Braccio di ferro per il governo in Italia

Partiti e coalizioni continuano ad esternare e porre ultimatum dimenticando che abbiamo votato con un sistema proporzionale. Non esistono investiture dirette, cioè, e le maggioranze si formano nelle Camere. Il ruolo decisivo del Presidente della Repubblica, Mattarella, e le manovre in corso in vista delle elezioni europee
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Si apre un’altra settimana di trattative per la formazione del governo e tra qualche giorno il Presidente Mattarella convocherà le parti politiche per il secondo giro di consultazioni, dopo che il primo si è concluso con un nulla di fatto. Ma è cambiato qualcosa?

Quando si è presentato alla stampa, al termine del primo giro, il Presidente ha esordito con una puntualizzazione: ha spiegato che le consultazioni, “in base agli articoli 92 e 94 della Costituzione” hanno lo scopo di far emergere la composizione di un governo che abbia il sostegno della maggioranza del Parlamento. Il primo articolo menzionato è quello che attribuisce al Capo dello Stato il potere di nominare il Presidente del Consiglio; il secondo (la cui citazione è stata accompagnata da un’espressione rafforzativa del volto e della voce) è invece quello che scolpisce: “Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”. La citazione espressa delle disposizioni costituzionali non è quindi un dettaglio irrilevante. Il Presidente ha ritenuto necessario ridefinire la cornice entro cui muoversi e che al momento appare ancora un punto di arrivo piuttosto lontano.

Il M5S se ne discosta, infatti, dal momento che ritiene di poter rivendicare l’incarico di formare il governo per Luigi Di Maio in nome di una pretesa investitura elettorale (gli 11 milioni di elettori che, barrando la lista del Movimento, avrebbero espresso questa volontà). Questa rivendicazione può essere comprensibile se si tiene conto del fatto che Di Maio e la classe politica che lo accompagna sono cresciuti, anagraficamente addirittura, nella stagione del maggioritario, quando è invalsa la retorica del “premier indicato dalle urne”, sorretta da un sistema elettorale con premio di maggioranza e dalla presenza del nome del capo coalizione sui simboli. Due elementi che hanno effettivamente consentito la formazione di governi guidati dal capo della coalizione vincente (Berlusconi o Prodi).

Ma non appena un governo è andato in crisi o il sistema ha mostrato una falla per mancanza della maggioranza in entrambe le camere (vedi la legislatura appena passata), si è tornati alla fisiologia costituzionale: il Presidente del Consiglio può essere chiunque; l’unico requisito che deve avere è quello di essere in grado di aggregare una maggioranza in entrambe le Camere. Si dà il caso che questa fisiologia sia oggi ritenuta patologia; ma non si può pretendere che il Capo dello Stato, vincolato agli articoli 92 e 94 della Costituzione, sposi questa teoria. Quindi né Di Maio né nessun altro può pretendere di essere incaricato a formare il governo. Ciò che accadde a Bersani all’apertura della XVII legislatura, dovrebbe essere sufficiente a scoraggiare la deriva dell’errore umano in perseveranza diabolica.

Però anche il secondo primattore, la Lega, si discosta da quella cornice costituzionale quando pretende di escludere a priori una forza politica (il Pd) in favore di un’altra (il M5S), sapendo che questo comporta una divisione della coalizione di cui è capofila e concludendo “altrimenti si torna al voto”. Con questa ultima affermazione anche Salvini fuoriesce dal seminato, perché tornare al voto vorrebbe dire sciogliere le Camere e questa è una competenza del Capo dello Stato, che potrebbe percorrere qualsiasi altra ipotesi di maggioranza prima di arrivare a una tale decisione.

Infine, anche un Pd che si chiama fuori da tutto mostra un approccio troppo rozzo per un partito del suo lignaggio. Da quelle parti sanno bene, infatti, come funziona la Costituzione e sanno ancora meglio (perché l’ha voluta proprio il Pd) che abbiamo votato con una legge a impianto proporzionale senza premio di maggioranza. Pertanto non è giustificata neppure la sua pretesa di scegliersi la parte in commedia dell’opposizione.

Il tempo è alleato del presidente Mattarella, ma speriamo non scorra invano. Il nucleo di maggioranza adombrato in occasione delle prime scelte parlamentari, l’asse 5 Stelle – Lega, si è impantanato sulla richiesta di Di Maio a Salvini di abbandonare Berlusconi. Richiesta oggettivamente irricevibile sia per motivi di corta gittata, ovvero le prossime elezioni regionali, che più lunga, cioè il destino di Forza Italia e del suo elettorato.

Proiettando un attimo gli scenari da qui a qualche mese, verso le elezioni europee, non è fantapolitica immaginare un nuovo gruppo parlamentare formato da parte di Forza Italia e dal Pd renziano, in collegamento con la macroniana En marche!. Se la Lega rompesse, oltre a indebolire la sua posizione nell’alleanza, offrirebbe su un piatto d’argento a Matteo Renzi questa opportunità. Proprio le prospettive (o le illusioni, chissà) di scomposizione e di ricomposizione dei gruppi parlamentari appaiono, al momento, uno dei fattori di maggior ostacolo alla definizione di una maggioranza. Il che rende la partita più simile a un braccio di ferro che a una partita a scacchi.

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