Acqua e destinazione universale dei beni

Una proposta per il tempo di Pasqua da parte di alcune diocesi italiane. Nuovi stili di vita nella gestione dell’acqua: «Bene comune e dono di Dio».
fontana dell'acqua

Il concetto è chiaro ed esplicito in tutti gli undici punti della campagna per il tempo di Pasqua proposta dalla rete interdiocesana “nuovi stili di vita”. Il manifesto firmato da 16 diocesi italiane di diverse dimensioni e collocazione geografiche, da Milano e Trento a quella di Pistoia e Termoli Larino, in Molise, è pieno di citazioni del Compendio della dottrina sociale della Chiesa (Cdsc) come dell’enciclica Caritas in Veritate. Si parte con il riferimento al principio della destinazione universale dei beni che «si applica naturalmente anche all’acqua» (Cdsc n.484) avendo cura di precisare come l’accesso a questa fonte di vita, indispensabile per le persone, sia un «diritto universale inalienabile» (Cdsc n.485) che non ammette esclusioni.

 

La proposta nel tempo pasquale chiede di adottare un nuovo stile di vita a livello personale e comunitario improntato a sobrietà e rifiuto dello spreco. Non si tratta di un invito generico perché entra nel dettaglio nella « scelta dei prodotti che mangiamo e che indossiamo, preferendo quelli che richiedono meno acqua per la produzione». Ad esempio «la produzione di carne esige molta acqua (un chilo di carne bovina comporta in media l’uso di 5.500 litri, mentre un chilo di carne di pollo ne richiede 3.900 litri) e che ci vogliono 10.000 litri d’acqua per produrre un paio di jeans e 2 mila per una maglietta di cotone». Senza remore, inoltre, l’invito a «privilegiare l’uso dell’acqua del rubinetto, che è buona, controllata, comoda e costa poco. Il suo impatto ambientale è limitato anche perché non richiede né involucri in plastica, né trasporti inquinanti». E se proprio in certe zone esistono problemi di inquinamento delle falde acquifere ed è «assolutamente necessario l’uso dell’acqua minerale, andranno almeno preferite acque a chilometri zero (imbottigliate, cioè, vicino a casa)».

 

Il manifesto delle diocesi, partendo dalla definizione delle questioni di principio, giunge, infine, a conclusioni di carattere operativo: «l’acqua è quindi un vero bene comune che esige una gestione comunitaria, orientata alla partecipazione di tutti e non determinata dalla logica del profitto». Dunque «l’acqua non può essere trattata come una mera merce tra le altre e il suo uso deve essere razionale e solidale» E se ovviamente la distribuzione dell’acqua ha dei costi, «su di essa non si può fare profitto in quanto il diritto al suo uso si fonda sulla dignità della persona umana e non su logiche economiche» (Cdsc n.485).

 

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