Approccio elitario in politica? No grazie

In un tempo incerto, senza visioni sul futuro, il pensiero cristiano può illuminare le scelte che l’umanità deve compiere. Costruendo dal basso. Per il dialogo sull’impegno dei cattolici in politica proposto nel numero di gennaio 2019 della rivista Città Nuova

A 100 anni dalla nascita del partito popolare, un impegno ispirato in senso cristiano è molto importante. Questo sia perché, come ha sottolineato Massimo Cacciari nel Forum Pd tenutosi a Milano lo scorso 27-28 ottobre, stiamo attraversando una crisi epocale di autocoscienza europea. Sia perché il pensiero cristiano, in quanto fondato e radicato in una tradizione vivente, in una profezia sempre nuova, deve e può illuminare, anche nel 2019, le scelte che l’umanità è chiamata a compiere.

Soprattutto in un’epoca, come la nostra, in cui sembra che non ci sia mai alternativa, in cui le scelte, più che compiute, ci appaiono sempre più come subite, e in cui non abbiamo mai il tempo di dare respiro, progettualità, speranza ai grandi sogni di pace, solidarietà, giustizia sociale. L’impegno cristiano è urgente; ma occorre non scambiare l’urgenza con l’improvvisazione. All’appello all’urgenza, dunque, da molti portato avanti, preferisco quelli alla maturazione dal basso, al coinvolgimento senza esclusione elitaria (sociale, culturale o economica che sia). Non è più tempo, infatti, di sale fredde e vuote in cui pretendere di pensare, in pochi, al futuro e al bene di molti.

Non è più tempo di riunioni associative in cui il nostro stile (di associazione, movimento, carisma), deve essere quello di tutti.

È tempo, come ogni epoca di crisi, di esodo, di uscita, di incontro, di dialogo, di ascolto vero e profondo. Mettere insieme le diverse anime del variopinto mondo cattolico e cristiano è necessario; ma questo mettere insieme deve passare dalla dimensione della oblatività, ovvero quella in cui ognuno rinuncia a qualcosa (o forse a tutto) della propria sensibilità, per cercare, insieme, la strada comune.

Forse è tempo che, come cattolici, dopo decenni di grande difficoltà, ci convertiamo, anche in politica, davvero a Cristo e al suo messaggio: se il seme non muore, non porta frutto. In questo senso, allora, se è vero che esistono valori non negoziabili, è altrettanto vero e sacrosanto che la politica non si occupa di essi, ma della loro declinazione; e questa è sempre discutibile, migliorabile, mai definitiva.

L’urgenza, inoltre, per essere affrontata, ha bisogno di impegno, ma anche di tempi lunghi, di approfondimento e discussione in cui tutti, nessuno escluso, deve essere coinvolto. Il cattolico, soprattutto in politica, è chiamato a testimoniare la capacità di ascolto, quello che passa da una messa tra parentesi della propria idea, della propria impostazione e del proprio “aver fatto sempre così”, e di coinvolgimento; tutto questo va portato avanti lontano dalle machiavelliche macchinazioni settarie o associazionistiche.

Inoltre, ritengo che un impegno cattolico non possa prendere forma in un partito identitario. Un partito cattolico è una contraddizione in termini. Si può, questo sì, pensare ad un partito ispirato cristianamente. In questo senso, la lezione sturziana è, ancora oggi, a più di cent’anni dalla sua maturazione, un esempio illuminante.

Scriveva, infatti, il prete siciliano, nel lontano 1905, che occorre distinguere tra un impegno cattolico clericale, attento a privilegi secolari (oggi, diremmo, ideologici) e staccato dalla vita reale, e un impegno cristiano popolare capace di mettersi «al pari degli altri partiti della vita nazionale, non come unici depositari della religione, o come armata permanente delle autorità religiose che scendono in guerra guerreggiata, ma come rappresentanti di una tendenza popolare nazionale nello sviluppo del viver civile, che si vuole impregnato da quei principi morali e sociali che derivano dalla civiltà cristiana come informatrice perenne e dinamica della coscienza pubblica e privata».

Capire cosa oggi, nel 2019, significhi la tendenza popolare nazionale nello sviluppo del vivere civile e come declinarla nelle sfide urgenti sopra richiamate, è il contributo più importante, a livello politico-civile, che, secondo me, ogni cattolico è chiamato dare. Eppure, la sfida non è facile; siamo, infatti, in piena guerra civile delle coscienze, ovvero quello scontro combattuto, non tra idee, ma tra appartenenze, in cui domina la convinzione, in sé incapace di dialogo e di discussione, che la propria parte sia la salvezza, mentre quella altrui sia un ostacolo. Appartenenze che, da ogni dove, selezionano porzioni di fatti presentandoli in una rappresentazione farsesca della realtà.

Un altro contributo, forse il più importante, cui sono chiamati, oggi, i cattolici, dev’essere proprio questo: disinnescare il conflitto delle coscienze. Occorre mostrare, a gran voce, come nelle schematizzazioni del tipo Salvini-razzista, Di Maio-ignorante, Renzi-lobbista, non ci sia spazio per la verità, la quale, in politica e nella vita, è sempre da cercare e, se si trova, è tale da costringerci a rimettere in discussione le nostre rappresentazioni.

Questione di finezza intellettuale? Tutt’altro. Se non lo facciamo, continuiamo nella strada degli appelli contro i ministri, delle marce che la maggioranza delle persone avverte come lontane, e alle elezioni successive vedremo la percentuale degli elettori diminuire sempre di più. E, soprattutto, ci sfuggirà sempre di più la comprensione della complessità del reale.

Il nostro Paese e il nostro continente sono davanti a tanti bivi. L’opinione pubblica e i partiti sono chiamati a maturare un nuovo concetto di democrazia popolare e a riscrivere un codice di criteri (o valori) in grado di raccogliere convergenze. Questo comporta la rinuncia a presentarsi e percepirsi come messia secolarizzati. Altrimenti, sarà il governo di chi rappresenta una minoranza esigua.

In questo senso, occorre contribuire, anche, ad un nuovo vocabolario della politica, nel tempo del cattivismo da social. Siamo davanti ad un Paese (e un continente) diviso, incerto, in cui mancano le visioni sul futuro; quando esse ci sono, si pongono come soluzioni di forte rottura e, quindi, tendenzialmente superficiali e di difficile armonizzazione.

Dunque, a noi cittadini (e a noi cattolici) la scelta: o assecondare lo scontro a oltranza, rivendicando meriti e scaricando responsabilità, individuando colpevoli e traditori, e proponendosi come unica soluzione; oppure favorire l’incontro e il dialogo, provando ad approfondire le questioni, ed esercitando il sano sospetto sulle idee, le narrazioni e le prospettive che non danno alternative sostenibili a sé.

 

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