Centro Italia, la terra trema ancora

Lavoro senza sosta nei soccorsi alle troppe vittime del  terribile sisma di magnitudo 6.0. Tornano a casa i turisti rimasti indenni e che attendevano la festa del prossimo sabato. La paura e lo smarrimento assieme ai legami solidali si alternano nella vita dei paesi provati dal dolore. Dal nostro inviato  
Amatrice foto AP ANSA

La strada di avvicinamento verso Amatrice, piena di curve, ci porta verso la deviazione di Poggio Cancelli. La strada principale è inagibile perché un ponte è pericolante.

 

Il notiziario alla radio parla di 38 morti ed è forte il contrasto con la bellezza degli alberi immobili alti e sereni. Prima di arrivare ad Amatrice incontriamo la famiglia Flora. Indossano ancora il pigiama mentre tornano di corsa a Roma con la macchina stipata di bagagli. È gente che ha stampato in volto il riflesso di una paura primordiale.

 

La loro casa in cemento armato non è crollata ma non possono affrontare un’altra notte sotto continue scosse. Piatti, suppellettili e soprammobili sono distrutti ma “almeno lo possiamo raccontare”.

 

Mentre scriviamo la terra trema ancora. La città, ci spiegano, era stracolma di turisti perché era prevista, per sabato prossimo, la “festa dell’amatriciana”, il noto piatto di pasta che ha evidenti origini in questi luoghi.

Pino Flora è un reduce del terremoto del Friuli nel 1976. Sapeva che bisognava restare in casa e così ha fatto perché, in questi casi, è più pericoloso fuggire per le scale.

 

Ad un chilometro da Amatrice, nella frazione di san Cipriano la strada si blocca. Una lunga coda di mezzi di soccorso, elicotteri che atterrano, ambulanze che sibilano il loro grido di allarme.

Ma il suono più sinistro è il latrato stridulo di un cane bianco chiuso nel giardino di una casa al primo piano completamente sventrata. Aperta come una scatola di tonno. Il cane frena il suo vagare e l’abbaiare doloroso solo quando arriva la sua padrona, che lo fa uscire e lo fa salire su una macchina.

 

Un uomo più anziano di lei, accanto al cane, parla al cellulare con un conoscente: «La casa è sfondata. Non è rimasto più niente. Siamo solo salvi».

 

Pochi metri più in là incrociamo Umberto Paciarelli, il grafico della nostra redazione , impegnato, con il soccorso alpino di Roma, a scavare nelle macerie. È arrivato tra i primi a portare soccorso e ha già tirato fuori dalle rovine i corpi di sei vittime. Una coppia di anziani, due ragazzi, un maschio e una femmina, e una coppia di 45enni, ancora sdraiati nel letto, con accanto il loro cane. Morto anch’esso.

 

Solo una persona è ancora viva. Scava con le piccozze, mentre si usano le porte come barelle. Arrivano piccole ruspe per aiutare e Umberto commenta «è come L’Aquila. Solo qui ci saranno decine e decine di morti…». Ci saluta perché deve registrarsi al comune prima di proseguire.

 

Don Fabio Cammarota è parroco a Città Reale. Poco distante. Dopo la prima scossa, è stato avvertito da un sms ed è corso su con la sua jeep facendosi strada tra i numerosi sassi sulla strada. Avverte la prefettura che la situazione è grave e nel frattempo, dopo le 4, arriva la seconda scossa. «È crollato anche tutto quello che era rimasto in piedi. Ho spinto la gente nel parcheggio dell’ospedale ancora libero. Purtroppo sono morti tanti che conosco. Ivan, che ho sposato 4 mesi fa, si è salvato perché era a Roma ma della moglie non si sa più nulla». Si commuove.

 

Passa una barella con sopra un cadavere con un lenzuolo bianco molto sporco e impolverato. Una giovane donna bionda piange disperata e si scaglia contro i reporter e i fotografi. «Smettetela!», urla. Il parroco benedice la salma e una persona della protezione civile ci dice di allontanarsi. Potrebbero esserci nuovi crolli.

 

Sul terremoto in Centro Italia leggi anche “Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto”; 12 mila volontari come UmbertoAmatrice, il paese che non c’è più; Terremoto ad Amatrice e Norcia: la creazione geme; Il racconto dei nostri lettori; A Pescara del Tronto una notte di terrore e solidarietà; Una terra distrutta come dopo un bombardamento.

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