C’è bisogno dell’Europa?

Maria Voce, presidente del Movimento dei focolari non si sottrae alle domande politiche sulla crisi del Vecchio Continente. Vi anticipiamo qualche risposta dal libro "La scommessa di Emmaus"
Emmaus - libro-intervista

Nell’intervista che Maria Voce ha rilasciato a Michele Zanzucchi e Paolo Lòriga sull’agire e l’essere dei focolarini dopo Chiara Lubich si è parlato anche di politica europea. Per la puntata del libro del mese vi anticipiamo due risposte tratte da "La scommessa di Emmaus", cosa fanno e cosa pensano i focolarini nel dopo Chiara Lubich, (Città Nuova editrice, pp. 192, € 14,00). Intanto c’è attesa per l’intervista alla presidente dei Focolari che si terrà a Loppianolab il prossimo 22 settembre alle 18.00 all’Auditorium di Loppiano. Marco Politi, scrittore e editorialista de “Il Fatto Quotidiano”, e Lucetta Scaraffia, docente di storia contemporanea all'Università La Sapienza di Roma e editorialista dell'“Osservatore Romano”, dialogheranno anche su questi temi con Maria Voce, puntando particolarmente all’attutalità.

Intanto in anteprima qualche risposta pubblicata sul libro.

Siamo in piena fibrillazione dell’eurozona e sembra arri­vata al capolinea l’Europa tecnocratica. Qual è, secondo te, il motivo di fondo della crisi dell’Unione europea?
Il motivo di fondo di questa crisi mi sembra sia la cri­si delle relazioni, come abbiamo già accennato. E la genesi dell’Unione Europea sta lì a dimostrarlo ed evoca ragioni che sembra non ci appartengano più. La gente si chiede: perché c’è stato bisogno di costruire un’Unione Europea? perché si è proceduto con convinzione verso istituzioni e politiche comuni? È indispensabile allora ricordare che, nonostante i conflitti bellici, i popoli europei sentivano di avere una radi­ce comune. Questa è e resta il fondamento.
Un’altra cosa è invece il modo con cui si è cercato che questo “sentire dei popoli” potesse esplicitarsi anche in cam­po politico. Si è ritenuto prioritario costruire un mercato co­mune e basarsi su una moneta comune, immaginando così di costruire un’unione che fosse ancorata ad aspetti concreti della vita delle persone e degli Stati, che fosse legata alle vi­cende economiche e alle necessità del mercato, affidandosi perciò alle leggi del capitalismo.
 

Come guardare all’Europa occidentale senza pessimismo? Si dice che il Vecchio Continente non abbia futuro perché in difficoltà economica, con inediti squilibri sociali, in crisi demo­grafica, colpito dalla malattia del relativismo e immerso in una notte culturale senza uscita apparente.
Dio sta lavorando l’Europa, come dimostra l’opulenza che sta diminuendo rapidamente, col relativismo che inci­de negativamente sulla gente, sulla gioventù e sulle famiglie. La crisi demografica, poi, ci sta mettendo in seria difficoltà di fronte ad altre popolazioni che migrano in massa verso l’Europa e di cui abbiamo paura, ma alle quali non possiamo contrapporre un popolo in crescita. Mi sembra che tutto ciò sia un ammonimento che Dio sta dando all’Europa. Il conti­nente vive una “notte culturale”, come sosteneva tra gli altri Chiara Lubich, ma nel contempo proprio in questa oscurità sta anche la speranza di venirne fuori. Mi sembra che in tanti giovani stia rinascendo la voglia di costruire qualcosa di du­raturo.
 

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