Bari 2020, far conoscere l’esperienza della fede

Come trasmettere la fede alle nuove generazioni? Questo il tema dei lavori del 20 febbraio dell’incontro dei 60 vescovi provenienti da 20 Paesi del Mediterraneo. Nei 6 tavoli di approfondimento composti da 9-10 rappresentanti, affiancati da un facilitatore, sono stati avviati i lavori sulla base del testo della relatrice del prima giornata.

Giuseppina De Simone, teologa e membro del comitato scientifico che ha condotto all’organizzazione di questo “laboratorio di sinodalità”, di dialogo e di ascolto ha introdotto il tema della fede come elemento pregnante del Mediterraneo. Proprio sulle sponde di questo mare De Simone evidenzia come si stiano affermando la secolarizzazione che tocca molti Paesi del Vecchio Continente e il fondamentalismo come fattore fortemente identitario, oppositivo e quindi sbagliato. La teologa fa emergere il problema del diritto della libertà religiosa messa in crisi, generando «la persecuzione, o anche la semplice discriminazione – che nei confronti dei cristiani sta conoscendo una crescita esponenziale nell’indifferenza generale – e il martirio di molti, cristiani e non solo, uccisi unicamente a motivo della loro fede». In questo vuoto d’indifferenza, però, è proprio la fede religiosa di cui l’area mediterranea è pregna, deve essere maggiormente visibile. Parla di “mediterraneità”, di elementi che, in qualche modo, sono trasversali  da secoli in tutti i popoli del Mare Nostrum: l’affettività, la comunità, l’ospitalità.

Nel briefing con la stampa, l’arcivescovo di Bari-Bitonto, mons. Francesco Cacucci riprende in parte tali caratteristiche descritte da Giuseppina De Simone sottolineando la ricchezza delle chiese del Mediterraneo che va fatta emergere. In questa porzione di mondo esiste una “chiesa viva”, spesso collocata in un contesto di minoranza. L’arcivescovo della città che ospita l’evento organizzato dalla Cei ritorna sull’esperienza religiosa mediterranea ricca di tradizione e pietà popolare che «non va sottovalutata, ma sostenuta».

L’arcivescovo distingue un Mediterraneo del Sud in cui le tradizioni popolari, sono più visibili rispetto alle zone del Mediterraneo del Nord e vede nel gemellaggio tra le diocesi un modo per collaborare, e soprattutto conoscersi. Il bisogno di conoscenza è il filo conduttore di questa giornata, Il vicepresidente della Cei, mons. Antonino Raspanti esorta «a conoscerci; pur essendo vicini ci conosciamo poco, eppure è necessario maggiore scambio». Sulla stessa linea anche Juan Jose Omella y Omella, arcivescovo metropolita di Barcellona esorta ad una maggiore conoscenza del tessuto sociale e delle esperienze delle chiese perché «le sofferenze del popolo sono anche quella della Chiesa».

Il Mediterraneo, quindi, può ancora rivelarsi uno scrigno di conoscenza. Qui non sono poche le chiese che sono minoranza, eppure rappresentano. Padre Patton, custode della Terra Santa, al briefing parla proprio delle numerose minoranze che comunque hanno una loro identità. Quella regione non è solo Israele o Palestina, ma anche Siria, Giordania, Cipro, Rodi, Libano; lui ritiene che la dichiarazione di Abu Dhabi, firmata da papa Francesco e dall’imam di Al Ahazar sia una pietra miliare per l’impegno educativo. Il custode della Terra Santa ricorda che quel documento è materia di studio anche per i seminaristi che si apprestano al sacerdozio.

Ritorna così il pensiero della teologa che ha guidato i lavori della mattina sull’importanza di formare alla fede, una fede consapevole: «Scegliere con determinazione la via dell’educazione è il più grande segno di speranza ma è anche un’urgenza: la prima necessità che si impone, la prima sfida. L’urgenza «di itinerari formativi per una fede apostolica» e per una fede consapevole, promuovendo il protagonismo dei laici». E continua: «L’incontro e l’integrazione tra le diversità richiedono un lavoro paziente che aiuti prima di tutto ad attraversare le paure: la paura di perdere la propria identità, la paura che cambino le cose, la paura di lasciarsi cambiare. L’integrazione tra diversi «va voluta, preparata, accompagnata». «Occorre investire in progetti di formazione e studio a lungo termine, – dice De Simone – creare spazi e occasioni per favorire gli scambi tra le persone e la circolazione del pensiero, perché «è una ricchezza enorme quando il nostro pensiero può confrontarsi con chi è diverso da noi», ma anche la circolazione delle diverse narrazioni di fede».

Pensare a concreti processi formazione, educazione e conoscenza può essere la strada adatta per reagire alle diverse crisi dei diversi Paesi che in modo trasversale che come ricorda mons. Raspanti colpiscono i giovani, le famiglie, gli sfollamenti di molti nazioni (interne ed esterne) e le modalità di accoglienza.

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