Con due remi

So che molti, io compresa, teniamo come linea di vita una Parola che tanto bene ha fatto e fa alla nostra anima. È una Parola che – rivolta a Gesù abbandonato – ci sembra riassuma tutto ciò che è richiesto dal nostro Ideale, e suona così: “Sei tu, Signore, l’unico mio bene” (Cfr. Sal 15,2). Attuata produce effetti favolosi e fa pensare che, vivendo essa, tutto sia fatto. Per noi, infatti, riassume in sé quanto è richiesto per seguire Gesù: la rinuncia a sé stessi (“Chi vuol venire dietro a me rinneghi sé stesso…” e cioè le virtù) e l’invito ad accogliere il “porti la sua croce” (Mt 16,24). Contiene certamente tutto. Ne era convinto anche Paolo, che affermava: “Non conosco che Cristo e questi crocifisso” (1 Cor 2,2). Può essere, però, che noi finora abbiamo vissuto questa Parola limitandoci ad abbracciare Gesù abbandonato nei dolori che sopravvenivano e nel praticare, ogni qualvolta era necessario, le varie virtù: la pazienza quando eravamo tentati dell’opposto, la povertà quando il nostro cuore si attaccava a qualche cosa, l’umiltà quando la superbia ci esaltava, la misericordia quando il giudizio ci attanagliava, la purezza quando qualche cosa ci turbava, e così via. Comportandoci in tale maniera, però, non era di tutti i momenti poter affermare: “Sei tu, Signore, l’unico mio bene”, in quanto i dolori non sono sempre presenti nella vita e nemmeno è richiesto in ogni istante il “perdere” qualcosa col rinnegamento. Vi è, invece, un modo, che è tutto nostro, per vivere in ogni istante questa Parola. È quello di amare, amare Dio nella sua volontà e amare il prossimo. È proprio nell’amare, infatti, che noi troviamo la nostra tipica maniera di soffrire e di praticare le virtù. Si tratta, in definitiva, di usare due remi per condurre la navicella della nostra vita fino al porto, a Dio: con uno, attuiamo ogni rinuncia a tutto ciò che non è Dio abbracciando ogni dolore che ci capita con le liberanti parole: “Sei tu, Signore, l’unico mio bene”. Nelle circostanze normali, invece, remiamo con l’altro remo, amando Dio intanto nella sua volontà e poi amandolo nei fratelli. Per cui possiamo dire che la nostra vita, sia che infuri il vento della tentazione o la tempesta della sofferenza, è sempre amore, come è amore negli altri momenti. E ciò perché – lo sappiamo – la nostra spiritualità ha appunto questo solo nome: amore, quell’amore che può rendere la nostra anima sana pur nella malattia, viva pur vicina alla morte, libera e gioiosa in ogni attimo. È quell’amore che rende sempre possibile la vita di Gesù in noi, che ci fa altri Gesù che camminano su questa terra; e così, essendo Gesù, ci mette in grado di dedicarci agli altri, di stringere unità con molti. Puntiamo allora lì: ad essere sempre “altri Gesù “, per realizzare il suo testamento. Lo siamo già per il battesimo, ma occorre la nostra cooperazione perché egli cresca in noi. Concludendo: cerchiamo di navigare nella nostra vita con i due remi, ma facendo attenzione che ognuno dei due non sia altro che amore.

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