Card. Turkson: bisogna tracciare nuovi sentieri

Da pochi giorni papa Francesco ha affidato al card. Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, il compito di istituire la Commissione Covid-19, che ha il compito di contribuire ad arginare la crisi in corso e iniziare a progettare il futuro
Spada - LaPresse

Card. Turkson, qual è il mandato di papa Francesco per la Commissione Covid-19?

La formazione di questa Commissione si inserisce nel quadro degli interventi che il Dicastero già operava per sua competenza, avendo ereditato ciò che il Pontificio Consiglio Cor Unum faceva: rispondere alle situazioni di bisogno del mondo. All’inizio della pandemia abbiamo testimoniato la vicinanza del santo padre mandando aiuti finanziari agli organismi, in gran parte alle Caritas del posto. Abbiamo mandato aiuti in Cina quando il Covid è iniziato, a Wuhan; quando è passato in Italia, abbiamo mandato somme di denaro alla Caritas italiana per aiutare la Cei. Quando c’è stato un eccesso di casi nelle terapie intensive, in Dicastero si è pensato di trovare uno spazio in Vaticano per i pazienti, ma poi si è scelto di dare forniture mediche agli ospedali esistenti. Quando l’epidemia si è manifestata nel Sud del mondo, il santo padre ha cercato di guardare al di là di questo virus, al mondo che sarà.

Card. Turkson
Card. Turkson

Com’è organizzato il lavoro della Commissione?

La Commissione ha due compiti principali: testimoniare la vicinanza del santo padre con gesti concreti e aiutare le Chiese locali. Abbiamo creato 5 gruppi. Il primo gruppo prende contatto con le Chiese locali. La Commissione non interviene per assumere il controllo al posto della Chiesa locale, ma per potenziarla. Cerchiamo sempre di promuovere il protagonismo della Chiesa locale. Il secondo gruppo riflette sulle sfide del lavoro, dell’economia, per suggerire nuovi sentieri per il futuro. Già il santo padre ha parlato di un salario universale, di cancellazione dei debiti e voleva organizzare con i giovani l’evento “L’economia di Francesco”. Il frutto della ricerca del secondo gruppo passa al quarto gruppo che interagisce con gli altri Stati per affrontare la questione dello sviluppo, i problemi sanitari e tracciare nuovi sentieri per il futuro dell’umanità. Ho fatto esperienza personale in Nigeria e in Congo con Ebola dove la malattia ha ucciso medici, infermieri perché all’inizio non si capiva di che tipo di malattia si trattasse. Bisogna rendere i loro sistemi più forti per identificare la diagnosi e sapere affrontare la situazione. Il terzo gruppo si occupa della comunicazione, di come fare risuonare la voce del papa e i suoi insegnamenti, e il quinto di raccogliere i fondi per i progetti.

Papa Francesco ha chiesto di rimettere il debito ai Paesi poveri e per ora il G20 ha solo sospeso il debito, senza cancellarlo. Pensa che questo sarà sufficiente?

Non è la prima volta che la Chiesa chiede la cancellazione del debito. L’abbiamo fatto nel grande Giubileo del 2000 prendendo spunto dall’Antico Testamento. Questa volta il punto di partenza è: i Paesi poveri hanno bisogno di mezzi per affrontare questa malattia e i bisogni della popolazione. Si chiede se si può cancellare o rinviare il pagamento dei debiti per usare i fondi per la situazione della popolazione. Alcuni Paesi poveri hanno ricevuto un po’ di sodi in prestito. Ma, parlando più in generale, se alcuni Paesi sono indebitati è perché sono vittime di una struttura che crea diseguaglianza. Sappiamo che c’è una percentuale della popolazione che possiede il 90% dei soldi del mondo. Questa grande diseguaglianza deve essere studiata per vedere come risolvere il problema. La cancellazione del debito è una buona strada, ma si deve studiare un sistema economico, sociale che consenta la riduzione della diseguaglianza. Ad esempio, se un Paese che produce cacao può ricevere un prezzo degno per i suoi prodotti, sarà meno indebitato. Bisogna rivedere tutto il sistema economico, di commercio e il rapporto tra i ricchi e i poveri.

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse
Foto Mauro Scrobogna /LaPresse

Qual è la povertà umana che in questo momento rischiamo di trovarci a vivere?

La mancanza di senso di solidarietà, di sentirsi comunità umana legata dalla stessa esperienza. Nessuna parte del mondo è risparmiata da questa malattia, per la prima volta sentiamo come tutti siamo umani, davanti a questo virus non c’è ricco, povero, siamo tutti vittime e dobbiamo capire come lavorare insieme, con i nostri medici, scienziati, ricercatori, per trovare una soluzione perché ci troviamo davanti a una minaccia comune.

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