“Guance rosse” e il suo sergente

Quel viaggio notturno da Ventimiglia a Milano su un treno di legno del '43.
Guance rosse e il suo segreto

Ero un bambino di sette anni quando Mussolini diceva che avrebbe ridotto la perfida Albione ad un’isoletta di pescatori. Ma intanto, nell’estate del ’43, le città italiane andavano in briciole sotto le bombe delle fortezze volanti. Si chiamavano così i quadrimotori mostruosamente grossi, per quei tempi, che ci volavano sopra la testa in alcune notti serene; e riuscivamo qualche volta a vederli, intercettati dai fari della contraerea.

Nell’agosto di quell’anno Milano faceva pena, ed ancora oggi il rombo di un aereo ad elica mi scaraventa nel ricordo di quelle notti d’allarme. Le donne che dicono il rosario nel rifugio, i papà sui solai a spegnere i princìpi d’incendio e il capo-fabbricato in cortile a gridare: «Spegnere le luci!».

Stando così le cose, quando un anziano maestro collega di mia madre propose di ospitarmi nella sua casa di Ventimiglia Alta per quel che rimaneva dell’estate, ella acconsentì di buon grado, non so se per salvarmi dai bombardamenti o per potermi mandare in vacanza anche in quell’anno sciagurato.

Ventimiglia, dunque. E fu la magia del mare, che non avevo ancora visto, delle palme, che credevo fossero in Africa, del profumo dei fiori e del pepe, che non avevo mai sentito. Ed altre cose mi incuriosivano moltissimo, come le imposte verdi che si possono spingere in fuori (a Milano non sono mica così) e quegli archetti che stanno in alto tra una casa e l’altra; per non parlare delle conchigliette, dei granchiolini e degli ossi di seppia di cui altri ha già ottimamente detto.

Una cosa terribile fu invece il paratifo. O per i frutti di mare, o perché i bambini mettono tutto in bocca, mi presi il paratifo.

Con quella febbre da puledro vedevo nuvoloni neri che mi venivano addosso, lentissimi; e quando erano in primo piano come al cinema, altri ne nascevano dal fondo. E c’erano vagoni merci silenziosamente erranti su binari morti, e ne sentivo i tonfi sferraglianti di quando si agganciano al loro treno. Tonfi lontani provenienti dallo scalo di Porta Romana: quindi avevo senz’altro la febbre perché io ero a Ventimiglia.

E quando la febbre se ne andò, mi apparve invece ben reale, prima il panciotto del dottore con la sua brava catena dell’orologio, poi il dottore tutto intero, chino su di me, e poco più indietro il volto della signora Zita, che stava passando dall’angoscia alla speranza: quasi un sorriso, ma quasi.

Comunque mi ero svegliato e adesso bisognava rendermi ai miei genitori guarito. Peccato che la malattia avesse cancellato in pochi giorni i benefici effetti del mare.

Magro come un uccellino da nido, una settimana di uova sbattute e di biscotti pregiati (in tempo di guerra!) non bastarono a rendermi proprio florido, ma mi misero almeno in grado di affrontare il viaggio.

 

Ventimiglia-Milano su un treno di legno del ’43, di notte: bisognerebbe saperlo raccontare.

Non so perché di notte. Forse perché il figlio del vecchio maestro, sergente di artiglieria cui fui affidato per il viaggio, era arrivato a Ventimiglia quel giorno stesso e l’indomani doveva presentarsi a Milano, o forse perché il treno era talmente lento, che il viaggio doveva per forza comprendere una notte.

Sta di fatto che il sergente mi prese per mano e ci avviammo alla stazione. Dev’essere stato bello vederci. Ero orgogliosissimo di andare con lui, perché era in divisa, perché era sergente e perché era in artiglieria. Poi mi piaceva perché non faceva domande da adulto. Era serio e parlava poco. Mi sembrava anche un po’ triste, come se avesse saputo che di lì a pochi mesi sarebbe morto. Neanch’io lo sapevo.

Dopo qualche ora, quando incominciò ad oscurarsi il cielo e quindi il mare, mi accorsi che il sergente riusciva anche ad essere paterno, ma non da professionista: senza esagerare, e perfino un po’ impacciato, come se la signora Zita avesse fatto a tempo soltanto a dargli i primi rudimenti del mestiere.

Mi ricordò di fare la pipì e mi accompagnò, ma con la scusa di fumarsi una sigaretta; mi chiese se avevo sete proprio quando ebbi sete e tirò fuori i panini proprio quando ebbi fame, senza dirmi mangia adagio, non sporcarti, mastica bene.

Solo quando venne il sonno e si vide benissimo che i miei ossicini non riuscivano a sistemarsi su quelle maledette panchette di terza classe, il sergente tradì un filo di ansietà, ma cercò di risolvere il problema di quel suo bambino provvisorio: «Metti qua la testa e vedi se ti riesce di dormire».

Mi rannicchiai sul sedile e la sua gamba mi fece da cuscino. Il panno della divisa pungeva come un’ortica e ben presto mi ritrovai con la guancia bollente, ma togliermi di lì sarebbe stata una grande ingratitudine e immaginavo che il mio amico ci sarebbe rimasto male. Mi preoccupava molto il pensiero della immobilità cui egli si era condannato per tutto il tempo del mio sonno; ma il sonno, a sette anni, non lo si vince.

E adesso, nel cuore della notte, troviamo “Guance rosse” e il suo sergente nell’atrio della stazione di Genova. Soldati dappertutto come in un racconto di guerra, qualche ragazza con le scarpe di sughero come in un film sulla guerra è un bambino morto di sonno seduto sulla sua valigina, come durante la guerra.

«Aspettami qui che vado a prendere le sigarette».

Proverbialmente questa frase non promette nulla di buono, invece poco dopo il mio amico riapparve accanto a me, in piedi, nell’atteggiamento di un sergente che si accende una Nazionale. Lo guardavo di sotto in su e, mezzo assonnato, pensavo che forse “eroe” vuol dire uno così.

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