Fare affari con le armi

Tocca tornare di nuovo sul commercio degli armamenti, una delle principali cause di guerre, coscienza sporca di mezzo mondo

«Sì, è abbastanza triste». Questo sarebbe lo sfogo di Donald Trump del 26 dicembre 2018 sulla situazione in Iraq e Siria, durante il viaggio a sorpresa fatto insieme alla first lady nella super-base militare statunitense di Ayn al-Asad, in Iraq, 230 Km ad Est di Baghdad: «Abbastanza triste, quando si spendono 7 trilioni di dollari in Medio Oriente, e per andarci bisogna essere sotto questa copertura massiccia, con gli aerei dappertutto e tutte le più grandi attrezzature del mondo, e fai tutto il possibile per entrare in sicurezza. È abbastanza triste. Spendi 7 trilioni di dollari e devi entrare attraverso le scorte militari e tutte le altre cose incredibili che hanno fatto. Incredibile».

Sono parole che fanno venire il magone: è davvero molto triste, perché c’è un altro effetto collaterale di quei 7 trilioni di dollari mal spesi, oltre alle lagnanze di Trump sulle complicazioni della sicurezza, e sono i milioni di morti, feriti, profughi, rifugiati, macerie e il mare di dolore e odio, che segnano e segneranno per chissà quanti decenni la gente, quella del Medio Oriente ma non solo.

E poi c’è poco da lamentarsi, visto che le armi pesanti prodotte e vendute nel mondo provengono (secondo l’ultimo rapporto Sipri 2018 dello Stockholm international peace research institute) per il 34% dagli Usa. Per la cronaca, il 25% proviene dall’Europa (Francia, Germania, Regno Unito, Spagna e Italia) e il 22% dalla Russia. Il resto del mondo si accontenta del rimanente circa 19%, ma questa percentuale è in buona parte coperta da Cina e Israele, per quel che se ne sa. Quasi un quarto (23%) delle armi prodotte e vendute nel mondo arrivano in Medio Oriente, e tra i fedeli acquirenti ci sono, in percentuale, Arabia Saudita (10), Egitto (4,5), Emirati (4,4) e Iraq (3,4).

Nella classifica dei produttori e venditori di armi pesanti, l’Italia è al nono posto della top ten mondiale tramite un’azienda, la Leonardo, per il 30% di proprietà statale e molto apprezzata dall’attuale governo (oltre che dai precedenti) per il grande numero di posti di lavoro che assicura con la sua produzione tecnologica di eccellenza.

Purtroppo per il 70% si tratta di tecnologia bellica, oltre a quella aerospaziale. Per le armi leggere sembra che l’Italia abbia addirittura il primato assoluto o sia comunque sul podio dei primi tre Paesi produttori, quindi sarebbe “disdicevole” che uno tra i maggiori produttori mondiali di armi leggere non incrementi le vendite anche al suo interno, rendendone più facile l’acquisto e l’uso e meno farraginosa la legislazione sulla legittima difesa. Vendere armi facili agli italiani aiuta l’occupazione e crea sicurezza, secondo qualcuno che non è solo il ministro dell’Interno. E gli effetti collaterali? Vedremo, inutile fasciarsi la testa prima di romperla! Anche se una volta rotta sarà tardi per rimediare.

Un altro dato curioso sull’Italia è che il 48% dell’esportazione autorizzata di armi è destinata a Paesi del Medio Oriente e Nord Africa, cioè ad alcuni di quei Paesi che poi producono il flusso di profughi e migranti verso l’Italia stessa. Quel flusso che viene comunque bloccato.

Donald Trump

Il presidente Trump, tra l’altro, ha accolto volentieri l’invito del principe saudita Mohamed bin Salman di accusare il Qatar, a ragione o a torto, di essere uno dei maggiori fornitori di armi ai terroristi mediorientali e l’Italia ha proprio nel Qatar un ottimo cliente di armi nostrane. Come le usino poi sono fatti loro, è la giustificazione. Ma per una sorta di par condicio le vendiamo anche ai Sauditi, che peraltro le comprano, e in quantità industriali, anche dagli Usa e da altri. Che ne faranno di tutte quelle armi, il 10% della produzione mondiale? Chissà, magari anche loro come il Qatar le regalano a qualche amico fidato della regione. Tanto più che alla coalizione saudita anti-Yemen partecipano anche Kuwait ed Emirati, anche loro buoni clienti dell’Italia in quanto ad armi, oltre che di made in Italy in genere.

Un altro Paese che si rifornisce volentieri di armi da noi è la Turchia. Beninteso, anche loro non comprano solo da noi. Prima o poi si sbloccherà il fastidioso stallo sui curdi, sembra pensare il presidente turco: appena gli statunitensi se ne andranno quasi del tutto dalla Siria (pare ad aprile, sottolineando il quasi), e Putin e Rouhani si decideranno ancora una volta a girare la testa da qualche altra parte, ci sarà da eliminare un bel po’ di terroristi, che secondo Erdogan sono prima di tutto curdi.

Sì, è abbastanza triste non voler considerare che ci sia un rapporto tra armi legalmente prodotte e vendute e migrazioni, e quindi indignarsi di fronte a chi fugge da fame e guerre, erigendo “per motivi di sicurezza” i muri o chiudendo i porti.

 

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