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Sperare con l’Italia. Non ormai, ma ancora

20-09-2011  di Victoria Gómez
fonte: Città Nuova
Il convegno conclusivo di LoppianoLab non chiude, ma rilancia: per vivere nel quotidiano ciò che lì è iniziato, e ridare uno spirito al Paese


Conclusione di LoppianoLab2011
«Sono stato in un luogo tra persone dove lo spirito è tornato a soffiare»: così un amico, studioso della storia di ieri e di oggi, pensava di spiegare ai suoi colleghi dove aveva trascorso il fine settimana. A freddo, può sembrare eccessivo: ma alla conclusione di LoppianoLab 2011, in mezzo a circa mille persone, lo si prende assolutamente sul serio.
 
La sessione conclusiva si apre con un montaggio video di immagini catturate dalla telecamera nella quattro giorni. Immagini vere, volti di persone che creano imprese, che riflettono, studiano, sperano, progettano, s’impegnano a dare e anche a ricevere. Sono venute a LoppianoLab non solo per fare rete, ma per crescere nell’essere rete loro stesse. Di più: essere e fare rete per il bene comune, sperare per l’Italia e per il mondo.
 
Un consuntivo di questi giorni lo si è tentato, veloce ed incompleto, come è naturale per un laboratorio. Ma era importante. La tavola rotonda infatti con cui si voleva concludere l’edizione 2011 voleva essere una riflessione a più voci a partire da un fatto, un fatto compiuto: nulla quindi di preconfezionato, e ciò comportava pure il rischio dell’inconsistenza.
 
Il bilancio del mosaico di attività dava fede del realizzarsi dell’augurio che Maria Voce, presidente dei Focolari, aveva rivolto all’apertura: che il clima di fraternità che avrebbe animato le intense giornate, sostenuto dalla passione civile, rendesse presente «il protagonista invisibile, Gesù, e che Lui ispiri le idee giuste per il futuro del nostro Paese». Questo il filo rosso legava i 56 avvenimenti tra tavole rotonde, convegni, caffè letterari, performance artistiche e specialità gastronomiche multiculturali, che a ritmo incalzante si sono susseguiti nei vari spazi della cittadella di Loppiano.
 
Al Polo Lionello l’esposizione delle circa 70 imprese aderenti al progetto di Economia di Comunione ha incoraggiato gli imprenditori, creato sinergie e dato sostegno all’imprenditorialità e alla formazione dei giovani (notevole presenza del Sud). Il gruppoeditoriale Città Nuova si è fatto collettore di molte proposte che indicavano la voglia di partecipazione attiva e dignitosa alla ricostruzione del bene comune: tra queste la creazione di una giornata delle good news, buone notizie, da inviare capillarmente ai mezzi d’informazione, per immettere nell’opinione pubblica una corrente positiva. L’Istituto universitario Sophia ha annunciato l’avvio di tre nuovi master e summer school (in Argentina e Cile) che, pur nella loro specificità, metteranno al centro la cultura della relazione. E poi un sogno: rilanciare il progetto di un nuovo umanesimo sostanziato di valori che possano rifondare la vita sociale quale contributo al contesto in cui viviamo. La cittadella di Loppiano si è confermata di fatto laboratorio permanente con oltre 40 anni di vita, e la presenza oggi di 900 abitanti da oltre 60 Paesi.
 
La parola è poi passata agli esperti. Ha esordito Mauro Magatti, preside di sociologia della Cattolica di Milano. Una sua prima riflessione: ogni tempo ha il suo spirito. Pare che lo spirito del tempo che viviamo si sta spegnendo. E lo spirito è speranza, è vento che soffia quando si tende verso un bene che desideriamo e ancora non abbiamo. Coinvolgente la citazione da Racconti turchi di Byron: «Lucifero si rivolge ad un uomo: “Potresti diventare come noi”. Domanda: “E voi chi siete. Siete felici?”. Risposta: “Siamo immortali”. Nuova domanda: “Ma siete felici?”. Nuova risposta: “Siamo potenti”. Incalza la domanda: “Ma siete felici?”. Lucifero ammette: “No. Ma lo sei forse tu?”». Qui Magatti vede il dramma del nostro tempo: essere potenti non solo non dà la felicità, ma spegne lo spirito.
 
Un’ulteriore riflessione: la circolarità nel fatto di LoppianoLab tra ciò che la vita ci insegna e la capacità di riflettere per tornare ancora alla vita. Qui sta l’innovazione al servizio dell’uomo. Un circuito contrario a quanto si verifica nel mondo attuale, dove la vita non si genera più perché si tende a segregarla, a confiscarla, presi dall’astrazione che ignora la fragilità e le domande della vita umana. Ed ancora: individuare la ricomposizione dell’unità come antidoto a ciò che separa e distrugge e non come negazione della libertà o fallimento. È la direzione per trovare un futuro, che non sta nella manovra finanziaria, ma nell’imparare i limiti dell’onnipotenza, nell’essere vicini all’altro. «Occorre un cambio di mentalità – incalza il filosofo Adriano Fabris (Università di Pisa) – ed imparare a pensarci in relazione. L’Occidente è arrivato a questo punto, che pare di non ritorno, perché l’individuo ha preso il posto della persona. Solo in relazione possiamo realizzare le nostre speranze». Ed ancora: «L’esperienza fatta qui dà testimonianza perché è diffusiva e contagiosa. Una relazione buona al servizio dell’Italia: la voglia di partecipazione, insieme. Ma senza speranza questo non ha inizio».
 
Enrico Rossi, governatore della Toscana, ha raccolto dall’assemblea parole forti: ascolto, cambiamento di rotta, coerenza, riconquistare una presenza dignitosa. E solleva una chiave possibile: fare rete ripartendo dalla Costituzione e guardando all’Europa. Un’Europa sociale e politica, non solo economica, può garantire coesione e sconfiggere anche la paura. Il governatore conferma e sottolinea la necessità di un nuovo umanesimo il cui orizzonte sia l’Europa, in grado di riunificare culture diverse. «Occorre che in questo la politica dia il proprio contributo, mettendo al centro la persona e i suoi diritti, facendo rete con le forze sociali e i vari livelli dell’amministrazione».
 
L’economista Luigino Bruni, docente alla Bicocca di Milano e all’I.U. Sophia, sottolinea che si esce dalla crisi con grandi innovazioni: realtà come il Polo Bonfanti o l’Istituto universitario Sophia sono appunto luogo di innovazioni e di genesi di questo nuovo umanesimo, che rimanda alle radici di quell’umanesimo toscano e universale di un’Europa non divisa. I giovani del sud qui presenti hanno un modo diverso di affrontare la crisi, con profezia, con motivazione. Qui e ora. Queste sono le «esperienze del lunedì mattina», perché testimoniano concretamente che è possibile vivere questo nuovo umanesimo in modo ordinario e quotidiano.
 
Infine la parola è andata alla politologa Daniela Ropelato (docente all’I.U. Sophia ). «Già prendere qui la parola è un atto di speranza, per la visione di quanto già c’è e non esiste pienamente». «Oggi, come il Presidente Napolitano ha di recente confermato a Palermo, gli italiani ci sono; dobbiamo fare l’Italia. Qui, a LoppianoLab, gli italiani si sono visti e ascoltati. Dovremmo avere il coraggio di dirlo, ma dobbiamo rafforzare la consistenza della struttura della nostra convivenza, dimostrare la forza insita nei gruppi». LoppianoLab ci sta indicando la rete di relazioni tra i cittadini e il quadro delle istituzioni, tra l’economia di comunione e l’I.U. Sophia, non con un corporativismo di gruppo, ma in una dinamica di apertura continua agli interessi degli altri.  «Occorre alimentare la sfera pubblica dove si ricompongono continuamente i beni comuni e dove ciascuno è chiamato ad essere protagonista. Le reti che ho visto a LoppianoLab mostrano le potenzialità di questo tessuto comunitario di cui la democrazia oggi ha estremo bisogno». La politica a LoppianoLab era sì presente, ma come ascolto. Come “stelo” – per dirlo con Chiara Lubich – che sostiene tutti i petali del vivere sociale.
 
Conclusioni? Non ce ne sono state. Un laboratorio non chiude, rilancia. Paolo Loriga, moderatore della tavola rotonda, ha notato l’assenza di una parola oggi diffusa quale approccio della crisi: “ormai”, sigillo definitivo sulla tomba della speranza. A Loppianolab, se di parole conclusive vogliamo parlare, una potrebbe essere “eccoci, ancora”.
 
 

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di Victoria Gómez