Carcere, Covid 19 e diritti umani

Intervista sulla situazione carceraria a Claudio Paterniti Martello dell’associazione Antigone. Urgono misure per evitare il contagio negli istituti di pena rispettando la sicurezza e il recupero delle persone detenute
Carcere e Covid 19 Cecilia Fabiano/ La Presse

Sono in pochi ad occuparsi dei diritti delle persone che si trovano in carcere. Un microcosmo separato dove si aggravano le diseguaglianze esistenti nella società. Il sovraffollamento negli istituti di pena rappresenta un serio problema per la diffusione del Covid 19 non solo tra i detenuti.

In una nota ufficiale del 9 dicembre il Procuratore generale al Consiglio Superiore della Magistratura, Giovanni Salvi, ha evidenziato l‘anomalia della presenza in carcere di almeno 2 mila persone che avrebbero diritto alla detenzione domiciliare ma non ne possono usufruire perché prive di domicilio. Proprio i soggetti fragili e meno pericolosi sono, quindi, esclusi da percorsi di recupero e reinserimento previsti dalla legge

Ne abbiamo parlato Claudio Paterniti Martello di  Antigone, associazione politico culturale a cui aderiscono prevalentemente «magistrati, operatori penitenziari, studiosi, parlamentari, insegnanti e cittadini che a diverso titolo si interessano di giustizia penale».

Come realtà impegnata da molti anni “per i diritti e le garanzie nel sistema penale” avete criticato l’ipotesi ventilata di destinare risorse del Recovery plan per la costruzione di nuove carceri, eppure i dati parlano di un sovraffollamento insostenibile, soprattutto considerando la pandemia in corso. Quali sono le ragioni della vostra obiezione?
La ragione principale è questa: quando si costruiscono nuove carceri poi le si riempiono. Ce lo insegna la storia. Questo avviene senza legame con l’andamento della delittuosità. D’altra parte già oggi è così: da anni i reati sono in diminuzione ma la popolazione detenuta cresce (il trend si è invertito solo con l’arrivo della pandemia). Quindi più posti disponibili ci sono più si finisce per incarcerare. Ma il problema oggi è che si incarcera troppo. Il Procuratore generale della Cassazione a più riprese ha invitato a ricorrere alle misure di custodia cautelare con più parsimonia, in obbedienza a quanto previsto dalla Costituzione e dalla legge. Questa è una delle cose da fare. Con meno persone in carcere si avrebbero più risorse a disposizione per ciascuna persona detenuta e di conseguenza si sarebbe maggiormente in grado di perseguire la finalità costituzionale della pena, cioè il reinserimento del reo. Ogni educatore potrebbe dedicare più tempo a ciascun detenuto, la percentuale di lavoratori sarebbe più alta, e via dicendo. Quei soldi andrebbero usati per assumere più personale civile, per adeguare gli stipendi degli educatori a quelli del personale in divisa, per potenziare il welfare dentro e fuori, per rafforzare le strutture capaci di accogliere detenuti che hanno accesso potenziale alle misure alternative ma che per mancanza o inadeguatezza di domicilio oggi restano in carcere. D’altra parte riteniamo sacrosanto restaurare là dove c’è da restaurare.

La richiesta di amnistia e indulto avanzate da radicali italiani, anche tramite sciopero della fame di Rita Bernardini, si scontra con le notizie dell’uscita dal carcere di pericoli esponenti delle mafie che non hanno problemi a pagare i migliori avvocati. Come si supera questa contraddizione tra ragioni umanitarie ed elusione della pena da parte di criminali recidivi?
Le polemiche sulle scarcerazioni dei boss sono state molto pretestuose. Prima di tutto i numeri dati dalla stampa erano gonfiati: sono stati in 3 a essere passati dal 41-bis allo scontare la pena a casa propria. Uno di questi avrebbe finito di scontare la propria pena alcuni mesi dopo. Detto ciò, bisogna tenere conto del fatto che dietro a ogni scarcerazione c’è una valutazione attenta da parte di un magistrato della Repubblica, basata sulla necessità di contemperare il diritto alla salute e le esigenze di sicurezza della comunità. Queste ultime vengono attentamente pesate, com’è giusto che sia. Ma la pena non può porsi al di fuori del dettato costituzionale. Mai. Penso dunque non vi sia contraddizione tra la pena e il rispetto dei diritti umani. D’altra parte, rispetto ad amnistia e indulto, i reati gravi come quelli di mafia si potrebbero facilmente escludere. Ma non mi sembra ci siano le condizioni politiche per arrivare a provvedimenti del genere. Purtroppo.

Anche gli agenti di custodia vivono quotidianamente le contraddizioni di un sistema carcerario che, come riconosce il ministro Bonafede, è «stato trascurato per decenni e quindi si trova in una situazione di normale precarietà». Quali sono, a vostro giudizio, gli interventi necessari a favore del personale del settore penitenziario?
Innanzitutto bisognerebbe consentire il passaggio da un settore dell’amministrazione pubblica all’altro. Lavorare in carcere espone a grandi rischi di burn-out. Questo vale per gli agenti, ma anche per gli educatori, i direttori, etc. Mi sembra però che i sindacati di polizia penitenziaria non lo chiedano. Il risultato è che gli unici a cambiare mestiere sono quelli che vanno a fare i sindacalisti. Noi crediamo che chi lavora in carcere oggi non sia abbastanza gratificato: né da un punto di vista materiale, economico, né da un punto di vista formativo, né simbolico. Questo vale sia per gli agenti che per il personale civile. Dopodiché mancano molte figure: i mediatori linguistici e culturali sono pochissime, in un sistema penitenziario in cui un detenuto su tre è straniero. Gli educatori sono pochi. Non si fa un concorso per direttori da 25 anni. Sono queste le strade da perseguire. Infine, in un sistema meno affollato anche il carico organizzativo del personale sarebbe minore.

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