Buttare giù Tor Bella Monaca. E dopo?

 I dubbi dal dossier di Legambiente e le domande sulla città di Roma
tor bella monaca roma

Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, lo aveva ipotizzato nell’agosto del 2010, al fresco di un convegno a Cortina D’Ampezzo, lontano dalla canicola bollente della città. Ma il progetto è andato avanti speditamente con tanto di masterplan presentato all’Università Tor Vergata e dibattito presso il centro sociale “Che Guevara” attivo nella zona e di area politica notoriamente lontana da quella del primo cittadino romano.

 

La necessità della «demolizione programmata» di un quartiere nasce per recuperare uno spazio rovinato dalla peggior edilizia popolare degli anni Ottanta. Quella zona era conosciuta come il granaio di Roma: ampi appezzamenti di terreno agricolo appartenente ad una nobile famiglia della Capitale tuttora proprietaria di vaste aree che circondano il quartiere nonché creditrice, per oltre 50 milioni di euro, dello stesso comune di Roma a causa dell’esproprio subito a suo tempo per i campi di frumento dove è avanzata la metropoli.

 

Un credito che verrà estinto grazie alla nuova edificazione sui restanti terreni dell’agro romano ancora liberi e su cui si estenderà l’area di riqualificazione urbanistica che farà passare, secondo i calcoli dell’associazione ambientalista, i metri cubi ad oltre tre milioni e mezzo contro gli attuali due milioni.

 

Secondo il dossier di Legambiente i vari progetti avviati e approvati complessivamente dall’amministrazione capitolina comporterebbero l’incremento di 17 milioni di metri cubi, cioè mille e 462 ettari di nuova superficie cementificata paragonabile all’intera città di Salerno. Con un aumento dell’edilizia residenziale di 135 mila alloggi, di cui solo 140 destinati all’edilizia sociale. Affermazioni che chiamano in campo gli interessi dei costruttori, definiti i veri “re di Roma”, a prescindere dal colore delle giunte visto che la stessa organizzazione ambientalista aveva già espresso, in maniera condivisa con molte altre associazioni, un giudizio decisamene negativo sul piano regolatore approvato nel 2008 in tempi resi brevi dalle dimissioni di Veltroni, lanciato verso la candidatura nazionale a premier.

 

Per restare al dossier Roma al metro cubo di Legambiente, reso disponibile ad inizio febbraio, anche una volta venuto meno il progetto delle opere ipotizzate per il circuito di Formula 1 all’Eur, rimangono diversi casi eclatanti di consumo di suolo. Ad esempio i nuovi stadi di Roma e Lazio e delle cittadelle del commercio ad essi collegati e, sullo sfondo, l’assegnazione ricercata dei giochi Olimpici del 2020, che darebbe il via ad una serie di interventi capaci di cambiare il volto della città come, in maniera decisa, è stato riaffermato durante gli Stati generali dell’Eur per la presentazione del “Piano strategico di sviluppo di Roma Capitale”.

 

D’altra parte Leon Krier, l’urbanista che ha redatto il concept plan di demolizione e ricostruzione di Tor Bella Monaca, è uno dei rappresentanti di quel movimento internazione del Nuovo urbanesimo incentrato proprio sul rispetto dell’ambiente e il recupero della dimensione comunitaria della prossimità e della pedonalizzazione dei quartieri contro il modello della città diffusa dominata dall’uso dell’automobile. Argomenti che sono comuni anche a molti di quei movimenti che hanno protestato fuori dall’ufficialità della grande manifestazione organizzata dal comune di Roma.

 

Segni che sembrano indicare la necessità di trovare spazi di dialogo concreto, a partire dall’impatto dei diversi progetti sulla vita comune nella città.    

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