Afghanistan, le domande che restano

Afghanistan dopo il ritiro degli Usa. Intervista a Laura Silvia Battaglia, giornalista e documentarista, con grande esperienza nei Paesi a prevalente presenza islamica
Kabul, Afghanistan, (AP Photo/Khwaja Tawfiq Sediqi)

Sono tante le domande aperte che restano dopo la sconfitta e la ritirata delle forze militari occidentali da Kabul. Ne abbiamo parlato con Laura Silvia Battaglia, autrice di Rai radio tre mondo, collaboratrice di numerose testate, tra cui il Washington Post, come inviata speciale ed esperta del mondo islamico. Tra l’altro è autrice di un libro recente “Lettere da Guantanámo, dall’inferno al limbo “edito da Castelvecchi.

Come ha vissuto questi anni da giornalista italiana con una conoscenza diretta e approfondita del mondo islamico, con particolare riferimento allo Yemen?
In questi anni, viaggiando ma soprattutto risiedendo in Iraq e in Yemen, più di altri Paesi dell’area, è palpabile la disaffezione delle popolazioni locali agli Stati Uniti. In parte a ragione, da chi ha assaggiato forme di occupazione (vedi l’Iraq) o ingerenza (pensiamo agli attacchi con drone in Yemen) sul proprio territorio nazionale, con devastanti conseguenze sui civili (l’esempio degli effetti della pioggia di fosforo bianco sugli abitanti di Falluja in Iraq valga per tutti). Dall’altro canto, questa disaffezione è stata fomentata, a partire dagli anni Settanta, da una propaganda martellante contro “la secolarizzazione del nemico occidentale” da parte di rappresentanti politici legati strettamente a figure religiose oltranziste dell’Islam sciita (in Iran soprattutto) e sunnita (in Arabia Saudita, in particolar modo). Le ragioni sono comunque dovute alla delusione sviluppatasi nei confronti degli Stati Uniti e dei loro alleati su alcune vicende mediorientali del Novecento (dalla rivolta di Mossadeh in Iran all’intervento a fianco di Israele nelle guerre dell’area) che hanno spostato l’asse di alleanza e di interesse nei Paesi più ricchi di energia, gas e petroli, lontano da Europa e America. In questo quadro, non bisogna dimenticare che la questione israelo palestinese rappresenta una fonte costante di scontro, indignazione e disamore.

Cosa ha significato l’attentato del 2001 alle Torri gemelle di New York?
L’11 settembre è l’avvenimento, la prova provata, il coagulo concreto di una disaffezione divenuta odio materiale, strategico, esplosivo. Per cui, anche di fronte a una tragedia simile, i più sono portati a pensare sia che gli Stati Uniti in fondo se la siano cercata che a negare la responsabilità diretta dei gruppi qaedisti. Molte volte mi sono trovata a dovere discutere, non solo in Yemen, con decine di persone, convinte sostenitrici di teorie del complotto. In queste teorie, non solo Bush avrebbe saputo tutto su 9/11 prima che accadesse, ma al Qaeda non esisterebbe o sarebbe una invenzione americana. E’ interessante notare che i qaedisti affiliati o simpatizzanti sono invece abbastanza orgogliosi di essere riusciti in una impresa del genere, se li si interpelli. Una buona parte dei detenuti di Guantanamo sono yemeniti e afghani, mentre il commando operativo del 9/11 era composto in massima parte da sauditi ed emiratini, con un egiziano (forse il più famoso, Mohamed Atta) e un libanese. Il prisma nazionale è di interesse per comprendere quanto ampia potesse essere questa adesione, e forte il proselitismo qaedista, anche in Paesi alleati agli Stati Uniti (i Paesi del Golfo già menzionati e l’Egitto). La presenza massiccia di yemeniti e afghani, invece, a Guantanámo, ci parla di due Paesi impoveriti da guerre o dittature de facto, i cui giovani diventano carne da macello a disposizione di organizzazioni ampie che li utilizzano per i loro diversi scopi. L’esempio più classico è l’impiego di giovani yemeniti laureati in lingue, con ottima conoscenza dell’Islam, disoccupati e in necessità estrema di un lavoro, che venivano contrattualizzati come insegnanti nelle madrase pakistane. Questi casi sono centinaia, e molti di questi giovani, certamente ferventi musulmani, con uno stile di vita salafita ma non necessariamente un credo politicamente qaedista, vennero rastrellati nei mesi successi a 9/11 al confine tra Pakistan e Afghanistan. Molti di loro non avevano alcuna responsabilità nelle maglie dell’organizzazione.

Secondo lo storico di Harvard Michael Ignatieff l’arma più efficace delle democrazie contro il terrore non è quello dello sterminio e dell’uso indiscriminato della violenza ma il riferimento ad un etica politica capace di contenere l’uso della forza per non assimilare i valori dei nemici mortali della convivenza umana. In qualche modo è stata mantenuto questo senso del limite dagli Usa a prescindere dall’inquilino della Casa bianca?
Non credo che il progetto Guantanámo abbia mantenuto il senso di quel limite di cui parla Ignatieff. Il limite è stato soltanto formale: togliere da sotto gli occhi dell’opinione pubblica i presunti responsabili del terrore globale ed esercitare ogni tecnica coercitiva possibile, tortura compresa, per estrarre informazioni più o meno attendibili. Questo è successo sistematicamente in tutti i Black sites americani, in Afghanistan, Iraq, Giordania, Egitto, anche con l’aiuto compiacente delle intelligence locali; questo e’ successo a Guantanámo, un luogo off limits non sottoposto de facto alla giurisdizione americana, dove punire chi vi era stato trasportato prima di poterne stabilire tramite giusto processo la sua effettiva colpevolezza. Grazie ai testimoni e alla diffusione di materiali secretati da parte di WikiLeaks siamo riusciti a conoscere queste verità. E queste verità, nero su bianco, ci dicono che la più grande democrazia del mondo, che si e’ data garante del rispetto dei diritti umani per esportarla, e’ la prima ad applicare due pesi e due misure.

Non provengono da Guantanámo alcuni dei capi talebani che hanno ripreso il controllo dell’Afghanistan?
Il fatto che da quel luogo di detenzione provengano 5 prominenti figure Taleban del nuovo governo e, ad esempio, non dimenticandoci che al-Baghdadi, l’emiro del sedicente Stato Islamico era stato torturato nel back site di Bagram in Afghanistan, la dice lunga. Il metodo Guantanámo ha creato, in linea di massima due tipi di sopravvissuti: coloro i quali hanno soltanto rafforzato il proprio odio nei confronti degli Stati Uniti, hanno rinnovato le loro promesse di fede politica radicale, e hanno promesso e attuato vendetta certa. Coloro che vivono in un limbo, zombie del presente, in costante ricerca di una identità perduta e che la libertà ritrovata non restituirà loro mai.

Cosa ne pensa dell’appello rivolto al mondo musulmano da parte di Tahar Ben  Jelloun di rompere il silenzio per esprimere la contrarietà verso il regime talebano?
Tahar ben Jelloun è un intellettuale raffinato, un europeo musulmano che ama mettere il dito nella piaga. Ecco, mi sentirei di dire che la sua denuncia non può essere applicata ai musulmani che conoscono profondamente la loro fede: non c’è alcun divieto per una donna ad accedere all’istruzione, ad esempio. E non mi sembra che l’imam di al-Ahzar ne’ alcune figure preminenti delle scuole giuridiche sunnite incoraggino i fedeli a seguirli. Ma ha ragione quando dice che, in casi come questi, non ci sia un fronte comune e deciso pubblico contro questa realtà nascente. Perché? Perché un governo Talebano fa comodo a molti attori regionali, dal Qatar alla Turchia, che, come da anni fa l’Iran, esternalizzano su altri Paesi la loro influenza, proprio per disinnescare il ruolo americano ed europeo nella regione. E perché un Emirato islamico in più, per l’establishment dei Paesi del Golfo, sunniti o sciiti poco importa, e’ sempre meglio di una piena democrazia.

 

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