Ali, Salim e Asshad

Tre rifugiati del Belucistan in un campo di prima accoglienza di Massa (nella foto con l'imam di Massa, Youssef Sbai). La loro piccola storia nella Grande Storia delle migrazioni ci insegna qualcosa
Rifugiati Belucistan © Michele Zanzucchi 2016.jpg

Li incontro a Massa, Ali, Salim e Asshad, a margine di un incontro-dibattito con Youssef Sbai, imam della città e vicepresidente Ucoii, in cui si discute di “pace, sfida sociale e religiosa”, cioè di Islam, terrorismo, migrazioni, dialogo, accoglienza… Siamo nel Parco Ugo Pisa, sul lungomare di Marina di Massa, mentre arrivano le truppe ansimanti di Run4unity, ragazzi e adulti che corrono per la pace su invito dei Ragazzi per l’unità. Interviene pure il vescovo, mons. Giovanni Santucci, che ricorda a tutti come la pace non arrivi gratis, ma sia da costruire.

 

Ali Qadeer, Salim Beloch e Asshad Baloch sono tre giovani uomini sulla trentina che vengono dal Belucistan, la regione più occidentale del Pakistan, la provincia più vasta del Paese, ma la meno abitata, “appena” dieci milioni di persone, di diverse etnie (i beluci in particolare sono il 40 per cento, mentre i pashtun sono il 50). Tutti e tre sono beluci, le loro famiglie abitano nella montagna arida al confine con l’Afghanistan. I beluci si considerano “in attesa di indipendenza”, dicono che il loro territorio è occupato dai pakistani. Secondo i tre, in Belucistan negli ultimi quattro anni sono sparite 21 mila persone, catturate e forse uccise dagli “occupanti”. Fanno parte della “setta” dei Zikr-Khana, un gruppo musulmano considerato eretico dai sunniti: la persecuzione è allora doppia. Numerosi sono i seguaci della setta vittime della ben nota “legge contro la blasfemia” che tante vittime sta facendo in Pakistan. Su Internet si possono trovare non poche pagine su questa persecuzione nella persecuzione. C’è poco da fare nella loro regione, il commercio è quasi annullato dalla guerra afghana e dall’assedio dell’esercito pakistano, l’industria è inesistente, l’agricoltura è minimale. I giovani cercano di andarsene per poter vivere, semplicemente.

 

I tre amici raccontano: «Nel 2011 abbiamo cercato di andarcene una prima volta, verso la Malesia. Ma dopo quattro mesi siamo ritornati, perché in quel Paese di lavoro ce n’è veramente poco e non siamo riusciti a farci accettare. Quindi nell’aprile 2015 abbiamo deciso di ripartire, cercando di arrivare in Italia. Sì, proprio qui da voi, perché Salim aveva un libro sulle città italiane che ci sembravano straordinarie. C’era anche una foto della Torre di Pisa, che in questi giorni abbiamo visto sul serio: che emozione!». L’itinerario prevedeva l’attraversamento dell’Iran: «Ma abbiamo fatto pochi chilometri che ci hanno arrestato, e abbiamo fatto due mesi di carcere. Ci hanno trattato malissimo, ci bastonavano, ci trattavano come animali, e poi ci hanno espulso verso il Pakistan, di nuovo».

 

Ma non si sono arresi, nel novembre scorso si sono rimessi in marcia e, più scaltri, sono riusciti ad attraversare tutto l’Iran fino al confine turco senza venire arrestati. A bordo di una piccola auto siamo riusciti ad arrivare a Istanbul, dove però abbiamo capito che non saremmo riusciti ad arrivare via terra in Grecia, e allora siamo scesi verso le coste dell’Egeo, dove abbiamo pagato uno scafista per arrivare a Lesbos». 5 mila euro è stato il costo complessivo del viaggio, per ognuno: «Siamo indebitati fino al collo, e forse ci vorranno dieci anni per rimborsare tutti i soldi che abbiamo ottenuto».

 

Dalla Grecia, dove sono stati trattati con attenzione e con generosità dai greci – «gente accogliente» –, a piedi sono arrivati al confine con la Macedonia. Hanno passato il confine, non c’era ancora la barriera di filo spinato eretta in seguito, e sono passati in Serbia: «I serbi ci hanno trattato malissimo – raccontano i tre amici –, ci hanno arrestati e trattenuti per qualche giorno, poi siamo riusciti a scappare e a sfuggire le pallottole che ci hanno sparato contro. Mentre fuggivamo, abbiamo superato il confine ungherese, dove già c’era la barriera, attraverso un varco sotto la recinzione, attraversando poi un largo fiume freddissimo e pericoloso. Ma siamo stati intercettati e ci siamo fatti altri due giorni di campo di detenzione. Ma anche da lì siamo riusciti a sfuggire, e siamo arrivati a piedi in Austria».  

 

Anche qui la polizia li ha intercettati senza però arrestarli. Così, in treno, sono giunti in Italia. Alla frontiera sono stati fermati dalle forze di polizia italiane e destinati al campo di prima accoglienza di Massa, dove sono giunti il 18 marzo. Oggi Ali, Salim e Asshad aspettano i due mesi canonici, prima di poter iniziare a lavorare: «L’Italia è indubbiamente il Paese più accogliente che abbiamo trovato, assieme alla Grecia. Vogliamo rimanere qui, fare lavori umili, guadagnare qualcosa e mantenere le nostre famiglie in Belucistan». Sorridono, ridono, forse per loro la vita sta cambiando in meglio. E mi dico che sarà difficile fermare l’ondata di uomini e donne che stanno dirigendosi o vogliono dirigersi verso l’Europa, non solo e non tanto per motivi bellici o di persecuzione, ma anche per motivi economici. Nel gruppo dei trenta migranti che partecipano all’incontro di Massa, ce ne sono quattro o cinque che vengono dal Gambia, piccolo Paese nell’Ovest dell’Africa dove vige una spietata dittatura. E poi due donne nigeriane e cristiane, sfuggite da Boko Haram. Ma la maggior parte è qui per motivi economici. La voglia di vivere che traspare dai loro sguardi impressiona. Difficile, difficilissimo fargliela passare. Questo ci insegna la loro piccola storia di migranti, nella Grande Storia delle migrazioni.

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