Argentina: duro rovescio della maggioranza nelle primarie

L’opposizione ha ottenuto il 48% dei voti mentre il peronismo kirchnerista registra un modesto 25%. A confronto non ci sono solo due modelli di economia, ma di gestione del potere, entrambi fonte di crisi istituzionali.
Argentina Palazzo del Congresso

Nelle primarie realizzate il 12 settembre in Argentina c’era in gioco molto più della scelta dei candidati alle politiche del prossimo novembre, quando si rinnoverà la metà dei deputati ed un terzo dei senatori. Tutti, maggioranza ed opposizione, erano coscienti che si trattava di un plebiscito sulla gestione del presidente Alberto Fernández. Il responso è stata una sonora batosta per l’Esecutivo. Se dovesse ripetersi questo risultato a novembre, il peronismo kirchnerista perderebbe la maggioranza nei due rami del Parlamento.

La legislazione elettorale prevede che, a metà mandato, si realizzino primarie simultanee e libere in modo da stabilire i candidati per ogni partito. Si sa che si tratta del sondaggio più vicino alla realtà.

La maggioranza di governo si è riunita attorno al Frente de Todos, mentre sulla sponda dell’opposizione, capitanata dall’ex presidente Maurizio Macri, spiccava Juntos por el Cambio. La sconfitta è stata ancora più netta di quanto lasciavano prevedere i sondaggi: il peronismo è arrivato secondo in tutti i principali distretti elettorali, anche nei tradizionali bastioni – come la provincia di Buenos Aires, quella che raccoglie un terzo del totale degli elettori –, mentre Juntos por el Cambio ha raccolto il 48% dei voti, Frente de Todos ottiene uno scarso 25%. Staccato, attorno al 13% si posiziona la forza di un economista outsider ultraliberale ed antisistema, La Libertad, di Javier Milai.

Il presidente Alberto Fernández ha riconosciuto che “qualcosa non abbiamo fatto bene” e ha parlato di errori che il suo partito è cosciente di aver commesso. Ma il problema è stabilire quali siano stati gli errori. Perché le falle che stanno venendo in evidenza sono ben più che errori. Intanto, una prima reazione dell’elettorato, di cui una parte sostanziale è sempre propensa al voto utile ed a tollerare con pragmatismo anche svarioni istituzionali se accompagnati da buoni risultati economici, è di sfiducia verso una formula di governo nata debole, visto che, sebbene Alberto Fernandez sia il presidente, chi ha la chiave dei voti e del potere è la vice presidente Cristina Fernández de Kirchner. E che sia lei a mettere limiti al presidente è apparso chiaro mesi fa quando un funzionario di cui Alberto Fernández aveva annunciato la destituzione è rimasto in carica fischiettando come se niente fosse successo… e niente poi è successo.

L’esecutivo non è riuscito a controllare l’inflazione, vicina al 50%, ha gestito in modo fallimentare la migliore carta contro la pandemia di Covid-19, la campagna di vaccinazione. Con oltre 113.000 morti e milioni di contagiati, appena un 40% della popolazione ha ricevuto le due dosi necessarie. Senza segni di ripresa, il numero dei poveri è oltre la soglia del 40%.

Ma anche questi potrebbero essere incidenti di percorso, come quello di arrivare tardi a contrattare i vaccini: il resto della regione non ha fatto meglio dell’Argentina in materia, con le sole eccezioni di Uruguay e Cile. Dove invece appaiono aspetti discutibili della formula è la presenza di una vicepresidente che ha bisogno di mantenersi nella stanza dei bottoni per evitare che riprendano i processi aperti contro di lei. Industriali vicini al governo ottengono favori inattesi, come la decisione dell’agenzia statale del fisco, l’Afip, di non procedere contro un industriale accusato di evadere qualcosa come 70 milioni di euro in tasse. L’industriale in questione era, a suo tempo, cliente dello studio legale del presidente, ed è attualmente cliente dello studio legale del difensore della vicepresidente.

Dunque si è ben oltre l’“errore” politico da correggere con un rimpasto di ministri, siamo di fronte ad un vizio di gestione del potere, considerato fonte di impunità e di arbitrio, in qualsiasi modo lo si eserciti a parole, in nome del popolo. L’ultima spallata in quanto a immagine, che ha prodotto questa sconfitta l’ha data una festa per celebrare il compleanno della moglie del presidente nella residenza ufficiale, in barba alle disposizioni sanitarie stabilite dallo stesso Fernández.

L’opposizione festeggia il risultato ottenuto, ma in realtà ha poco da presentare se non qualche volto nuovo nello stesso gruppo di Macri che aveva concluso in modo fallimentare la precedente gestione. Il problema non è vincere le elezioni ma capire come tirare fuori il Paese da una crisi a questo punto endemica. Il peronismo al potere, che come ideologia ha vari volti e non è certo omogeneo, si riunisce attorno all’idea di affidare principalmente allo Stato il ruolo di motore e di arbitro dello sviluppo. In realtà è perché sa che la struttura pubblica consente di coltivare un clientelismo dal quale non riesce a staccarsi.

Nei fatti, l’idea che il kirchnerismo ha della società civile, l’altro attore fondamentale di una possibile ripresa, è quello di un settore da cooptare per i propri obiettivi politici.  Macri e Junto por el Cambio non mostrano di aver compreso che da solo il mercato – e quello argentino è falsato da una rete troppo estesa di favoritismi – non è capace di risolvere le crisi. In entrambe i casi, l’altro aspetto che non viene affrontato è quello di una riforma istituzionale che consenta al potere giudiziario di non essere imbrigliato dall’esecutivo di turno e di poter agire con libertà contro la corruzione, la vera zavorra che impedisce lo sviluppo di questo Paese ricco di risorse, ma povero nelle istituzioni.

 

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