Charles de Foucauld, fratello di tutti

Il suo messaggio centrato sulla fraternità universale è una risposta profondamente attuale alle sfide della società contemporanea. La sua vita e la sua spiritualità nel saggio Carismatica Europa, come i santi hanno rivoluzionato la storia dell’Occidente (Città Nuova, 2015).
Carismatica Euopa. Come i santi hanno rivoluzionato la storia dell'Occidente_Città Nuova

Charles de Foucauld nacque a Strasburgo il 15 settembre 1858. Orfano dei genitori, a sei anni fu cresciuto dal nonno che, con sim­patia e generosità, gli trasmise l’amore per la famiglia e per il proprio Paese, la passione per gli studi e per il silenzio della natura. Amante della letteratura e della vita avventurosa, nel 1876 si arruolò nell’e­sercito, dove portò a termine gli studi all’Accademia di Cavalleria e nel quale percorse anche una breve carriera. Nel 1882 si congedò per partire all’esplorazione del Marocco. Nel deserto, a contatto con i nomadi musulmani che vivevano costantemente alla presenza di Dio, Charles riscoprì a ventotto anni la fede e, al tempo stesso, avvertì la propria vocazione: «Appena ho creduto che c’è un Dio», scriverà alcuni anni più tardi «ho compreso che non potevo fare altro che vivere per lui […]. Inizialmente dovette lottare e superare molti osta­coli; Io, che avevo tanto dubitato, non credetti tutto in un giorno». La spedizione risultò un avvenimento scientifico di importanza tale da fruttargli la medaglia d’oro della Società di Geografia. Tuttavia, il successo non acquietò il suo spirito. Egli scrisse: «Mi sono messo ad andare in chiesa, senza credere, trovandomi bene soltanto lì e passando lunghe ore a ripetere questa strana preghiera: Mio Dio, se esisti, fai che ti conosca».

Non molto tempo dopo, egli incontrò l’abate Huvelin. Le con­versazioni con lui lo guidarono verso la conversione. Fortemente attratto dall’esempio di Gesù di Nazareth, dopo essersi recato in pellegrinaggio in Terra Santa, scrisse: «ho tanta sete di condurre finalmente quella vita che cerco da più di sette anni […] che ho intravista, intuita, camminando per le strade di Nazareth calcate dai piedi di nostro Signore povero artigiano perduto nell’oscurità». A trentadue anni maturò quindi la decisione di entrare nella Trappa di Nostra Signora delle Nevi, in Francia. S’immerse nella Bibbia e negli scritti degli autori spirituali vivendo nella carità piena di tenerezza, che regna nel monastero. Poi fu in Siria, alla ricerca di una vita più dura. A poco a poco sentì che amare Gesù significa diventare fratello di tutti nell’amore del Padre. Per questo, accettò di studiare e, nel 1896, venne inviato a Roma. Tutto ciò gli costò pa­recchio, perché desiderava vivere secondo la legge dell’ultimo posto e condividere tutte le pene, tutte le difficoltà e tutte le durezze della vita. Non voleva essere più ricco del suo Bene-Amato. I superiori di Charles riconobbero il movente interiore che lo spingeva nella sua Nazareth: la vita nascosta di Gesù in paese di missione con l’esposi­zione e l’adorazione perpetua del Santissimo sacramento.

Era il genere di vita che sognava per i suoi compagni che egli sperava lo raggiungessero un giorno:

L’Ostia Santa, esposta giorno e notte, rende la loro vita simile a quella di Maria e di Giuseppe, giacché come loro, essi hanno in qualsiasi ora sotto gli occhi Nostro Signore Gesù […]. Portando in seno alle genti infedeli il loro altare e il loro tabernacolo, essi santificano silenziosa­mente questi popoli, come Gesù a Nazareth per trent’anni in silenzio santificò il mondo.

Dopo aver fatto i voti, il 17 febbraio 1897 s’imbarcò per la Ter­ra Santa per seguire Gesù più da vicino possibile. Fu accolto come domestico dalle clarisse di Nazareth e «alloggia in una capanna di tavole, fuori dalla clausura». Qui comprenderà che ciò che conta non è Nazareth, ma la volontà di Dio, «Dio solo». Gli incontri e i colloqui con la badessa delle clarisse gli fecero scoprire che l’imi­tazione di Gesù avveniva non solo col nascondimento, ma anche con la missione apostolica, comprese così la sua vocazione: lavorare al bene delle anime più abbandonate e, come sacerdote sarà come Gesù, per le pecore senza pastore.

[…]

E scrisse poi pensando alle fondazioni: I Piccoli Fratelli dei Sacro Cuore di Gesù considerando come una del­le loro regole fondamentali non solo di porre la grandissima maggio­ranza delle loro fraternità nelle terre infedeli dei paesi di missione, ma anche di scegliere, per farvi le loro fondazioni, i paesi più trascurati, più abbandonati, più arretrati, quelli che più mancano di operai evan­gelici; la loro vocazione speciale è di andare, come il padre divino, alla ricerca delle pecore più perdute.

Scelse allora di ricominciare dal Sahara e si stabilì dapprima a Béni-Abbès per poi vivere con i tuareg, a Tamanrasset. Nel deserto, Charles iniziò la sua presenza silenziosa di amore universale in mezzo alle popolazioni. Il riscatto degli schiavi e la loro evangelizzazione, l’incontro coi musulmani, come lui interamente abbandonati in Dio, segnarono gli anni lì trascorsi.

Condivise la loro vita, imparò la loro lingua, tradusse i loro poemi e diede alle stampe un imponente dizio­nario illustrato. Tempo dopo, sentì la necessità di fondare una famiglia religiosa, incentrata sul Vangelo, sull’Eucaristia, sulla vita apostolica.

Tuttavia, tutto questo rimase solo un desiderio. Morì il primo dicembre 1916, colpito da una fucilata, durante una scaramuccia suscitata da ribelli dell’Hoggar. Alcuni anni prima, aveva scritto nel suo diario: «Vivi come se dovessi morire martire oggi». La parabola del chicco di grano che dà frutto solo se cade a terra e muore, per Charles de Foucauld – che non ebbe compagni nel suo cammino d’intimità con Cristo, nella sofferenza e nella morte a se stesso, né operò alcuna conversione esplicita al cristianesimo tra coloro in mezzo ai quali viveva – troverà dopo la sua morte nu­merosi discepoli che, come lui, abbracceranno la croce di Cristo, certi di poter così abbracciare anche colui che vi fu appeso. Padre Charles de Foucauld è stato beatificato da papa Benedetto XVI il 13 novembre 2005.

Oggi, di fronte alle sfide del terzo millennio, il messaggio di Charles de Foucauld è di una attualità straordinaria. Per il suo idea­le di carità universale, egli voleva essere considerato fratello di tutti. «Cristiani, musulmani, ebrei, idolatri […] fratello universale» e, per i suoi fratelli voleva che «la carità brilli come un faro; che nessuno, anche se peccatore o infedele, ignori in un vasto raggio che essi sono amici, gli amici universali, i fratelli universali, che consumano la loro vita a pregare per tutti gli uomini senza eccezione e a fare loro il bene» e che questa fraternità, vissuta nell’accoglienza, fosse «secondo il suo nome, la casa del Sacro Cuore di Gesù, la casa dell’amore divino ir­radiante sulla terra, della carità ardente del Salvatore fra gli uomini».

In lui, si avverte forte la tensione all’unità che si realizza me­diante la carità: Dobbiamo amare tutti gli uomini in vista di Dio al punto di fare un tutt’uno con loro, anzitutto perché Dio ce lo comanda, ce ne dona l’e­sempio […] ma, soprattutto, questo amore va fino all’unificazione di tutti […] perché tutti gli uomini sono, a un titolo o a un altro, membra di Gesù, […] del suo Corpo Mistico […] per conseguenza, amandoli, facendosi una cosa sola con essi, vivendo in essi col nostro amore, noi amiamo […] Gesù, ci facciamo una cosa solo con […] Gesù.

 

 

Da Marina Motta, Carismatica Europa, come i santi hanno rivoluzionato la storia dell’Occidente (Città Nuova,2015)

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