Consiglio europeo, accordo storico sul Recovery Fund

Le trattative sono state durissime ed hanno espresso due visioni dell’integrazione europea diametralmente opposte. Ma alla fine è arrivata l’intesa sul Recovery Fund e il quadro finanziario pluriennale. Una prima analisi
Recovery Fund, tratativa finale, foto profilo Fb Giuseppe Conte

Recovery Fund e Bilancio Ue, l’accordo nel Consiglio europeo è arrivato all’alba. Al termine del consueto “mercato delle vacche” che, ogni sette anni, riunisce i capi di Stato e di governo dell’Unione europea (Ue) in seno al Consiglio europeo, l’Ue ha, da stamattina 21 luglio 2020, un nuovo quadro finanziario pluriennale (Qfp) per il periodo 2021-2027.

I negoziati sul Qfp non sono mai semplici: si tratta, per ogni Stato membro dell’Ue, di mettere mano al portafoglio e fare la sua parte nel finanziare le politiche comuni e il funzionamento dell’Unione: ognuno cerca, come è logico – ma fino a un certo punto, se davvero siamo un’Unione, e non solo di nome – di fare il proprio interesse: contribuire il minimo ed ottenere il massimo. Quest’anno le discussioni erano complicate dal fatto che, ai tradizionali negoziati sul Qfp, si affiancavano quelli sul Fondo di recupero o Recovery fund, il fondo di aiuti e prestiti per permettere ai 27 di far fronte alla gravissima crisi economica causata dal coronavirus.

Alla fine all’alba del 21 luglio, in esito al secondo Consiglio europeo più lungo della storia (90 ore, pochi minuti meno di quello di Nizza del 2000, che ha adottato il quadro istituzionale per preparare dell’Ue all’allargamento ai paesi dell’Europa centrale e orientale), un accordo è stato trovato.

Le trattative sono state durissime ed hanno espresso due visioni dell’integrazione europea diametralmente opposte. Da un lato, Germania, Francia e i Paesi del Sud dell’Europa, allineati alla proposta della Commissione di creare un fondo comune di 750 miliardi di euro, da finanziare con emissione di debito comune, da destinare ai Paesi più colmpiti dal coronavirus, in buona parte in forma di aiuti a fondo perduto. Un fondo che esprime il principio di solidarietà su cui l’Ue è fondata: se un Paese, come l’Italia, è stato più colpito dal coronavirus, è giusto che riceva più fondi comuni.

Dall’altra gli Stati cosiddetti “frugali” ( Olanda, Austria, Danimarca e Svezia) strenui difensori degli interessi finanziari dei propri Paesi: la posizione negoziale di partenza di alcuni di loro era: va bene – obtorto collo –il fondo comune, ma solo prestiti (niente sussidi) e sottoposti a pesanti condizionalità.

Il costo della trattativa tra Recovery Fund e bilancio pluriennale

Alla fine il fondo da 750 miliardi è stato approvato, sacrificando tuttavia la quota riservata ai sussidi (da 500 a 390 miliardi) a favore di quella riservata ai prestiti (da 250 a 360). All’Italia dovrebbe toccare una quota di poco superiore ai 200 miliardi. Il prezzo da pagare ai frugali, per ottenere il loro accordo, è stata una riduzione del volume del Qfp propriamente detto (meno soldi per la ricerca, meno soldi per il new deal verde europeo, fiore all’occhiello della strategia della Commissione von der Leyen .

In una parola: si sono sacrificati gli investimenti sul futuro; aumento degli sconti ai frugali, contributori netti al bilancio Ue (differenza tra contributo versato e benefici che traggono dal bilancio comune); aumento della quota di risorse proprie che ogni Stato potrà trattenere (che beneficia soprattutto l’Olanda, dai cui megaporti transita un fetta importante delle merci che l’Ue importa, e su cui i Paesi Bassi trattengono una percentuale dei dazi pagati); una condizionalità abbastanza forte sull’uso delle risorse del recovery fund: gli esborsi saranno sottoposti all’approvazione, da parte degli Stati membri a maggioranza qualificata, dei piani di investimenti e riforme che ogni Stato beneficiario dovrà presentare annualmente. E ogni Stato potrà tirare il “freno di emergenza”, bloccando i pagamenti per tre mesi, se non è convinto della bontà di un piano nazionale.

Quali insegnamenti possiamo tratte da questo soffertissimo Consiglio europeo? Tre, a mio avviso.

Innanzitutto, l’Ue esiste ancora. Alla fine si riesce sempre a trovare un accordo. La posta in gioco, stavolta, non era banale: per la prima volta, è stato approvato il principio che l’Ue possa indebitarsi (finora era stato fatto in modo puntuale, par aiutare singoli Stati con somme limitate). Il recovery fund sarà infatti finanziato attraverso l’emissione di debito congiunto (bond della Commissione per conto dell’Ue, rimborsati dai futuri bilanci dell’Ue). È un passo avanti significativo nel senso della solidarietà, senza un minimo della quale non esiste l’Ue e non può certamente esistere un’unione monetaria come l’eurozona.

L’entità del recovery fund (750 miliardi di euro) è piuttosto limitata, se paragonata alle misure messe in atto da altri (gli USA hanno stanziato 2.000 di dollari allo scoppiare della crisi sanitaria e sono in corso discussioni in parlamento per un piano di stimoli all’economia di almeno altri 1.000 miliardi), ma il valore simbolico di questo passo non è trascurabile.

È, inoltre, una grande vittoria personale del nostro premier Giuseppe Conte, che il debito comune lo ha sempre voluto e che ha negoziato con fermezza, richiamando i colleghi, in particolare l’olandese Rutte, alla loro responsabilità non solo nei confronti dei propri elettori (in Olanda si terranno le elezioni politiche nella primavera del 2021), ma dell’Europa nel suo insieme.

I cosiddetti Paesi frugali, una narrazione deleteria

E qui arriviamo alla seconda lezione: c’è, in alcuni Paesi UE che potremmo, semplificando, chiamare “ricchi”, tra cui i 4 frugali, una narrativa deleteria: noi siamo i buoni, lavoriamo, facciamo le riforme, abbiamo i conti in ordine; i Paesi del Sud sono spreconi, non si lavora, si va in pensione prima, i conti sono fuori controllo. Ergo: non possiamo permettere di dare loro i nostri soldi.

È un sentire diffuso, ma sbagliato: in Italia, per esempio, il surplus primario  (la differenza tra le entrate e le spese delle amministrazioni pubbliche, escluse le spese per interessi passivi, ndr)  è da anni superiore a quello dell’Olanda (ma il nostro Paese paga il fardello del debito pregresso) e si va in pensione alla stessa età, se non più tardi, che gli olandesi.

Si ha l’impressione che i leader politici di questi Paesi abbiano completamente abdicato ad uno dei compiti essenziali di chi governa: spiegare le cose, educare (non: manipolare) l’opinione pubblica. I Paesi Bassi, come altri piccoli e ricchi stati, traggono un beneficio enorme dall’Ue: il mercato comune permette loro di vendere le loro merci senza barriere a 500 milioni di consumatori; l’assenza di una politica fiscale comune permette a molti, tra cui l’Olanda una politica fiscale aggressiva e attrattiva per le multinazionali, che sottrae risorse ad altri Stati dell’Ue. Benefici che non rientrano certamente nei calcoli che definiscono chi è contributore netto al bilancio Ue.

Ai tempi di Kohl, la Germania ha rinunciato al marco – simbolo della stabilità e dell’identità nazionale – per costruire l’Europa; Angela Merkel spiega da anni che l’appartenenza all’Ue, ed il contributo che la Germania vi apporta, è un investimento per i tedeschi, che vale la pena di fare perché, quando tutti ci guadagnano in Europa, è la Germania che ci guadagna.

Perché questo discorso non si riesce a fare nei Paesi Bassi e il parlamento olandese, che ha dato il mandato negoziale a Rutte, non riesce a dare un colpo di reni e insegue invece le pozioni estreme del populista Geert Wilders, che va in giro sbandierando cartelli “Nessun cent all’Italia”?

Il mondo ci guarda

Terza ed ultima considerazione. Il nazionalismo soffia sull’Europa. È un nazionalismo ai colori dell’egoismo dei Paesi e nelle regioni dove la gente sta bene; è un nazionalismo pervaso di disperazione e paura nei paesi – come l’Italia – dove larga parte della popolazione sta male. In entrambi i casi è un atteggiamento, mentale e civile ancor prima che politico, che porta al ripiegamento su di sé e distrugge l’ambizione di fare le cose insieme. Eppure è necessario, in Europa, agire insieme: cosa può fare l’Olanda, da sola, o la stessa Germania, di fronte alla Cina o gli USA? Cosa può fare ogni singolo Stato per salvare il pianeta dall’emergenza climatica e ambientale? Per combattere il coronavirus o altre possibili epidemie del futuro? Occorre, in molti campi, lavorare insieme.

Questo ha un costo, come hanno dimostrato i negoziati del Qfm 2021-2027; questo richiede fiducia (oggi probabilmente, tra gli Stati membri dell’Ue, ai livelli minimi da quando è cominciata l’integrazione europea).

La grande sfida dall’Ue oggi, e per gli anni a venire, è far capire ai propri cittadini, ai cittadini di ogni Stato membro, che questo costo è un investimento conveniente e necessario e che questa fiducia, che va costruita e salvaguardata, dipende dall’atteggiamento di ognuno di noi. Il mondo ci guarda: non solo il video di Rutte che dice ad un operaio che non darà soldi olandesi a italiani e spagnoli ha fatto il giro d’Europa, ma anche gli atteggiamenti dei cittadini, delle imprese e dei politici, sono ormai sotto gli occhi di tutti. Atteggiamento opportunisti e superficiali distruggono la fiducia, atteggiamenti seri e competenti, come quello di Conte durante le lunghe notti dei negoziati del Consiglio europeo, danno credibilità al Paese che rappresenta.

 

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