un po’ cercando ha capito qual è il problema. Piero invece non riesce a connettersi, ma gli do il numero del tecnico informatico della scuola e risolve il problema – non lo chiamano i suoi genitori, lo chiama lui. Le direttive Miur dicono di non esagerare con il numero di lezioni online, propongo ai miei ragazzi di dimezzarle ma loro mi chiedono di no. Non sono proprio tutti d’accordo però, così discutiamo in streaming come i grandi non sanno fare – vedasi Parlamento, assemblee di condominio e code all’ingresso dei supermercati in tempo di Covid-19 – e concordiamo una gestione dell’orario in base alle loro esigenze.

Jessica, Matteo e gli altri

Jessica è ispano-americana, arrivata quest’estate non conosce bene l’italiano, ma mi scrive su Edmodo se non capisce la lezione, e poi c’è Google Traduttore. I compiti li consegna anche lei. Matteo invece mi chiede se possiamo vederci in separata sede, perché lui è dalla Primaria che non ha capito come si fanno le ricerche e vorrebbe proprio che glielo spiegassi. Con un gruppetto ci scambiamo consigli cinematografici perché Netflix e Amazon Prime Video ormai ce li hanno quasi tutti, pullulano di film storici e cos’altro abbiamo da fare la sera? Anche la quarta stagione de La casa di carta è il pretesto per un debate eccitato. Mi assento per due giorni per un brutto mal di gola e colleghi e studenti mi riempiono la chat di messaggi per sapere come sto, si sa mai di questi tempi. Del resto io faccio lo stesso quando a stare assenti sono loro, strana forma di solidarietà e affetto, chissà perché prima mai mostrata. Le chat di scuola – solitamente di questi tempi occupate perlopiù da immagini di gufi esauriti a fine anno scolastico, docenti in spiaggia a sorseggiare un mojito (anche questo stranamente il correttore automatico non lo riconosce, devo decisamente cambiare programma) e curve sud dello stadio con striscioni “mancasolounmeseedèfinita” – brulicano di articoli di didattica, etica, inclusione, tecnologia. Ci diamo il buongiorno inoltrandoci link da OrizzonteScuola e mandiamo faccine con la lacrimuccia insieme ai “vogliotornareinclasseeeee”!

Insomma, per farla breve – che poi tanto breve non è – mi ritrovo più ricca, formata, aggiornata, impegnata (positivamente impegnata) connessa e coinvolta (emotivamente e culturalmente coinvolta) di prima e mi sento una docente migliore, una mamma migliore, una moglie migliore (di nuovo niente domande sull’ordine gerarchico). Questo Covid-19 ha sicuramente prodotto e ancora produrrà morti, dolore, sofferenza e povertà. Però avevano proprio ragione i Latini e De Andrè: la necessità aguzza l’ingegno e dal letame nascono i fior.

 

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