Batosta per Erdogan nelle municipali

Sconfitta elettorale, dopo 15 anni di successi, per il presidente, che perde le città-simbolo del Paese, Istanbul, di cui era stato sindaco all’inizio della sua carriera, e Ankara. Quali le ragioni del cambiamento?
AP Photo/Emrah Gurel

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ieri ha subito una battuta d’arresto senza precedenti in 16 anni di potere e di successi crescenti. I risultati, ancora parziali, delle elezioni municipali di domenica, dicono che il suo partito, l’Akp, è stato sconfitto anche nella capitale economica del Paese, Istanbul, dopo aver perso la capitale amministrativa, Ankara.

Sebbene sia riuscito a mantenere una risicata maggioranza a livello nazionale, è cocente la sconfitta nelle due più grandi città del Paese, da 25 anni saldamente nelle mani dell’Apk. Tanto più che Istanbul ha un valore estremamente simbolico per il presidente: divenne infatti sindaco di Istanbul nel 1994 e poi riuscì a risalire tutta la scala del potere turco fino a raggiungere la posizione di presidente assoluto.

A Istanbul Ekrem Imamoglu, 49 anni, candidato del partito di opposizione repubblicano, il Chp, ha vinto con il 48,78% dei voti, mentre il candidato di Erdogan, niente meno che l’ex premier Binali Yildirim, si è fermato al 48,42%.

E tuttavia il partito del presidente, l’Akp, resta la prima forza politica del Paese, incrementando addirittura, con il 45% dei voti, il risultato delle ultime politiche del 2018. Ma il maggior partito d’opposizione, il Chp, sembra aver ritrovato forza e unità, ottenendo risultati positivi in tutte le grandi città, come Antalya, Adana ed Eskisehir. Il partito di Erdogan ha invece conservato il potere nell’Anatolia più conservatrice e religiosa, a Konya, Kayseri ed Erzurum. Diverso discorso va fatto nelle città dell’Egeo, passate all’opposizione.

Come dare ragione di una tale battuta d’arresto, peraltro inattesa, anche perché i sondaggi davano vincitore l’Akp? Le ragioni sono complesse, a cominciare dal carattere più fluido delle elezioni amministrative rispetto a quelle politiche, il “luogo” dei segnali di cambiamento delle nostre società più o meno democratiche, comunque gestite grazie ai risultati delle elezioni. E qualche protesta comincia a salire dalla base che sembrava granitica (quasi la metà dell’elettorato, di Erdogan.

È davvero una battuta d’arresto, è una sconfitta che è molto simbolica, soprattutto a causa della perdita di Istanbul, che è stata la città di trampolino di Erdogan che gli ha permesso di rimanere al potere per vent’anni. Divenne sindaco di Istanbul nel 1994, poi riuscì a salire su tutta la scala fino a raggiungere la posizione di presidente assoluto in Turchia. Finora Erdogan non aveva mai o quasi mai perso un’elezione. Se poi consideriamo le risorse mediatiche mobilitate anche stavolta per la campagna, c’è da stupirsi.

In un Paese che comunque ha sempre mantenuto metà dell’elettorato contrario al presidente attuale, si sta forse notando una certa stanchezza della popolazione nei confronti del potere attuale, e soprattutto dell’atteggiamento arrogante del presidente, vittima in fondo della sua stessa strategia.

Si trattava di elezioni locali ma, invece di lasciarle tali, Erdogan ha voluto l’ennesimo referendum sulla sua persona. Ciò potrebbe avere infastidito parte del suo elettorato. Tanto più che proteste striscianti arrivano dall’interno del suo stesso partito, l’Akp, che per certi osservatori non esiste più.

Nelle città, durante la campagna elettorale, la gigantografie di Erdogan si pavesavano ovunque, unite sistematicamente al sindaco in corsa per quella poltrona di sindaco, sempre ridotto in posizione subalterna. L’Akp talvolta non veniva nemmeno reso presente con un piccolo logo.

Non si può negare, poi, il peso della strisciante crisi economica che non sta certo portando il Paese alla situazione inflattiva di 15 anni fa, ma che comunque sta erodendo il potere d’acquisto della gente comune, della classe medio-bassa turca, cioè di coloro che hanno votato Erdogan in questi ultimi anni.

La crisi della lira turca, negli scorsi mesi, ha tolto circa il 20-25 per cento del valore alla ricchezza turca. Che sia stato un avvertimento voluto da Trump contro l’alleato scomodo della Nato, o il risultato di sbagli economici del governo turco, o ancora la conseguenza del prolungarsi inusitato di situazioni di conflitto esterni alla Turchia (con la Grecia e in Siria) o interni (i curdi); fatto sta che la base elettorale manifesta segni di stanchezza evidenti.

In particolare appare determinante il ruolo del voto curdo anche se si profilano nuovi contrasti tra il partito vero e proprio dei curdi, l’Hdp, e il Chp vincente, che è stato stavolta appoggiato dal voto curdo.

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