Armi e guerra in Yemen, ripartire da Assisi

Ieri alla Camera dei deputati c'è stata l’audizione dei rappresentanti delle organizzazioni non governative che chiedono il cessate il fuoco in Yemen e l’embargo delle armi verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi. Oggi nuova iniziativa a Roma promossa dal Movimento dei Focolari.
Andrea Maccari

Martedì 16 ottobre, presso la commissione Esteri della Camera dei deputati, si è svolta l’audizione dei rappresentanti di organizzazioni non governative tra i quali Paolo Pezzati (Oxfam italia), Riccardo Noury (Amnesty International), Maria Egizia Petroccione (Save The Children), Roberto Scaini (Medici Senza Frontiere) e Francesco Vignarca (Rete Disarmo). Una coalizione di cui fanno parte anche il Movimento dei Focolari, Rete della Pace, la Fondazione Finanza Etica.

Presenti i partiti di maggioranza e di opposizione ad eccezione della Lega. Il tema all’ordine del giorno: la crisi in Yemen, un Paese in cui l’80% della popolazione, circa 22 milioni di persone, ha bisogno di aiuti umanitari a causa del sanguinoso conflitto cominciato nel 2015. Oltre 17 mila le vittime tra i civili, la maggior parte delle quali colpite dai raid condotti dall’aviazione saudita su scuole, ospedali, infrastrutture.

Scopo dell’iniziativa: avviare un’interlocuzione con tutti i gruppi politici a pochi giorni dalla risoluzione del Parlamento Europeo (2018/2853) in cui si è chiesto il cessate il fuoco e l’embargo delle armi verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi.

«Nello Yemen sono stati registrati 1 milione e 400 mila casi di colera, si muore a causa di malattie facilmente curabili come diabete o morbillo. Un giorno da noi in ospedale è venuta una donna con un’emorragia post parto ed è morta tra le nostre mani. La risoluzione 2286/2016 delle Nazioni Unite vieta di colpire ospedali. Conoscete il detto: non sparate sulla Croce rossa? Oggi nello Yemen vale il contrario, la Croce rossa è un obiettivo da bombardare», ha affermato il medico Roberto Scaini.

Francesco Vignarca, citando la legge 185/1990 e il Trattato internazionale sul commercio delle armi (ATT) ratificato dall’Italia, ha ribadito che le norme nazionali e internazionali vietano di vendere armi a Paesi che hanno condotto attacchi diretti contro i civili, equivalenti a crimini di guerra: «Esattamente quanto sottolineato nei rapporti delle Nazioni Unite sullo Yemen. Gli ordigni venduti ai sauditi sono a guida laser, estremamente precisi. Non si tratta dunque di effetti collaterali ma – ha commentato – di scelte deliberate. L’Italia deve fermare la fornitura di questi armamenti: sarebbe un primo passo per diventare un Paese mediatore nel conflitto. Si può fare ed è questa la richiesta del Parlamento europeo».

A fronte di un quadro così allarmante, sono arrivate le dichiarazioni dei partiti. La deputata Lia Quartapelle (Pd) coerentemente con la linea espressa nella passata legislatura, ha affermato che la fornitura di bombe italiane alla monarchia saudita “non pone alcun problema di illegalità”. Considerato che il Parlamento italiano, da solo, potrebbe fare ben poco, l’unica alternativa percorribile sarebbe quella di «attivare una iniziativa di contatto con i parlamenti di altri Stati membri per valutare la possibilità di influenzare i governi e capire se si può arrivare ad un embargo europeo verso l’Arabia Saudita e i paesi della coalizione come gli Emirati Arabi».

Per il deputato Pino Cabras (M5S), bisogna procedere “passo dopo passo senza demagogie”. Occorrerebbe intanto «una revisione degli strumenti legislativi che regolano il traffico d’armi», cioè una modifica della legge 185/1990. «Al tempo stesso serve una progettualità paragonabile a quella che ci fu negli anni ‘90 per la riconversione delle caserme e industrie della Germania est dopo la fine dei blocchi, con il cosiddetto programma Konver».

La sola a rilanciare la proposta di bloccare subito l’autorizzazione alla vendita delle bombe, è stata l’ex Presidente della Camera, Laura Boldrini (LEU): «O prendiamo atto che possiamo condizionare il processo di pace o saremo anche noi parte del massacro in atto. Invito i colleghi di maggioranza a non essere sordi e a fare in modo che l’Italia non si renda più complice di bombardamenti verso scuole e ospedali. La legge 185/1990 parla chiaro: non si possono vendere bombe ai Paesi in guerra, è necessaria la volontà politica di fermare una guerra chirurgica contro i civili».

In tale quadro riemerge il ruolo fondamentale della coscienza dei singoli e delle iniziative sorte dal basso. Nel solco della visione di Giorgio La Pira sul senso delle città, intese come comunità in relazione con il mondo, in grado di creare reti di resistenza, si colloca l’incontro promosso dal Movimento dei Focolari il 17 ottobre a Roma per ragionare intorno alla lettera che la sindaco di Assisi Stefania Proietti, ha scritto lo scorso 14 agosto dopo l’ennesimo bombardamento sui civili (uno scuolabus, nel caso concreto). Sta forse maturando l’idea di condividere con le città italiane una mozione comune per fermare l’invio dall’Italia di bombe destinate al conflitto yemenita. Un ponte di pace che parte da Assisi passando per Iglesias per rivolgersi a tutti coloro che decidono di non restare indifferenti.

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