I ciclofattorini nella terra di nessuno

I diritti dei riders e il contratto collettivo voluto dalle maggiori società delle consegne a domicilio. Una vertenza emblematica nel pieno della crisi da pandemia
Food delivery riders AP Photo/Luca Bruno

Mentre aumenta l’allarme per il riacutizzarsi del contagio da Covid 19, emerge ed è destinato a crescere un forte contrasto a proposito dei diritti dei ciclofattorini (riders) .

L’avanzare della pandemia rappresenta una occasione di crescita per le società che gestiscono la consegna del cibo. Il 90% del mercato italiano è rappresentato da Assodelivery, un’associazione di categoria costituitasi solo nel 2018 ed è una una sorta di internazionale delle piattaforme tecnologiche che gestiscono un numero mutevole e incerto (da 20 a 30 mila) di ciclofattorini (cosiddetti riders).  Deliveroo, Glovo, Just Eat e Uber Eats hanno la loro sede all’estero e referenti nel nostro Paese, ma entra nella partita anche Socialfood, nata da due giovani laureati palermitani premiati da Banca Intesa San Paolo per l’innovazione tecnologica nel settore agro-alimentare.

Alla vigilia dell’entrata in vigore della legge 128 del 2019 che introduce alcuni diritti di base nel settore, Assodelivery ha sottoscritto un accordo collettivo con un sigla sindacale di destra (Ugl) che afferma di rappresentare mille ciclofattorini. Nella sostanza non si vuole riconoscere a tale categoria la qualifica e i diritti dei lavoratori dipendenti (ferie, malattie, indennità licenziamento, ecc.) così come richiedono, invece, i sindacati Cgil, Cisl e Uil esigendo l’applicazione del contratto collettivo già vigente per il settore della logistica, trasporto merci e spedizioni.

Sulla stessa linea si pone il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, che ha definito “contratto pirata” quello concluso tra Assodelivery e la Ugl (già Cisnal) e ha convocato le parti sociali l’11 novembre per definire una vertenza aperta già al tempo del Conte 1 con l’iniziativa dell’allora ministro del Lavoro Luigi   che convocò anche le nuove forme auto organizzate dei riders in una trattativa simbolica per tutte le forme della Gig economy, quell’area che teoricamente dovrebbe riguardare i cosiddetti freelance che occupano parte del loro tempo in attività gestite da piattaforme informatiche. Un mondo dai tratti “smart” ma che si presta a nascondere forme di sfruttamento ottocentesco di un lavoro sempre più precario.

Ad ogni modo la Cassazione, con la sentenza 2663 del 2020, ha precisato, nel caso della organizzazione esterna del lavoro ad opera delle piattaforme informatiche (che assegnano i compiti e valutano i risultati), i riders hanno diritto al trattamento e alle garanzie dei lavoratori subordinati senza bisogno di convertire il rapporto in una forma di lavoro dipendente.

Secondo alcuni giuristi si tratterebbe di una “terra di nessuno” che meriterebbe una regolamentazione ibrida, diversa dalle categorie novecentesche della stabilità del lavoro dipendente e di quello autonomo.

Addirittura è anche circolata una lettera aperta di circa 800 rider rivolta al governo per chiedere di non essere inquadrati come dipendenti per conservare la libertà del proprio tempo e vedersi riconosciuto la maggiorazione del lavoro a cottimo (più soldi per più consegne): una missiva firmata, tuttavia, solo con il nome proprio e la società di riferimento. Il cottimo è un metodo di retribuzione previsto dalla legge ma superato finora, nei fatti, dalle conquiste del sindacato contro forme implicite di sfruttamento.

Formalmente il contratto collettivo siglato da Ugl e Assodelivery è valido grazie alla mancata regolamentazione legale della rappresentanza sindacale e alla frammentazione, quando esistono, delle sigle dei ciclofattorini.  Di fatto Assodelivery li sta invitando ad aderire a tale accordo come condizione per poter continuare a svolgere la loro attività che tende a crescere con le nuove disposizioni del lockdown. Di contro, cresce il numero degli scioperi spontanei e organizzati nelle città desertificate. Secondo l’organizzazione dei riders union di Bologna «il Covid-19 colpisce tutti ma la crisi sociale ed economica che ne segue non fa altrettanto. Come le grandi piattaforme del food-delivery, c’è chi continua a fare profitti mentre altri restano privi di qualsiasi ammortizzatore sociale o reddito. La pandemia acuisce quelle differenze che attraversano la nostra società».

I rappresentanti di Assodelivery, prevalentemente giovani e informali come si presentano sul sito, fanno presente, invece, di aver salvato, con il loro contratto collettivo, ben 30 mila lavoratori messi in pericolo dall’applicazione di una legge che renderebbe, a loro parere, troppo oneroso il costo del lavoro, aggravato ulteriormente dall’applicazione del contratto collettivo della logistica.

La competizione tra soggetti internazionali e start up si giocherebbe, quindi, tutto sul margine di guadagno, niente affatto trascurabile, che resta dall’intermediazione tra società di ristorazione e consumatori finali. Un segmento produttivo considerato secondario e affidato al “nero” fino a pochi anni addietro, cioè prima dello sviluppo di questa forma di consumo di massa che va oltre la consegna del cibo.

I ciclofattorini hanno deciso di organizzarsi per «far sentire la voce degli invisibili» senza cedere ad alcun ricatto ma chiedendo «reddito e salute, welfare e diritti».

Una novità da cogliere per tutti coloro che vogliono affrontare concretamente il dilemma sull’economia capace di mettere la persona al centro. Una prima risposta a tale mobilitazione è arrivata dalla filiale italiana del gruppo Just eat, quotato alla Borsa di Londra, che ha dichiarato di voler assumere dal 2021 i circa 3 mila ciclofattorini con un contratto di lavoro dipendente. Una trattativa che dice molto del nostro sistema.

 

 

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