Aida postmoderna

All’Opéra Bastille di Parigi una Aida fantasiosa. Direzionbe di Michele Mariotti. Fino al 25 febbraio in streaming sul sito ilgiornaledellamusica.it
Aida diretta da Michele Mariotti Ap Photo/Mary Altaffer)

Dimenticare le Aide faraoniche di Zeffirelli o quelle popolari all’Arena di Verona. Ma anche quelle dei teatri piccoli e grandi con marce, ballabili, trionfi che coprono la classica storia d’amore a tre: il giovane condottiero Radames conteso da due donne, la schiava etiope Aida e la gelosa principessa Amneris. Sullo sfondo l’Egitto favolistico dei deserti e delle piramidi, i sacerdoti inquisitori, il re sconfitto e vendicativo Amonasro.

A Parigi la regista Lotte De Beer esordisce con un allestimento trans-temporale, a dir poco, con l’aiuto delle scene e dei video di Jorine van Beek. Radames, un atletico Jonas Kauffmann, si innamora di una matura Aida che si metallizza in un burattino, che lui contempla e con cui parla, mentre “dietro” agisce la voce del soprano Sandra Radvanovsky. Va avanti così per tutta l’opera, mentre scorrono sul palcoscenico e nei video i tableaux vivents di opere d’arte del passato che parlano di immigrazione antica e moderna, rivoluzione, schiavitù.

Un pasticcio? In verità, una operazione interessante, anche perché i personaggi vestono secondo la moda anni 1870 – l’opera verdiana è del 1871 – , i ballabili e le scene trionfali sono più che altro colonna sonora, mentre Radames dà chiari segni di impazienza sia nell’accettare la volontà del re e sia nel sopportare la gelosa Amneris (la brava Ksenia Dudnikova) violentata – a parole – dal terribile padre (Ludovic Tézier).

Insomma, una Aida che più postmoderna non si può, una sorta di fiction in costume transtemporale. Ci sarebbe il rischio di una perdita del lato musicale, che è ciò che più conta in un’opera intima e non spettacolare – come si crede – come questa. Il pensiero viene, ricordando certe regie attuali che violentano la musica. Qui non avviene, anzi.

Il fatto è che la direzione orchestrale è affidata ad un musicista sensibile, colto, di intelligenza introspettiva notevole come Michele Mariotti. L’ultimo atto ne dà un esempio splendido. Kauffmann resiste in pianissimi delicati, ed il soprano dà vita a tali sfumature da rendere pienamente l’atmosfera della tomba, visionaria, delirante, in attesa della morte.

Fin dalle battute iniziali, gli accordi plastici degli ottoni, quasi chiesastici, si crea l’aria di una sacralità, quella dell’amore fedele sino alla fine. Il duetto “O terra addio”, tenero e slanciato nei sovracuti è accompagnato dalla tessitura luminosa dei violini che dicono estasi in un modo che oggi raramente si ode e fa comprendere quello che il direttore vuole – e Verdi con lui -: Aida è tragedia lirica di amore e morte, di gelosia vinta dal dolore accettato dei due giovani amanti.

L’orchestra e il coro parigino sono perfetti , per cui la vittoria è della musica e dell’allestimento fantasioso ma non disturbante, cioè intelligente. Da non perdere.

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