Becchetti, economia generativa per il rilancio

Intervista a tutto campo, dal Mes al Recovery fund europeo, con l’economista che guida una delle commissioni di esperti del ministero dell’Ambiente
LaPresse Mourad Balti Touati

Tra le frizioni nella maggioranza sugli “Stati generali dell’economia” previsti dal 12 maggio alla discussione sulle 102 proposte del piano di rilancio della commissione Colao, con l’astensione pesante della Mazzucato, l’argomento delle scelte determinati in campo economico non può non entrare nella discussione pubblica.

Ma è necessario, poi, entrare nel dettaglio delle tante commissioni consultive di esperti nominate in tempo di pandemia.

A coordinare una di quelle del ministero dell’Ambiente, come consigliere economico del ministro, è stato chiamato Leonardo Becchetti, professore ordinario di Economia politica presso l’Università di Roma Tor Vergata. Da sempre protagonista della finanza etica, direttore scientifico del Festival dell’Economia civile, ha da poco scritto un libro, edito da Minum Fax, dal titolo ambizioso: «Bergoglionomics. La rivoluzione sobria di papa Francesco».

Sul piano di rilancio presentato dall’ex manager della Vodafone, Becchetti ha fatto notare che le proposte devono essere «compatibili con i princìpi del Bes – Benessere equo e sostenibile – adottati dal governo italiano»

La commissione del professore di Tor Vergata non tratta dossier come il caso llva, che è rimesso al ministero dello Sviluppo economico. Ma entra nel dettaglio di certe scelte importanti come, ad esempio, la dismissione progressiva di 19 miliardi di euro di sussidi dannosi per l’ambiente, perché legati alle fonti fossili, ma riconosciuti ancora a tante attività in Italia (dalle industrie all’agricoltura, silvicoltura e pesca).

Da questa prospettiva abbiamo fatto questa intervista all’economista che è stato chiamato, anche, a coordinare la commissione di esperti nominata dal presidente della Regione Lazio.

Cosa significa questo lavoro di consulenza gratuita per le istituzioni?
Siamo in un momento di svolta e il governo ha fatto bene a creare dei luoghi di intelligenza collettiva dove poter condividere e confrontarsi su soluzioni possibili della crisi tra tante posizioni diverse. È un esercizio importante anche per far capire agli esperti che qualsiasi idea “brillante” deve fare i conti con la traduzione in pratica, diventare norma e poi regolamento.

Esistono poteri e interessi che si oppongono a certe scelte…
Certo, ma ci sono scadenze e impegni ormai presi a livello europeo che vanno rispettati. Ad esempio come commissione di esperti del ministero dell’ambiente stiamo programmando la progressiva scomparsa di 19 miliardi di euro di sad, sussidi ambientalmente dannosi, perché legati all’utilizzo della fonte fossile dell’energia. Sussidi da indirizzare in maniera diversa da parte delle imprese. Sono scelte dalle quali non si può tornare indietro. Occorre una ripresa resiliente, sostenibile e generativa. Uso l’immagine delle auto-scontro dei vecchi luna-park dove si rimaneva sempre al punto di partenza per dire che adesso si tratta di saper girare il volante aggirando l’ostacolo.

E come pensa di poter fare?
Per spiegarlo uso l’immagine della boccia capace di colpire tutti assieme 6 birilli: valore economico, lavoro, sostenibilità ambientale, sostenibilità sanitaria, ricchezza di idee e senso del vivere. È questo il metodo delle 24 proposte presentate al ministro per l’ambiente.

Ci può fare un esempio?
L’ecobonus introdotto per gli edifici trova la sua origine in una nostra proposta, anche se la misura ipotizzata era inferiore al 110%. C’è poi la questione del legame accertato tra inquinamento dell’aria e diffusione del Covid 19, che deve indurre ad incentivi per le produzioni ambientali per le zone più colpite dalla pandemia. Si tratta di un orientamento che andrà precisato con misure da definire quantoprima. Un’altra proposta avanzata è quella di commisurare gli incentivi ai manager delle imprese in base agli indicatori ambientali e non solo al prezzo delle azioni e dei profitti.

Parlando delle aziende è diventata di attualità la questione di un nuovo intervento dello Stato nella proprietà per orientarne le scelte…
In questo campo credo che il compito dello Stato sia quello di porre delle regole e incentivare le aziende a compiere, nel loro stesso interesse, scelte nella direzione ad esempio di ridurre l’esposizione al rischio ambientale sanitario. Trovo pericolosa la partecipazione diretta del pubblico, rischiando la lottizzazione dei partiti come avviene con le Asl.

Ma, prendendo ad esempio il prestito di 6 miliardi chiesto dalla Fca, come crede che si possa determinare le scelta di una società che ha spostato la sede centrale all’estero e ora si fonderà con la Psa dove è presente lo Stato francese?
Sono d’accordo di intervenire con la golden share per evitare che attività strategiche entrino sotto il controllo estero.  Ci sono poi i casi come l’Ilva dove lo Stato deve entrare per motivi sociali, come extrema ratio dopo i disastri gestionali. In Austria, dove la produzione dell’acciaio avviene con criteri ambientali, non c’è bisogno dell’intervento pubblico. La vera chiave di volta del nuovo sistema europeo resta quella di tassare i prodotti venduti in Europa prodotti fuori dai suoi confini e provenienti da una filiera inquinante, impedendo lo svantaggio competitivo di chi produce in Paesi dove si può inquinare senza pagare. I soldi che arriveranno con il recovery fund avranno anche questa origine, come ha spiegato la von der Leyen. La stessa cosa deve essere fatta in futuro per il lavoro, impedendo che arrivi merce che non rispetti lo standard del lavoro degno necessario per produrla.

E si ricaveranno soldi sufficienti per alimentare il fondo per la ripresa?
Certo. L’altro passo ulteriore consisterà nella tassazione delle transazioni speculative. Le risorse del bilancio europeo arriveranno dall’aumento della contribuzione dei singoli stati assieme a questa forma di capacità impositiva autonoma, prevista già da Padoa Schioppa. Senza questa svolta non si può sostenere un fondo che arriva comunque da emissione di titoli che andranno restituiti con gli interessi a chi li comprerà.

Ma i soldi del recovery fund arriveranno forse nel 2021 mentre l’Italia ne ha bisogno adesso…
Intanto l’Europa ha sbloccato i fondi Ue destinati alle regioni e finanzia la cassa integrazione con il Sure e prevede l’intervento della Bei. Gli acquisti di titoli pubblici italiani che la Bce compra sul mercato secondario ci permettono di emettere btp ad un tasso di interesse molto basso. Anzi la Bce ci restituisce anche i tassi di interesse che paghiamo sui titoli divenuti di sua proprietà. Come a dire che non esiste più il divorzio tra banca centrale e tesoro…

Ma allora perché la Bce non compra i titoli direttamente dallo Stato invece che nel mercato secondario?
Mi sembra una questione di lana caprina. Alla fine quello che conta è la politica di acquisto della Bce che ottiene di fatto risultati analoghi.

Se arrivano questi soldi a tassi negativi perché imbarcarsi anche con la procedura del Mes?
Secondo me sono soldi necessari, da restituire a 10 anni con un tasso che si stima essere negativo (attorno al -0,07%), per rimettere in piedi il pilastro della sanità con risorse necessarie ad esempio per ripristinare un intervento decentrato, come previsto nei budget di salute in Germania. Con i btp nazionali “patriottici” di recente emissione dovremo pagare 1,5% di interessi più l’inflazione. Possiamo tranquillamente seguire entrambe le strade.

Eppure la sottoscrizione del Mes senza condizioni fa scattare le regole di un trattato che ci può imporre un controllo diretto dell’economia in caso di nostra inadempienza…
È un ragionamento che fa riferimento a tempi passati dell’Ue. Ora è cambiato registro con la presenza anche di Sassoli e Gentiloni. Se poi dovesse andar male resta la possibilità di lanciare un prestito patriottico per ripagare il debito.

Eppure nonostante tutte queste risorse, Bonomi di confindustria prevede un milione di licenziamenti a settembre.
Intanto teniamo presente che il trauma del virus è stato affrontato ricorrendo a cassa integrazione e contributi diretti ad altre categorie. Avvenuta in alcuni casi con procedure tropo lente. Ma i soldi servono ad assicurare la sopravvivenza in questa situazione di emergenza aiutando il sistema a ripartire nella maniera giusta.

Il reddito di cittadinanza tanto criticato non si è rivelato, in questo senso, una garanzia?
Certo. Ha funzionato come strumento di protezione dalla povertà. Tanto è vero che è stato necessario inventarsi il reddito di emergenza per coprire altri casi scoperti. Non ha funzionato ancora la leva dell’attivazione del lavoro. Siamo in un tempo straordinario dove sperimentiamo strumenti non convenzionali.

In questo senso l’economista Luigino Bruni è favorevole a tassare le grandi ricchezze. Cosa ne pensa?
Sono d’accordo sul fatto che le imposte debbano essere più progressive, ma bisogna raggiungere l’obiettivo evitando l’espatrio delle ricchezze e dei capitali. Dobbiamo adottare a livello europeo misure comuni antidumping. Sono d’accordo con la proposta di non concedere alcun tipo di agevolazione a chi ha la sede nei paradisi fiscali. Ma bisogna tener conto che ogni proposta deve fare i conti con una tendenza generale alla concorrenza fiscale tra gli Stati e a resistenze nazionali che non si possono abbattere con la forza, ma si può usare come argomento di trattativa a livello di scelte europee.

 

 

 

 

 

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