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Salvamamme

24-09-2012  di Aurelio Molč
fonte: Cittā Nuova
Dal partito radicale all'azione per la vita per aiutare genitori e figli.

Maria Grazia Passeri davanti a un camper che distribuisce indimenti e attrezzature per bambini Un figlio. Averlo o non volerlo. Progettazione o incidente di percorso. Tenerlo o farne a meno. Ci vuole coraggio ad abbondare un figlio dopo la nascita. Eppure succede ancora. Anche in Italia. Si partorisce. Si gode, forse per un attimo, della gioia più intensa della vita e si soccombe dietro la cruda realtà. «Non posso tenerlo!». È un figlio frutto di un incidente di percorso o che non si può mantenere. Le maglie della rete della solidarietà sono troppo larghe. La solitudine tende all’infinito. L’orizzonte è a tempo. Scaduto. È, però, insopportabile il pensiero di un figlio abbandonato nel cassonetto della spazzatura, accanto del cibo avariato o una bottiglia di plastica. Un gemito inascoltato.

Eppure c’è chi raccoglie il grido senza risposta di madre e figlio, accomunati dalla stessa solitudine comunicativa. Maria Grazia Passeri, con dei trascorsi nel partito radicale, s’innamora della vita nascente. Cerveteri. Anno 2000. Un bambino appena nato viene abbandonato in un cassonetto. «È il primo che sono riuscita a seppellire ‒ racconta Maria Grazia, presidente dell’associazione Salvamme ‒, è stato partorito e soppresso nei rifiuti. Lo ha trovato la polizia. Era integro, bellissimo. Buttato in un sacchetto in mezzo all’immondizia. È il primo funerale che celebriamo in chiesa. Tutto il paese ha partecipato e lo abbiamo sepolto nel cimitero. Se fossi arrivata prima, avrei potuto spiegare alle mamme la positività del parto anonimo. Tante volte questi fatti accadono perché le donne sono vittime di violenze familiari».

Cominciano così con l’idea più semplice. Gli adesivi sui cassonetti che informano sul parto anonimo e la ruota degli innocenti negli ospedali. In quegli anni delle ricerche ci danno le cifre di questo dramma: venti in media sono i neonati abbandonati in un anno; la metà muore quasi subito; soltanto uno su dieci viene ritrovato; quasi una volta su tre la madre ha un complice. E nei cassonetti si ritrova solo una parte dei bambini abbandonati.
Si sa che la carità mette le ali e dalla prima intuizione i gesti d’amore si moltiplicano per cercare di risolvere la complessità dei problemi. E prevenire è meglio che curare. Il parto anonimo e la ruota degli innocenti sono le soluzioni estreme. Si comincia dall’incoraggiare a tenersi i bambini, alla cura per farli crescere. «I nostri successi ‒ prosegue Maria Grazia Passeri ‒ sono quando mandiamo le mamme a partorire con il corredino completo.

«Un paio di anni fa una ragazza africana francofona bussa alla porta dell’associazione, piange, è gonfia di botte e non parla italiano. Incinta di nove mesi, le facciamo una doccia. Era venuta con un autobus, fuggita da un’altra provincia. Era stata abbandonata dal marito e dalla famiglia. Lei non lo voleva perdere il bambino. Ha saputo di noi ed è scappata».
In oltre 15 anni di attività si moltiplicano le iniziative (www.salvamamme.it) a Roma, nel Lazio e in tutta Italia. Si va dal Centro nutrizionale del bambino che «garantisce il giusto nutrimento ‒ ci spiega Katia Pacelli, direttore di Salvamamme ‒ ai bambini da zero a tre anni nella prima fase di crescita e durante lo svezzamento. Fino alla Boutique bebè che distribuisce migliaia di corredini e prodotti per l’infanzia e la gravidanza e al “Salvamamme passerotti” per i bambini malati o nati pretermine».

«Ogni giorno ‒ conclude Maria Grazia Passeri ‒ grattiamo il fondo del barile, facciamo debiti, non ci dormo la notte, ma credo nella provvidenza».  

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di Aurelio Molč