Battiato, l’addio di un artista schivo

Era uno dei grandi nomi del cantautorato italiano. Sbocciato con il rock d’avanguardia era transitato per il pop elettronico da classifica, per poi tornare alla cultura “alta”, anche col cinema e la pittura. Si è spento a 76 anni nella sua casa sull’Etna.
(AP Photo/Alessandra Tarantino)

C’è un anno spartiacque nell’avventura artistica di Franco Battiato: il 1979, quando pubblicò l’album L’era del cinghiale bianco. Fino ad allora il cantautore siciliano era un artista di nicchia, anche se già il suo album Pollution l’aveva consacrato tra le voci più originali dell’avanguardismo rock dell’epoca.

Grazie al clamoroso successo di quell’album, nella decade seguente Battiato divenne uno dei big della scena nostrana. Un artista colto e spiazzante, sempre più interessato a una spiritualità di marca sincretista – era attratto in particolare dal sufismo – che avrebbe segnato gran parte della sua produzione futura.

Arrivarono collaborazioni importanti con artisti che proprio grazie all’originalità della sua scrittura divennero a loro volta popstar, come Alice e Giuni Russo, ma anche con una musa d’alto profilo come Milva.

Schivo, riservato, sempre più aristocraticamente lontano dal bailamme dei circuiti pop, Battiato continuò la sua carriera: un anomalo, un irregolare, un eclettico e inesausto cercatore di sensi in grado di nutrire la sua arte e la sua fame spirituale. Uno capace di coniugare i Beatles con Stokhausen sfidando le leggi gravitazionali del music-business. Ricordo che a chi si stupiva del suo successo sui mercati del pop diceva che lui aveva sufficiente talento e know-how per ottenerne quanto ne voleva, solo che non gli interessava più di tanto. Un’affermazione forse arrogante, ma non priva di un fondo di verità.

Seguirono altri album solisti d’enorme successo, e con essi la decisione di lasciare Milano per tornare nella sua Sicilia, a Milo, nella quiete di un eremo collocato nel cuore del Parco dell’Etna. Con il passare del tempo gli stilemi pop andarono via via sfumando per far spazio a variegate contaminazioni etniche e a frequenti parentesi classicheggianti, spaziando da Beethoven a Wagner.

Nel 1993 pubblicò anche una Messa Arcaica per coro e orchestra, e dall’anno seguente iniziò la proficua collaborazione con il filosofo Manlio Sgalambro che firmò i testi di alcune sue canzoni. E poi la pittura, il teatro, il cinema, sia come regista che come autore di colonne sonore, perfino una parentesi politica come Assessore al Turismo e Spettacolo della Regione Sicilia. Sempre con quel suo timbro da intellettuale fuori ordinanza, sorretto da uno spirito libero e complesso, sfuggente a qualunque catalogazione massmediatica.

Legato da un affetto profondissimo alla madre che viveva con lui a Milo, Battiato s’allontanò progressivamente dalle scene fino a lasciarle definitivamente nel 2019, con l’album Torneremo ancora, un’antologia dei suoi classici riletti in chiave orchestrale. Poi la malattia, vissuta nel massimo riserbo fino all’epilogo di questa mattina.

L’Italia perde una delle sue voci più intense e profonde, capaci di raccontarla in un modo che resterà unico e inimitabile. Una voce che già manca immensamente.

 

 

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