Argentina, quando fu sequestrato il mio amico Ramon

45 anni fa il colpo di Stato in Argentina. Era la notte del 24 marzo 1976: le forze armate argentine guidate dal generale Jorge Rafael Videla, con il supporto esterno degli Usa, instaurano una dittatura militare, destituendo la presidente Isabel Martínez de Perón. Una pagina di quella storia racconta il sequestro di un giovane innocente: Ramon. Tutto comincia nel febbraio del 1977.
Il generale Jorge Rafael Videla in uno scatto del 24 marzo 1977.

La “guerra sporca” fu un programma di repressione violenta attuato allo scopo di distruggere la cosiddetta “sovversione”, rappresentata dai gruppi guerriglieri marxisti o peronisti di sinistra attivi in Argentina sin dal 1970 ed eliminare qualunque forma di protesta e dissidenza presente nell’ambiente culturale, politico, sociale, sindacale e universitario del Paese.

Nel mese di gennaio del 1975, a causa dell’intensa guerriglia urbana dei Montoneros e rurale da parte dell’ERP, l’Esercito rivoluzionario del popolo, il governo, mediante il Parlamento, mise in pratica l’“Operazione bellica per l’indipendenza, fino allo sterminio della guerriglia” in tutta l’Argentina.

Anche alcuni membri del Movimento dei Focolari vissero dure prove. Un sequestro difficile da dimenticare fu quello di Ramòn Cervinio, un mio grande amico, che avvenne a Tucumàn. Il più piccolo dei figli aveva solo dieci giorni.

Lo presero in un’imboscata, mentre tornava dal lavoro in macchina con suo fratello più giovane, che simpatizzava con le idee di una delle sorelle, che era stata uccisa dai militari e fatta sparire. I militari cercavano ora un’altra sorella più giovane che viveva in clandestinità.

Ramon spediva a Quela, sua moglie, dei brevi messaggi scritti con un chiodo, sulla carta argentata delle sigarette o sulla carta nel quale era stato avvolto il pane che la moglie gli aveva portato in una visita. Scriveva con il tubicino interiore di una biro che erano riusciti a passargli all’interno del recipiente nel quale i suoi gli portavano il cibo. Così possiamo ricostruire la sua storia, dai frammenti di questo originale diario.

Dopo il rapimento, ki condussero bendati in un posto dove c’erano numerose celle e li separarono. Ramòn venne interrogato e accusato di seguire la stessa linea del fratello e dissero che quest’ultimo nascondeva delle armi al lavoro. Nonostante negasse tutto, lo interrogarono diverse volte, lo colpirono e lo sottoposero a scariche elettriche. Passarono i giorni e continuarono ad interrogarlo. Dopo 10 giorni di totale isolamento e senza poter comunicare con nessuno, gli permisero di ricevere dalla famiglia delle medicine per gli occhi.

Scrive l`8 febbraio del 1977:
«Di ritorno dalla fabbrica in compagnia di mio fratello Pedro. Una macchina color verde scuro procede pochi metri davanti a noi a zig zag fino a fermarsi. Noi ci fermiamo 10 metri dietro. Con violenza aprono le porte e cinque uomini armati si dirigono rapidamente verso di noi. In pochi secondi siamo seduti nel sedile posteriore, con la testa reclinata e coperti da un giubbotto. Siamo sequestrati. Ma da chi? Per quale motivo? Non c’è dubbio: sono della polizia o dell’esercito. Sono tranquillo, penso alla frase di Gesù: «Non preoccupatevi di cosa direte…». In pochi minuti arriviamo ad un altro posto. Ci fanno uscire e ci separano. Non rivedrò mai più Pedro. In un angolo di una stanza mi bendano e con la cintura mi legano le mani dietro la schiena; mi tolgono tutti gli effetti personali.

Silenzio; prego in particolare per Quela e per i bambini; mi ricordo dell’esperienza di un amico rilasciato e penso: Si tratta di uno sbaglio ed in poco tempo sarò libero».

Mi interrogano:
Come ti chiami?
– José R. C.
– Cosa faceva tuo fratello nell’organizzazione?
– Non so di cosa parla.
Parla! Ti conviene.

Questo per più volte: gli epiteti che precedono le domande sono irripetibili. Silenzio. Sono tranquillo, ho dentro una pace che solo Dio può dare. Passa il tempo, un po’ mi gira la testa, mi siedo.

– Cosa fai seduto? Alzati! Lo faccio. Ricevo tre colpi alla schiena. Due di loro mi portano via e mi fanno attraversare un cortile; poi una voce metallica e autoritaria: – Fatelo sedere! Si ripetono le domande.

– E così non sai nulla? Poveretto, è innocente. Sai cosa è la griglia?
– Non lo so.
– Parla se non vuoi saperlo, non fare il buono.
– Non so nulla in più di quanto vi ho detto, potete fare quello che volete.
– Sdraiati!

Lo faccio. È un letto di fili intrecciati, mi fissano i piedi, uno in ogni angolo e le braccia in alto, aperte. Sotto la benda mi collocano penso un elettrodo. Chiedo a Gesù la forza per superare la prova come Lui vuole; sento la paura umana però più forte la forza da Dio; iniziano le domande.

Si alternano scariche elettriche con colpi nel petto e nello stomaco con un elemento di gomma.

– Qual è il tuo nome di guerra?
– Nessuno.
– E le armi che erano nella fabbrica?
– No so di cosa parla.
– Stai mentendo. Cosa sai delle tue sorelle?
– Di una mi hanno riferito che sia morta, dell’altra non ho notizie, l’ultima cosa che so è che stava nella provincia di Buenos Aires.
Cosa sai di Pedro?
– Niente.
– Perché lo hai portato a lavorare? Perché introduca le sue idee nella fabbrica?
– L’ho portato perché sapevo che simpatizzava con le idee di mia sorella e ho pensato che la cosa migliore fosse farlo lavorare per lasciare stare quelle idee.
– Si! Anche tu sei uno di loro.
– No, sono un cristiano.
– Non è vero. Da quando sei nell’organizzazione?
– L’unico movimento a cui appartengo è il Movimento dei Focolari.
– Hai dei figli?
Si tre.
– Di che età?
– Aurelio 3 anni, Mattia di 2 e Lucas di 10 giorni.
– Pensa, poverini, rimarranno senza padre.

Penso: solo se Dio vuole che tu mi toccherai un capello. Perdo la nozione del tempo, non sopporto più, voglio pregare, ma non riesco, «fino a quando Signore? Tu lo sai che sono innocente». Allora dentro Qualcuno mi suggerisce: «Ramòn, non ti ricordi? Ho un solo Sposo sulla terra, Gesù abbandonato e Crocifisso, non conosco altro Dio fuori di Lui».

Nuovi interrogatori. Sono sicuro che presto mi rimetteranno in libertà.

Mercoledì, 9 febbraio 1977
Erano passate appena 24 ore. Mi liberano dal “letto”, mi legano le mani dietro la schiena. Cammino in una specie di labirinto e arrivo in una sala dove ci sono vari detenuti. Mi fanno sedere e mi danno una coperta. Dopo un po’ si avvicina una persona e mi domanda come sto; rispondo che sto bene, ma che ho fame. Passa il tempo, fisicamente sto molto meglio, ho una grande speranza dentro, penso che sicuramente si sono resi conto della mia innocenza e aspettano la notte per liberarmi. Si fa notte, mi danno da mangiare. Dormo.

11 febbraio 1977, venerdì
Mi risulta strano essere ancora qui, nelle preghiere del mattino offro tutto a Gesù, gli chiedo la forza necessaria. Gli dico di essere disposto a stare tutto il tempo che Lui vuole. L’angoscia cresce dentro di me, non capisco perché dovrei stare tutto quel tempo se non ho nessuna colpa. Sollevo un po’ la benda per sbirciare. Siamo in quattordici, tutti bendati.

Verso mezzogiorno una guardia chiama uno di noi per fargli fare la doccia. Arriva il mio turno: mi toglie i vestiti, mi libera le mani legate, mi dice di entrare in bagno di togliermi la benda senza guardare fuori. Faccio cosi; l’entrata è coperta da un telo di plastica. Faccio la doccia e mi vesto, esco con gli occhi chiusi. Mi colloca di nuovo la benda e incomincia un dialogo. È un tipo apparentemente affabile, si mostra comprensivo. Mi domanda perché sono lì; gli racconto un po’ e mi dice di stare tranquillo, che sa che la mia pratica si sta muovendo rapidamente. Quando gli domando quanto tempo devo restare, risponde che se tutto va bene 100, 120 giorni.

Mi demoralizzo. Accetto il fatto che debba restare tutto quel tempo, ma non capisco il perché se non ho fatto nulla. Cresce la mia preoccupazione per Quela e i bambini. So che tutti staranno facendo il possibile per portarmi fuori, ma non trovo consolazione. Dentro di me il giorno inizia ad oscurarsi e sorgono le prime ombre della notte. Non ho più la pace, la forza e la tranquillità dei giorni precedenti.

Nell’ultimo dei suoi messaggi, rivolto alla comunità del Movimento dei Focolari di Tucumàn, Ramon fra l’altro diceva: «Sto bene. Questo sta diventando un tempo straordinario di grazie. Il Dio che abbiamo scelto mi ha chiamato alla solitudine con lui e mi ha manifestato la pienezza della sua gloria».

Ramòn rimase in prigione per 40 giorni. Nel mese di aprile, un alto militare dell’Aeronautica ci fece arrivare la notizia che la vita di Ramòn era in pericolo e che era bene che se ne andasse, per un periodo, fuori da Tucumàn.

Così dovette andare al Sud della Provincia di Buenos Aires, prima di poter ritornare alla sua città. Al ritorno ha saputo che l’altra sorella più giovane, era stata uccisa in un bar. Quanto dolore!

 

 

 

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