I 75 anni dell’India

La più grande democrazia del mondo rischia la sua laicità per il processo di “induizzazione”. Le persistenti discriminazioni e la poca indipendenza della magistratura mettono in forse la credibilità internazionale del Paese
(AP Photo/Rafiq Maqbool)

Il 15 agosto l’India ha compiuto 75 anni. Alla mezzanotte fra il 14 e il 15 agosto del 1947, infatti, il pandit Jawaharlal Nehru annunciò ufficialmente al Paese e al mondo l’indipendenza di una nuova nazione, l’India appunto, dalla quale, esattamente ventiquattr’ore prima si era staccato il Pakistan, come gli inglesi e Jinnah avevano voluto.

I mesi successivi videro una delle tragedie più immani della storia dell’umanità compiersi sotto gli occhi del mondo intero senza che nessuno potesse fare nulla o quasi. Eppure il mondo era appena uscita dalla Seconda Guerra mondiale. Difficile dire quanti indiani (il sub-continente era allora uno e rimane tale sotto molti punti di vista) persero la vita in scontri di rara crudeltà: una vera pulizia etnica e religiosa reciproca.

Si trattava, soprattutto, di indù che lasciavano quello che era diventato Pakistan per dirigersi verso la nuova India e di musulmani che partivano da quella che era stata la loro patria e che ora li spingeva verso la loro nuova terra, il Pakistan.

In effetti, come forse non è più avvenuto in modo così drammatico nella storia pur sanguinosa del XX secolo, la Partizione (così viene definita) fra India e Pakistan Occidentale e Orientale (dal 1971 diventato Bangladesh) avvenne sulla base dell’appartenenza religiosa. L’India era destinata agli indù mentre il Pakistan era la patria dei musulmani. Tuttavia in India rimasero più musulmani dell’intera popolazione del nuovo stato e solo recentemente il numero dei musulmani pakistani ha superato quello dei loro correligionari indiani.

Una tragedia che rivelò un assurdo, che, come Gandhi aveva previsto, sarebbe stato una costante spada di Damocle per entrambe le nazioni. Di fatto, ancora oggi a 75 anni dalla loro nascita ed indipendenza India e Pakistan non vivono in clima di pace. Alcune zone sono considerate ‘occupate’ dalle forze militari del vicino di casa.

Di tanto in tanto, scoppiano scaramucce, tensioni, anche guerre più o meno lampo, ma terribilmente pericolose perché entrambi i Paesi sono nuclearizzati. Ma è una situazione utile per entrambi i due nazionalismi che, quando le rispettive situazioni interne si fanno problematiche, sanno sfruttare assai bene il ‘nemico della porta accanto’.

Nehru nell’annunciare l’indipendenza l’aveva definita con parole rimaste famose: l’incontro dell’India col suo destino. Incontro atteso per un secolo e che avrebbe dovuto dimostrare al mondo cosa significasse l’indipendenza del Subcontinente. Questi 75 anni sono stati testimoni di storie ed avvenimenti contrastanti e, allo stesso tempo, di altri esaltanti.

L’India è, ancor oggi, la più grande democrazia del mondo, anche se molti considerano l’attuale governo una minaccia sempre più grave allo spirito democratico. Da più parti si parla di un processo di Modizzazione (dal nome del Primo Ministro Modi) che sta sempre più induizzando il Paese a scapito delle minoranze, soprattutto religiose.

I musulmani sono discriminati e così pure anche i cristiani, sia pure in modo diverso. L’India è il Paese degli indù recita con la sua retorica il Primo Ministro e il suo entourage ed i politici e amministratori del partito del Bharatya Janata Party.

In questi anni è cresciuto il populismo nazionalista a scapito dei diritti civili ed umani. Fra il 2016 ed il 2020, 24mila indiani sono stati arrestati e detenuti secondo la nuova legge Unlawful (Activities) Prevention Act che dà al governo e alle forze dell’ordine la facoltà di arrestare persone che potrebbero creare problemi sociali e politici. Anche se meno dell’1% di questi arresti preventivi è poi sfociato in una condanna, le persone che ne sono state vittima hanno avuto le loro vite, carriere e vita sociale e civile rovinate per sempre.

Le misure repressive contro coloro che non la pensavo come i fondamentalisti sono riuscite ad arrivare ai giudici della Corte Suprema, che invece di essere gli ultimi garanti delle libertà civili dei cittadini, ne rappresentano oggi, una ulteriore minaccia. Un costituzionalista molto apprezzato, Anuj Bhuwania, parla di una vera capitolazione del potere giudiziario di fronte al potere maggioritario del Primo Ministro Modi.

Anche a livello sociale le cose non vanno meglio. Le discriminazioni su base castale o di intoccabilità (i dalit) non sono per niente scomparse né si sono attenuate. Nonostante la nuova presidente dell’Unione Indiana, l’onorevole Murmu, sia una adivasi (come abbiamo spiegato in un articolo precedente) le situazioni delle popolazioni tribali e di dalit continuano ad essere deplorevoli.

Continuano le discriminazioni per i gruppi più bassi della struttura castale, ma anche nei confronti delle donne. Tutto questo anche se la Presidente non solo è donna (per la seconda volta in 75 anni!), ma è anche una che proviene dai gruppi tribali Santals.

Nonostante tutto questo, l’India è considerata, e a ragione, una delle potenze economiche mondiali. Nonostante la politica contraddittoria del governo Modi a livello finanziario ed economico, nessuna nega che Cina e India siano due grandi poteri con cui tutti oggi devono fare i conti. L’asse del mondo si giocherà – e forse già si gioca – fra questi due immensi Paesi. Ci sembra una contraddizione e lo è.

Il punto che spesso sfugge all’occidente è l’India, da 75 anni – ma forse anche da millenni – vive di contraddizioni, ma sa come metabolizzarle per superarle e procedere su una strada – quella della democrazia – tutt’altro che scontata e facile da mantenere.

Il Paese questa volta rischia davvero di vedere la sua proverbiale laicità scomparire. Nell’accezione Nehruviana (del pandit Nehru) essere ‘laico’ (o secular, come si dice nel subcontinente) significava trattare ogni comunità e membri di ogni religione nello stesso modo. Oggi non sembra più così.

Qui si gioca molto del futuro dell’India e della sua credibilità, anche se il Primo Ministro Modi continua a ripetere che il “mondo guarda all’India”. Sarebbe bene capire perché. Oggi, il grande Paese asiatico, pur con la sua forza e l’immenso salto economico e sociale compiuto negli ultimi tre decenni, resta un osservato speciale per poter essere una potenza credibile e veramente riconosciuta.

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