Chiara Lubich, la memoria e la pace

L’unità è una persona, Gesù, non una dottrina. Un mondo senza unità è destinato a perire
Chiara Lubich e Luce Ardente

Oggi, 14 marzo, celebriamo l’ottavo anniversario della morte di Chiara o, per usare un linguaggio spirituale, il suo dies natalis in cielo. In particolare quest'anno si sottolinea l’impegno per la pace nella vita e nel magistero spirituale di Chiara.

 

L’impegno per la pace ha il suo fondamento nella tragedia della Seconda guerra mondiale, a Trento, sotto i bombardamenti. Il carisma dell’unità, la pagina di Giovanni XVII, apre nel cuore di Chiara un impegno per la vita. Chiara comprende che il mondo senza unità è destinato a perire. Senza la pace e senza l’unità del genere umano lo stesso Vangelo viene cancellato e ridotto a devozione sterile. Chiara comprende che la pace e l’unità sono il nome di Gesù. L’unità e la pace sono una persona, la persona di Gesù, e non una dottrina. Come dice l’apostolo: «Egli è la nostra pace».

 

Come il granello di senape nasce nella piccolissima Trento, distrutta dalla guerra, e come un fiume arriva in tante parti del mondo, dal Myanmar alla Siria di oggi, per indicare luoghi al tempo stesso lontanissimi e vicinissimi. In ogni luogo della terra il seme del Vangelo produce frutti incessanti di pace, perdono, riconciliazione e dialogo.

 

Il carisma di Chiara intorno al mistero della pace e dell’unita è stato confermato da papa Giovanni, che, nella Pacem in terris, in un attimo, ha cancellato 1500 anni di teologia della guerra, da sant’Agostino alla Seconda guerra mondiale e alla bomba atomica. Ed oggi papa Francesco chiede che i cristiani aboliscano la guerra di fronte alla devastazione del Medio Oriente, dove conflitti politici e religiosi scompaginano ogni tessuto umano. Un'abolizione della guerra che si declina nella condanna assoluta del mercato delle armi, nel giudizio sul capitale finanziario che alimenta le guerre, nella costruzione di una cultura della riconciliazione che metta al centro della vita delle persone il mistero della fraternità, a partire dal più piccolo dei fratelli.

 

Le figlie e i figli di Chiara li ho incontrati in Algeria, in Palestina, in Libano, in Siria, in Giordania, là dove i popoli soffrono e pagano il prezzo altissimo di politiche di potenza che non portano da nessuna parte. Allora la pace si declina nel condividere la vita. Nessun dottrinalismo e politicismo, ma condivisione del cuore e della vita con coloro che vivono da sempre in queste terre, che decidono ogni giorno di restare e non di partire, che sanno che tutto questo può avere il prezzo della vita.

 

Così si semina la pace, così si miete la fraternità come dialogo con i figli di altre religioni e come viaggio quotidiano con le persone di buona volontà, nella convinzione che l’unità e la pace sono donate dal Signore, mentre la divisione e la menzogna appartengono al diavolo che è il divisore e il padre della menzogna. Papa Francesco ogni giorno consegna e narra il Vangelo della pace, il perdono di Gesù, la parola della croce. Quello che Chiara ha sperimentato settanta anni fa, oggi viene proposto dal magistero e dai gesti di papa Francesco, che fa del perdono e della misericordia gli architravi della vita cristiana e i suoi fondamenti.

 

Basti ricordare i viaggi del papa, da Lampedusa a Gerusalemme, a Bangui e a Cuba, l’affermazione di un ecumenismo del sangue e delle vittime, il dialogo interreligioso come grande sapienza dell’incontro e della vita spirituale. Dunque il sogno di un magistero della pace tra le culture, oltre il tempo e la follia delle scomuniche. Chiara ha fatto questo in modo incessante, visitando terre e popoli, e costruendo comunità che nascono dal mistero di Gesù crocifisso e abbandonato.

 

Allo stesso modo papa Francesco va incontro a ogni persona che cerca una parola comune da condividere, mettendo al centro la predilezione evangelica dei poveri. Il segno della pace di Chiara sono i suoi figli, sparsi in oltre 130 Paesi, spogliati di ogni potere, e spogli di ogni ricchezza, per seminare l’unità e la pace che nascono dal Vangelo, senza arroganza, senza imporre colonialismi spirituali, in povertà e semplicità. A mani vuote e non a pugni chiusi.

 

La pace, che è la persona di Gesù, non è generata da ambizioni ecclesiastiche e non cerca il successo mondano; ha la  sua forza nella missione, che avviene nella debolezza. Chiara oggi consegna questo e lo consegna a tutti, perché ciascuno possa essere reso vivo dal Vangelo e nient’altro. Questa è la ricchezza povera della Chiesa, la sua forza debole, che la conduce fino ai confini del mondo, donando ciascuno la sua vita.

 

 

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