Il Conte 2 in bilico presenta il Recovery plan

Il Consiglio dei ministri approva la proposta del Piano nazionale di ripresa e resilienza con l’astensione di Italia Viva. Il timore di una crisi al buio  
Conte 2 Filippo Attili/Palazzo Chigi/LaPresse

Conte 2 alla prova. La crisi di governo annunciata è, alla fine, emersa nella notte di martedì 12 gennaio durante il voto in consiglio dei ministri a proposito dell’approvazone del tanto atteso Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) che «sarà inviata alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica al fine di acquisirne le valutazioni» in un tempo prevedibile di 30 giorni.

La componente di Italia Viva ha deciso di astenersi, quindi esplicitando la non condivisione del testo, confermando comunque la disponibilità a votare a favore dello scostamento della legge di Bilancio e delle misure necessarie per sovvenire, con i cosiddetti “ristori”, alle necessità delle numerose categorie di lavoratori e imprese falcidiati dagli effetti della pandemia in corso che ha provocato finora oltre  80 mila decessi e 2 milioni e 300 contagi nel nostro Paese. Lo stato di emergenza verrà, quasi di sicuro prorogato, fino al 31 luglio, mentre sono in aggiornamento continuo le regole del confinamento fisico della popolazione (lockdown) a seconda dell’indice di contagio Rt.

Crisi al buio?

Pesa sull’Italia l’immagine internazionale di una nazione esposta a quella che si definisce una “crisi al buio” proprio nel momento in cui deve affrontare il momento più drammatico dal dopoguerra, il rischio di un’ulteriore decrescita dell’economia e l’inizio di una terza ondata dei contagi prevista da molti esperti.

Come al solito, il punto di garanzia resta il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che deve verificare le condizioni di una diversa e stabile maggioranza possibile in Parlamento per evitare di ricorrere a nuove elezioni. È impossibile ipotizzare un esecutivo con un voto instabile in Senato, dove la quota minima dei 161 senatori favorevoli si può raggiungere con raggruppamenti posticci e non coesi, legati agli orientamenti mutevoli dei singoli parlamentari dalla storia complessa e spesso travagliata come gli ex pentastellati De Falco e Nugnes espulsi dal loro gruppo per aver espresso in materia di politiche migratorie posizioni simili a quelle assunte dal secondo governo Conte.

Secondo alcuni commentatori potrebbe essere, invece, questa l’occasione per dar vita ad un embrione di nuovo partito legato espressamente alla figura di Giuseppe Conte che, prima del decisivo consiglio dei ministri, si è concesso, con una scorta leggera, una passeggiata in centro riscuotendo, come riscontrato da diversi testimoni diretti, un favore diffuso tra i presenti.

Pesano su questa crisi, come sempre, fattori personali e caratteriali, ma non è possibile ridurre a tali elementi un dissidio evidente fin dall’inizio del Conte 2 composto da forze politiche antitetiche. Alle elezioni del 4 marzo 2018 lo scontro più intenso si è consumato tra il Pd a guida renziana, precipitato nei consensi, e il M5S che è diventato il primo partito italiano, il perno che ha reso possibile il mutamento delle alleanze parlamentari.

Abbondano, ovviamente, ricostruzioni e letture di trame sommerse di uno scontro che apparentemente non dovrebbe avvantaggiare nessuno oltre il centro destra. Ma la rottura si è consumata esplicitamente sui contenuti e le strategie del Recovery plan come si può leggere dalla lettera al Corriere della Sera della ministra per le politiche agricole, Teresa Bellanova, che ha accusato Conte di praticare «l’andreottismo eterno del “tirare a campare”, quelle pioggerelline di risorse da spruzzare qui e là, su questa o quella lobby, scambiare un po’ di soldi con un po’ di consenso».

Un giudizio molto duro della combattiva ex sindacalista della Cgil che cita le critiche alle bozze del Pnrr da parte di Sabino Cassese, ex giudice costituzionale, che parla di «una raccolta di progetti senza un chiaro obiettivo e disegno del nostro futuro». La Bellanova, non ancora dimissionaria, rinnova le critiche all’accentramento impresso da Conte nel consiglio dei ministri con decisioni non condivise, come l’ipotesi di una cabina di regia per la realizzazione del piano di ripresa affidata ad una squadra di esperti esautorando le competenze dei ministeri. Nel pomeriggio del 13 gennaio Matteo Renzi ha tenuto una conferenza dove ha dichiarato il ritiro dal governo delle ministre Teresa Bellanova e Elena Bonetti nonchè il sottosegretario Ivan Scalfarotto.

Il punto di contrasto più evidente resta l’accesso alle risorse del Mes (sostenuto da Italia Viva e avversato dai 5Stelle), anche se secondo il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri si tratta di argomento da trattare a parte del Piano elaborato per dare attuazione al NextGenerationUe.

I numeri del Piano di ripresa

Il comunicato notturno del Consiglio di ministri specifica che il Pnrr si articola in «sei missioni, che rappresentano “aree tematiche” strutturali di intervento: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute».

Passando alla quantità delle risorse da redistribuire in queste 6 missioni si parla di 210 miliardi di euro. «Di questi, 144,2 miliardi finanziano “nuovi progetti” mentre i restanti 65,7 miliardi sono destinati a “progetti in essere”».

La strategia del governo è quella di «massimizzare le risorse destinate agli investimenti pubblici, la cui quota supera il 70%».

Attingendo poi alle risorse nazionali del Fondo di sviluppo e coesione 2021-2027 non ancora programmate, l’esecutivo ha deciso di «incrementare gli investimenti di circa 20 miliardi per nuovi progetti in settori importanti, che comprendono la rete ferroviaria veloce, la portualità integrata, il trasporto locale sostenibile, la banda larga e il 5G, il ciclo integrale dei rifiuti, l’infrastrutturazione sociale e sanitaria del Mezzogiorno». Investimenti selezionati per la loro capacità di avere effetti moltiplicativi sull’economia e il lavoro.

Quanto ai tempi di attuazione del Piano si prevede che «il primo 70 per cento delle sovvenzioni verrà impegnato entro la fine del 2022 e speso entro la fine del 2023».

Si tratta, quindi, di sovvenzioni (la parte da non restituire delle risorse europee) che si prevede verranno impiegate globalmente (con il restante 30%) entro il 2025.

Quindi nei primi 3 anni «la maggior parte degli investimenti e dei “nuovi progetti” (e quindi dello stimolo macroeconomico rispetto allo scenario di base) sarà sostenuta da sovvenzioni».

Come già anticipato dal ministro Gualtieri, per evitare di raggiungere livelli di indebitamento pubblico non sostenibile, e nell’incertezza possiamo dire sul  ripristino dei vincoli di bilancio europei, solo «nel  periodo 2024-2026  la quota maggiore dei finanziamenti per progetti aggiuntivi arriverà dai prestiti».

Si tratta di capitoli generali che verranno approfonditi e dibattuti nella presentazione alle Camere e al Paese in un clima che si annuncia molto acceso e tale da rendere difficile l’ascolto delle esigenze profonde di una società ferita e incerta. Si levano perciò, da ogni parte, appelli e sollecitazioni per una soluzione che non ometta il dialogo e il confronto senza cedere a pulsioni autodistruttive. La presenza di Mattarella viene, perciò, vista sempre più come un punto di equilibrio e di garanzia per tutti.

 

 

 

I più letti della settimana

Io, chef per la mia terra

Lillo

Demenziarte

Pfas e Covid: binomio mortale

Simple Share Buttons